Angela Simonelli: l'arte di costruire una ricetta buona ma soprattutto bellaDella serie “mangiare con gli occhi”, la nostra graditissima ospite di “Un caffè con” di oggi, è la food designer e architetto Angela Simonelli, insegnante di impiattamento nonché autrice dei due libri “A scuola di Food Design” e “A scuola di Food Design in pasticceria” editi entrambi da Giunti editore.

Nata a Livorno e trapiantata a Firenze, ho imparato a cucinare dalle sue nonne, conservando ritagli di riviste di cucina e giocando a fare la “cuoca”. Amante del “bello” in ogni sua declinazione, lo ricerca fortemente anche nei suoi piatti, provando a trasformare anche una semplice crostata in una piccola opera d’arte. Come potrai fare anche tu proprio grazie al suo nuovo libro “A scuola di Food Design in pasticceria“.

Ben 40 ricette, tutte corredate non solo di ingredienti ma anche delle tecniche di decorazione spiegate passo passo con tanto di indicazione degli strumenti da utilizzare per accompagnarti nella realizzazione di dolci tanto buoni quanto belli. Grazie al libro di Angela Simonelli riuscirai a creare dolci non solo in grado di soddisfare il palato ma anche la vista donando indimenticabili emozioni non solo a te, per l’opera compiuta, ma anche a chi avrà la fortuna di assaggiarla.

Nel volume troverai tante preparazioni diverse con un diverso livello di complessità che ti permetteranno con il tempo di acquisire la giusta tecnica e manualità per realizzare dal semplice cioccolatino a un trionfo di cake design per le tue occasioni speciali. Con le preziosissime nozioni presenti nel libro e l’esercizio, arriverai anche a dare sfogo alla tua fantasia, combinando gli spunti offerti da Angela in modo nuovo e creando così il tuo dolce personalizzato. Senza mai dimenticare, però, quanto in pasticceria siano importanti i dettagli, il rispetto preciso dei tempi, gli ingredienti e gli strumenti giusti. Tutti elementi a cui nel libro è dedicata l’intera prima sezione con tanti preziosi suggerimenti e informazioni.

Insomma molto più di un semplice libro di cucina, un vero e proprio alleato di cui non potrai fare a meno e che ti permetterà di trasformare i tuoi dolci in golose opere d’arte a prova di foto oltre che di palato 😉 Se hai voglia di metterti alla prova clicca QUI per acquistare la tua copia su Amazon.

Ma facciamoci raccontare meglio dalla sua autrice, Angela Simonelli, come è nata l’idea di strutturare in questo modo così completo e particolare il suo nuovo bellissimo libro.

A differenza degli altri libri di cucina che si trovano in commercio “Scuola di Food design in pasticceria” presenta una struttura originale. Ci racconti come è nata l’idea di impostarlo in questo modo?

“Occupandomi di design ho deciso di affrontare la maggior parte delle preparazioni di pasticceria che si trovano nel libro e che vanno dal cioccolatino al grande lievitato, cercando per ogni preparazione, visto che non potrò mai essere Massari o Montersino, di dare il mio valore aggiunto come architetto. Così ho inserire a corollario di ogni preparazione, ogni dolce, tutta una serie di indicazioni per la decorazione in modo da renderli oltre che buoni anche belli esteticamente. Questo è il fil rouge che unisce tutte le preparazioni molto diverse tra loro che ho inserito nel libro. Libro che ho appositamente fatto così eterogeneo per dare modo a un pasticcere, un amatore o anche uno chef potesse trovare al suo interno tutto ciò che gli può servire per decorare i suoi dolci”.

Angela Simonelli

Quindi a che tipo di pubblico hai pensato nello scrivere questo tuo secondo libro?

“Il libro si rivolge sia ad amatori che professionisti, anche perché nella sua realizzazione ho avuto la collaborazione di Michela Tartarini una pasticcera della ALMA, la scuola internazionale di cucina italiana, che mi ha assistito durante tutto il processo così che potessi concentrarmi il più possibile sull’aspetto estetico. Quindi il libro poggia su solide basi di cucina quelle di una persona che ha alle spalle l’esperienza di ALMA, e questo lo rende un vero e proprio libro di cucina, non solo di “estetica” o una raccolta di ricette di un’appassionata di cucina che si  improvvisa cuoca. È un testo costruito per dare la possibilità a chiunque di arrivare in fondo a una ricetta, con tutte le indicazioni necessarie comprese la tipologia di stampo da usare e le misure che deve avere. In questo modo tutti possono realizzare un dolce non solo buono ma anche bello da fotografare, iniziando con quelli più semplici e aumentando piano piano con la complessità”.

Angela SimonelliInsomma “Scuola di Food design pasticceria” si è sviluppato come un vero progetto armonizzando anche la tua maestria con quella della pasticcera Michela Tartarini. A proposito di progetti, quali sono secondo te i punti in comune fra un progetto di architettura e la costruzione di un piatto bello e anche buono da mangiare?

