In vista della prossima uscita il 5 ottobre di Blade Runner 2049, il regista Denis Villeneuve in un incontro con la stampa a Roma ha svelato qualche particolare in più sull’attesissimo sequel

blade runner

Sylvia Hoeks e Denis Villeneuve

Ieri a Roma il regista di Blade Runner 2049Denis Villeneuve e l’attrice Sylvia Hoeks, nota al pubblico italiano per la partecipazione al film di Tornatore La Migliore Offerta, hanno incontrato la stampa per rispondere alle domande dei tanti giornalisti e addetti ai lavori intervenuti per cercare di carpire i segreti del film più atteso della stagione, che arriverà nei cinema italiani il prossimo 5 ottobre.

Un incontro estremamente interessante in cui il regista ci ha raccontato del mood che ha scelto per il suo Blade Runner, del suo modo di fare cinema alla “vecchia maniera”: con l’utilizzo della CGI ridotto al minimo e un’attenta costruzione dei set. Del suo approccio all’utilizzo del colore e del suo rapporto con la fantascienza.

Ma lasciamo la parola a Denis Villeneuve e Sylvia Hoeks.

Cos’è per Denis Villeneuve Blade Runner e cos’è un replicante?

“I replicanti sono degli esseri artificiali sintetici, progettati per essere sfruttati come schiavi. La maggior parte di questi pianeti sono al di fuori del sistema solare, la maggior parte sono amichevoli, portati a viaggiare e a voler vivere in questi pianeti. Hanno il compito di renderli accoglienti, ma è come un romanzo alla Frankenstein. A volte hanno comportamenti particolari e sono vietati dalla legge, alcuni di questi esseri artificiali cono molto simili agli umani, c’è bisogno della squadra speciale Blade Runner per scovarli e ritirarli”.

Quello di Blade Runner 2049 sarà un mondo più oscuro, inquinato o digitale rispetto a quello del primo capitolo?

“Sarà un mondo diverso per chi conosce quello del primo Blade Runner, una visione potente ma anche da incubo. Questo film mostrerà come le cose non sono andate per il verso giusto e chi è sopravvissuto lo fa in condizioni terribili. L’oceano si è alzato e la città si è dovuta proteggere con un muro. C’è da dire che internet non è una bella cosa per noi sceneggiatori, sappiamo bene che non c’è nulla di più noioso se non vedere un poliziotto seduto alla scrivania cercando indizi. Per questo abbiamo immaginato un massiccio blackout che ha reso impossibile basarsi su un mondo digitale facendoci tornare all’analogico. Il mondo digitale è estremamente interessante ma allo stesso tempo fragile e vi invito a riflettere su questa fragilità. Il mio protagonista deve mettere le mani nel fango e non su una tastiera”.

Come mai per interpretare l’agente K di Blade Runner 2049 è stato scelto Ryan Gosling?

“Nessuno ha notato che questo film è stato preso sotto le ali di due canadesi. Quando abbiamo inizialmente visto l’evoluzione della storia di Blade Runner, Ridley Scott ha subito pensato a Ryan Gosling. E quando me lo ha proposto, leggendo la sceneggiatura, che ho trovata straordinaria, ho subito pensato che il personaggio era perfetto per Ryan Gosling e nessun altro avrebbe potuto farlo. A quel punto l’ho chiamato, lui non aveva mai fatto un film di questa portata. Non ha mai corso un rischio del genere nella sua carriera, ma si è innamorato anche lui della sceneggiatura ed eccoci qui. Ovviamente per il suo agente K, si è ispirato moltissimo a Rick Deckard interpretato nel primo film da Harrison Ford. Il suo lavoro è più complesso rispetto al primo Blade Runner, c’è sempre la solitudine unita ad un thriller esistenziale che traccia delle tematiche. Ma non voglio parlare di questo personaggio per non rovinare la sorpresa. Niente spoiler!”

