La differenza tra perfezione ed eccellenza nella psicologia della crescita. Scopri come superare la paura del fallimento e trasformare l’errore in apprendimento
C’è una parola che utilizziamo spesso: fallimento. Quando diciamo “ho fallito”, molto spesso non stiamo descrivendo uno sbaglio legato a una scelta lavorativa, un errore di valutazione rispetto a una decisione relazionale o a un compito che avremmo dovuto assolvere con efficacia. Molto spesso stiamo esprimendo un giudizio su noi stessi. Per qualcuno è come se una singola esperienza diventasse una definizione della sua identità.
Ma una persona non coincide mai con ciò che le accade. Una persona è molto più delle sue vittorie e molto più dei suoi insuccessi.
Perfezione VS eccellenza
In questo senso può essere utile distinguere tra perfezione ed eccellenza. La perfezione è un ideale astratto, irraggiungibile. La perfezione non è di questo mondo. Eppure, a volte ci sono persone che tendono a questo ideale irrealizzabile, tentando di essere sempre all’altezza delle aspettative. E le più dure aspettative sono quelle che abbiamo da noi stessi. Questo genera facilmente ansia, paura del giudizio e senso di inadeguatezza. Ecco che l’errore, se puntiamo alla perfezione, trova corrispondenza in me, non nel processo di quell’azione. Avevo una cliente che aveva questo pensiero ricorrente, si diceva “sono una perfezionista”, al punto che lamentava la mancanza di tempo di qualità per sé stessa e la famiglia. Non riusciva a demandare il suo lavoro ad altri, ritenendoli incapaci di assolvere, con la stessa attenzione e lo stesso perfezionismo, ciò che andava fatto. Il risultato era un brusìo perenne nella testa, un senso di inadeguatezza per sé stessa e per gli altri che le toglieva il sonno e le energie.
Lavorare sul concetto di eccellenza, invece, non consiste nell’essere perfetti, ma si esplica nella tensione verso la trascendenza, ossia verso un desiderio di miglioramento costante. Passo dopo passo.
L’eccellenza non è una meta definitiva, ma un processo continuo di sviluppo. È il desiderio di esprimere sempre più pienamente le proprie potenzialità. Per questo l’eccellenza non esclude lo sbaglio, ma al contrario, lo comprende. Chi ricerca la perfezione vive l’errore come una minaccia e può sentirsi un fallito.
Chi ricerca l’eccellenza vive l’errore come una fonte di apprendimento. Se il mio obiettivo è essere perfetto, ogni sbaglio mette in discussione il mio valore.
Andare oltre l’errore
Se tengo l’eccellenza e non la perfezione come ago della mia bussola, se il mio obiettivo è crescere, quello sbaglio diventa un’informazione preziosa: posso osservarlo, comprenderlo, analizzarlo e utilizzarlo per migliorare.
Lo sbaglio non coincide con la mia identità. È soltanto una parte di un processo più ampio. Lo stesso vale per ciò che spesso definiamo fallimento. Un risultato non raggiunto, un progetto che non funziona, una relazione che si interrompe o una decisione rivelatasi inefficace non raccontano tutta la persona.
Raccontano una situazione, una scelta, una fase del percorso. Quando ci identifichiamo completamente con ciò che non ha funzionato, rischiamo di ridurre la complessità della nostra storia a un singolo episodio. È come se ci fosse un prima e un dopo.
L’eccellenza invece ci affianca come un alleato, ci fa compagnia lungo i tanti viaggi che ci attendono nella vita. Ci invita a guardare ciò che è accaduto con curiosità, coscienza e responsabilità, senza trasformarlo in un giudizio su noi stessi.
La domanda diventa: “Cosa posso comprendere di me, delle mie strategie e delle mie scelte attraverso questa esperienza?” Perché una persona non è il proprio errore. Una persona è sempre più grande di ciò che le accade. Ed è proprio questa consapevolezza che rende possibile la crescita e apre la strada all’eccellenza.
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