“Io parto sempre da un progetto cartaceo, ossia faccio sempre una bozza di ciò che vorrei fare, proprio come si fa anche in architettura. Dove si vede un posto che poi si digitalizza disegnandolo in CAD, poi si iniziano a tirare le righe a fare dei bozzetti tridimensionali per vedere come potrebbe venire. Si comincia a pensare a quali materiali utilizzare. E questo avviene anche in cucina: faccio un disegno di un piatto che mi viene in mente, dopo di che inizio a pensare a quali ingredienti potrebbero andare a comporlo, studiandone la materialità e la struttura proprio come si fa in architettura. Perché se devo costruire un palazzo ho bisogno di un terreno, delle fondamenta, devo metterci le finestre per avere la luce all’interno e così via. La stessa cosa si fa con gli ingredienti. Se decido di fare un piatto che si sviluppa in verticale, ho bisogno di creargli una vera e propria struttura fatta di cibo. Quindi la sfida, nel momento in cui si progetta un piatto anche a livello di gusto, è quella di far entrare in questo processo anche l’impiattamento perché permette di esprimere al massimo la creatività di ciascuno chef. Però ci sono delle tecniche per farlo, non è che si può improvvisare. Quindi come si può vedere ci sono tantissime similitudini tra l’architettura e la cucina, per questo sento di poter affrontare questa cosa con una certa serenità, non sono impaurita anche quando mi trovo di fronte a chef super esperti, perché faccio appello a quelle che erano le cose ho imparato in architettura dove è necessario che tutto sia armonico, proprio e lo stesso vale per un piatto che deve essere in armonia con il locale in cui verrà servito, con il cuoco che lo deve preparare, con il food cost del ristorante, ecc”.

È nata prima la passione per l’architettura o per la cucina?

“In realtà è nata prima quella per la cucina da quando i miei genitori mi regalarono il Dolce Forno Albert, un forno giocattolo che grazie a una lampadina che si scaldava “cuoceva” piccole cose molto semplici. Lo usai talmente tanto che lo fusi nel giro di pochissimo tempo e i miei non me l’hanno più ricomprato. Da lì verso i 13/14 anni, quando i miei andavano via per qualche giorno e rimanevo a casa con mia sorella, organizzavo delle cene a cui invitavo tutti i miei amici e cucinavo tutto mio. Mi piaceva proprio l’idea di fare la cena completa, dall’antipasto fino al dolce. Poi questa cosa si è un po’ interrotta quando ho iniziato l’università, perché in quel periodo per dedicarmi allo studio preparavo da mangiare più per necessità che per piacere. Purtroppo anche dopo la laurea, nei primi anni di tirocinio presso gli studi di architettura, in cui spesso lavoravo anche il sabato e la domenica, non mi rimaneva moltissimo tempo da dedicare alla cucina. Quando, invece, sono nati i miei figli dovendo fare le pappine e poi le torte di compleanno per le loro feste, mi sono riavvicinata gradualmente alla cucina. Riavvicinamento che poi è diventato sempre più esclusivo, perché mi permetteva di evadere in un momento molto difficile della mia vita per tutta una serie di motivazioni. In seguito è diventata qualcosa di più da quando nel 2016 ho iniziato a partecipare ai contest di cucina in cui si doveva mandare la foto e la ricetta del piatto che realizzavi. Al primo a cui ho partecipato ho vinto subito e questo mi ha fatto capire che le cose più importanti in questi concorsi era la foto, il racconto della ricetta che proponevi, l’impiattamento, perché alla fine, anche se c’erano degli chef stellati a giudicare, i piatti non venivano assaggiati e l’aspetto predominante era quello estetico. Così ho iniziato a pensare a come fare della mia passione per la cucina un vero e proprio lavoro, perché non avendo fatto la scuola alberghiera non sarei mai potuta diventare una chef stellata. Mi chiedevo cosa avrei potuto raccontare di originale della cucina senza avere le contestazioni di chef affermati, perché chiaramente mi muovevo in un terreno che non era il mio. Anche avendo passato molto tempo in cucina ero comunque un’appassionata e non avevo la bravura e la competenza di una persona che lo fa di mestiere. E allora mi sono detta che avrei potuto affrontare la sfida da architetto, ovvero occuparmi della costruzione estetica del piatto, l’impiattamento. Una cosa per cui, magari un giorno, anche uno chef stellato mi potrebbe ascoltare, perché dalla mia ho i miei studi in materia, l’esperienza e gli anni che ho dedicato all’architettura. Così ho iniziato questo percorso a casa mia inventando dei piatti e poi ho deciso di aprire il blog che ha avuto da subito un grande seguito, soprattutto dalle persone del settore che mi seguivano con un certo interesse perché proponevo sempre delle cose innovative, tecniche di cucina un po’ più moderne. Nel frattempo ho continuato a fare partecipare ai contest di cucina e in una di queste occasioni ho conosciuto un regista che mi chiese di fare insieme un programma TV dedicato all’impiattamento: “GOURMET” di cui sono andate in onda due serie da 20 puntate l’una su Alice TV, canale digitale 221. Da lì Giunti editore si è accorto di questa cosa che facevo e mi ha chiesto di scrivere insieme il primo libro “A scuola di Food design”, che ha avuto un grande successo e mi ha avvicinato anche all’insegnamento sia nelle scuole alberghiere che in corsi per amatori e professionisti del settore. A quel primo libro è poi seguito “A scuola di Food design pasticceria” perché volevo aggiungere un tassello in più a questo percorso dell’estetica in cucina”.