Però può dirci almeno due caratteristiche di Ryan Gosling che lo hanno reso la scelta perfetta per Blade Runner 2049?

“Io amo gli attori che non fanno gli attori. Amo coloro che diventano essi stessi il personaggio. Davanti a una cinepresa un attore come Clint Eastwood porta presenza e senso, senza neanche muoversi, senza neanche battere ciglio. Ci voleva qualcuno che avesse il carisma necessario per realizzare questo obiettivo esattamente come aveva fatto in passato Harrison Ford. Ryan Gosling riesce ad esprimere sfumature emotive in modo particolare, è un artista di straordinario talento ed è in ogni singola inquadratura della pellicola, portandone l’intero peso sulle proprie spalle. Ci voleva qualcuno che fosse abbastanza forte e al mondo non ci sono molti attori con altrettanto carisma. Per Blade Runner 2049 ho scelto personalmente tutto il cast e quando dico tutto intendo anche tutte le comparse una ad una tra le migliaia di candidati che si sono presentati. Questo perché stavamo realizzando una pellicola che era quasi un film d’epoca e non tutti i volti sarebbero stati giusti per quel mondo. Ryan Gosling indubbiamente appartiene a questo mondo ed era il volto perfetto per Blade Runner 2049”.

Sylvia Hoeks, noi italiani ti ritroviamo dopo esperienza ne La Migliore offerta e sicuramente non ce n’era una migliore di Blade Runner per te in questo momento. Ci puoi raccontare il tuo ruolo anche partendo magari dal look?

“Non mi sarebbe potuta capitare offerta migliore, sono felicissima di far parte di questo progetto. Non posso parlare tanto di Luv, il mio personaggio, ma posso dirvi che lavora per Wallace il personaggio interpretato da Jared Leto. Fa qualunque cosa per lui, hanno un rapporto complesso e una relazione intensa. La sua ricerca dell’identità la caratterizza, è come una Audrey Hepburn che ha preso un po’ di acido (sorride)”.

Ci sono personaggi femminili forti in Blade Runner 2049 e avrai delle scene action con Robin Wright. Secondo te arriverà questo aspetto del film agli spettatori e lo gradiranno?

“Sicuramente questo è uno degli aspetti che può attirare l’attenzione del pubblico: esistono personaggi femminili che aggiungono delle sfumature in più alla storia di Blade Runner 2049. Ho avuto il privilegio di lavorare con Robin Wright e sin dalla prima scena con lei mi ha colpito per la sua gentilezza e collaborazione. In particolare proprio la prima scena è stata molto intensa da girare e lei è stata al gioco e vi assicuro che non è stata una cosa da poco. Credo che sono stata particolarmente fortunata perché è stato possibile esplorare un’ampia gamma di elementi, una tavolozza molto ricca per il mio personaggio. Ho potuto spaziare tra alcuni degli elementi più tradizionali come saggezza e satira ed è stato sicuramente il ruolo più divertente che mi è capitato di interpretare finora”.

Robin Wright e Sylvia Hoeks

Qual è la palette di colori dal punto di vista estetico e visuale utilizzata in Blade Runner 2049? C’è un colore predominante, tipo il giallo-argilla?

“Certo, come tutti sappiamo il primo film è stato rivoluzionario dal punto di vista estetico ed ha lasciato il segno grazie all’utilizzo della luce di Ridley Scott con cui ha ricreato atmosfere cupe e fumose. Abbiamo voluto creare qualche analogia con il primo film e ho deciso che avremmo cercato di riprodurre lo stesso quartiere della città di Los Angeles, mostrando però un mondo peggiore rispetto a quello che ricordate. La principale differenza è la neve perché fa più freddo e il clima stesso è stato al centro di questa evoluzione. La qualità della luce è qualcosa che mi ha sempre ispirato, nella mia ricerca visiva cerco un punto di partenza. Ci sono alcuni momenti bui, ma ci sono momenti più bianchi e argentei per via delle luci del nord che sono stati d’ispirazione sia per me che per il mio direttore della fotografia Roger Deakins. L’inverno è stato al centro delle sfumature, è raro per un regista lavorare avendo il controllo assoluto sul film e questo mi ha permesso di approcciarmi ai colori in un modo totalmente nuovo per me, arrivando a mettere qualche indizio chiave del film visibile, esplorandoli. Per me il giallo è un colore legato all’infanzia e sono certo che anche voi se rivedrete questo film a distanza di tempo trovereste un fil rouge con i colori. E poi con un direttore della fotografia del calibro di Roger, dovevo trovare sfide stimolanti da fargli affrontare e credo che con questo colore abbiamo dato il tono giusto al film”.

Che confini ai voluto dare in Blade Runner 2049 all’utilizzo della CGI?

“Ovviamente quando si fa un lavoro futurista come quello visto nel trailer è chiaro che la CGI è molto importante. Per me una delle decisioni a monte è stata quella di poter costruire tutti i set e questa è stata la mia prima richiesta alla produzione. Gli stessi attori mi hanno chiesto se avrebbero lavorato davanti al green screen e li ho rassicurati immediatamente che avrebbero avuto un vero set a disposizione. Ho lavorato per Blade Runner 2049 con un budget alto che mi ha permesso di ricostruire tutti i set e i veicoli al di là di quelli che sarebbero stati i miei sogni più sfrenati. Siamo arrivati a costruire le strade che si vedono affacciandosi dalla finestra e questo è il modo in cui si facevano i film anni fa. Sono grato alla produzione, perché mi hanno permesso di tornare all’origine del cinema con le cose vere e credo che questo faciliti anche gli attori che così possono concentrarsi solo sui loro sentimenti rispetto al luogo in cui si trovano. La stessa Sylvia alla conferenza stampa di qualche giorno fa ha detto che è molto difficile fare un lavoro di preparazione come attore se non hai neppure le location, invece con il mondo costruito intorno a te puoi concentrarti al 100% su ciò che stai facendo. Mi piace poi lavorare con attori che contribuiscono con nuove idee e fanno scattare la scintilla che trasforma la natura di una scena. Questo può accadere solo se siamo totalmente liberi e quindi non è possibile davanti al green screen della CGI, oltretutto io odio il verde! Abbiamo qualche elemento di sfondo naturalmente realizzato in CGI”.

Sylvia Hoeks, un momento emozionante per te è senza dubbio quello in cui entri nella stanza versando una lacrima. Puoi raccontarci il rapporto con Jared Leto sia come attori che come personaggi di Blade Runner 2049?

”Non posso parlare di questo, per non fare spoiler. Labbra cucite… mi è molto difficile dire altro al di là di quello che ho già detto sulla loro relazione. Vorrei potervi raccontare tutto, magari ci rivediamo dopo che è uscito il film (ride). Senz’altro vi posso dire che Jared è un attore che applica il metodo e il suo personaggio è molto particolare, è stato affascinante vederlo lavorare in scena. Lui non è mai uscito dal personaggio e non ci eravamo mai conosciuti prima di Blade Runner 2049. Non avevo mai lavorato con un attore che segue il metodo e ci siamo presentati come Luv e Wallace. È stato molto interessante osservare durante le riprese che ci sono stati alcuni elementi che hanno aumentato la distanza tra Wallace e Luv per ottenere in seguito la sua approvazione. C’è stato un elemento aggiuntivo per queste scene e lui ha contribuito moltissimo a realizzarle”

Jared Leto (Wallace)

Blade Runner 2049 uscirà in Italia il 5 ottobre 2 giorni dopo il tuo cinquantesimo compleanno. Il tempo che passa è uno dei temi portanti del film, cosa puoi dirci del tuo rapporto con lo scorrere del tempo?