In questo secondo libro parli tra l’altro degli utensili per realizzare le preparazioni presenti nel teso. A questo proposito quali sono secondo te gli strumenti che non dovrebbero mai mancare nella cucina sia di un amatore che di un professionista?

“Senza dubbio il frullatore a immersione che è il migliore amico del cuoco, perché ci si fanno moltissime cose”.

Ci dici un segreto per l’ottima riuscita sia estetica che culinaria di un piatto?

“Dal punto di vista culinario occorre conoscere molto bene gli ingredienti, perché se non so come si rendono e con che cosa è possibile abbinarli si fa un po’ fatica. Quindi sicuramente avere una buona conoscenza degli ingredienti che si vanno a utilizzare, infatti, sia nei corsi che tengo che nei libri che scrivo, evito di usare ingredienti troppo complicati da abbinare o trovare al supermercato, perché non ho bisogno di stupire con gusti esotici e cose strane. La mia sfida e ciò che mi contraddistingue, tra l’altro, è quella di riuscire a stupire anche con ingredienti semplici come può essere una cipolla. Mentre a livello estetico una cosa importantissima da fare, secondo me, è scegliere il piatto adatto all’impiattamento che si vuole realizzare. Ci vuole un piatto abbastanza grande per ciò che deve contenere, meglio se monocromatico perché altrimenti anche gli eventuali decori entrano a far parte del disegno finale. Questi due elementi sono proprio la base per iniziare a muoversi in questo campo”.

Mentre cosa consigli su come fotografare un piatto per esaltarne l’aspetto estetico?

“Un consiglio che posso dare è quello di fotografare i piatti con la luce solare per evitare di renderli gialli, blu o arancioni a seconda della luce che abbiamo nella nostra cucina. E poi scegliere un angolo corretto da cui inquadrarli: se sono belli con la prospettiva schiacciata si possono fotografare dall’altro, mentre se sono piatti che si sviluppano in verticale è meglio fotografarli di lato per prenderli nella loro interezza”.

A parte essere una bravissima food design sei anche mamma di tre bambini, qual è, in base alla tua esperienza, il modo migliore per far avvicinare i bambini alla cucina così che imparino a mangiare di tutto?

“Far in modo che tocchino con mano gli ingredienti, che ci “giochino” aiutando loro stessi nella preparazione di ciò che mangeranno, perché così si sentono parte di questa esperienza e non si sentono semplicemente le “cavie”. Diventano in qualche modo responsabili di ciò che preparano e quindi anche solo per non far brutta figura e dire che non è buono ciò che hanno cucinato, lo mangiano. Tutto sta nell’avere la pazienza di mettersi in cucina con i bambini, permettere anche di sporcare, farli sperimentare con gli ingredienti e dargli tutta l’attenzione che meritano. Altra cosa molto importante è cercare di variare il più possibile la loro dieta, perché, come in tutte le cose, anche il palato va educato”.

Tornando per un attimo al libro, vista la bellezza del prodotto, viene spontaneo chiederti se ne hai già pronto un terzo.

“In realtà ho tre idee che mi girano per la testa: due sono relative a libri di cucina mentre l’altra è un romanzo. Di tutti e tre ho già buttato giù una bozza, devo solo decidere con quale uscire e soprattutto vedere se ci sarà un editore interessato a pubblicarlo. Perché soprattutto in periodi come quello che stiamo vivendo non è affatto facile trovare un editore che sia disposto a rischiare con te. Infatti uscire con un libro così specifico in un periodo così particolare è un bel rischio, di cui io stessa sento tutto il peso. Ma confido che essendo un bel libro, accessibile a chiunque voglia imparare a rendere più belli i propri piatti, possa accompagnare le future preparazioni culinarie di tanti italiani”.

E infine eccoci alla domanda che da il nome alla nostra rubrica di interviste: come prendi il caffè?

“Non amo molto il caffè, anche se è un ingrediente che utilizzo, se proprio mi capita di berlo lo prendo alla francese leggermente allungato con acqua, un mix tra l’italiano e l’americano. Questo perché ho vissuto per un anno a Parigi e in quel periodo siccome mi sentivo esclusa se non lo bevevo ho iniziato a prenderlo così”.