”Si compirò gli anni due giorni prima dell’uscita italiana. Mi piace invecchiare, più invecchio più sono in pace con me stesso ed è un processo tutt’altro che facile. Aggiungerò che gli ultimi anni sono volati e ho fatto tanti film in poco tempo, questi 50 anni credo mi permetteranno di fare una piccola pausa e riflettere sul mio cammino come regista. Ho fatto diversi film e ho avuto un modo di avvicinarmi al cinema classico, ora devo riflettere sul futuro. Scusatemi ma voglio cambiare un attimo argomento. Forse può essere un po’ frustante per voi esser qui senza aver visto il film, non possiamo avere un dialogo vero e sappiamo che oggi c’è questa voglia di spoiler e conosciamo il ruolo di internet. Per via di un’esperienza negativa accaduta in un altro Paese si è presa questa decisione. Mi dispiace davvero, avrei voluto mostrarvi il film. Voglio aggiungere che i registi lavorano anni e anni per creare l’effetto sorpresa con la giusta suspance durante l’esperienza visiva del film e quindi non capisco perché alla gente prema tanto rivelarne gli elementi togliendo così agli spettatori l’effetto sorpresa creato con tanta fatica. Mi piacerebbe che le cose cambiassero”.

Sylvia Hoeks: “Anche a me piace invecchiare, e penso che quello che ha detto Denis sul passare del tempo sia vero. Io ho accettato l’imperfezione con il passare degli anni e mi rigenero diventando una persona diversa”.

Lei ha toccato un mito realizzando Blade Runner 2049, qual era la paura più grande che aveva prima di realizzare il film?

“In realtà non ho accettato a cuor leggero questo compito ci sono voluti mesi prima che riuscissi a dire sì. Ho accettato sapendo che sarebbe stato fondamentale essere in una situazione di controllo. Volevo assicurare che si potesse arrivare a fare questo film anche consapevole del fatto che è impossibile stabilire come verrà accolto. È completamente diverso dal precedente, facendo il sequel di un capolavoro sono pochissime le possibilità di avere successo e l’ho messo in conto. Non mi sono fatto troppi problemi perché è la realtà, ho fatto questo film per l’amore per il cinema e non mi aspetto nulla. Fare una scelta del genere per un regista è un’esperienza straordinaria, il cinema è arte e non esiste arte senza rischio. Non sono turbato, sono felice e con arroganza credo di poter dire che è il miglior film che abbia mai realizzato”.

C’è stato il blackout che ha risolto la questione digitale. L’impressione è che questo futuro non così distante elimini un elemento centrale come i social network. Potremmo definire Blade Runner 2049 un asocial movie? Il blackout viene usato come espediente per riprendere un elemento ancestrale di altri film che immaginavano il futuro.

“Credo che ci troviamo in un periodo di transizione nel nostro rapporto con la tecnologia, poi parliamo da ricchi che se la possono permettere. Il rapporto con la tecnologia è tale che siamo un po’ come delle scimmie che si specchiano e hanno perso il contatto con la natura, mi auguro sia possibile trovare un modo per tornare indietro. Mi auguro che senza violenza sia possibile tornare ad un rapporto più naturale con la tecnologia senza avere un’interazione che ha dato risultati non buoni”.

Blade Runner 2049 è stato preceduto da due cortometraggi entrambi diretti da Luke Scott, com’è stata la vostra collaborazione? Potrebbero essere ripresi per dare vita a dei film spin-off o serie tv?

“Il mio compito era fare il film. Lo studio mi ha chiesto di girare anche i corti, ma ho risposto subito che non sarebbe stato possibile fare sia il marketing del film che il film. Sono stato felice che Luke Scott si sia reso disponibile e ho visto i suoi corti una volta realizzati. I produttori hanno voluto puntare su un followup del film e il mio compito è stato esclusivamente pensare alla sua realizzazione. Non ho subito pressioni su un possibile ulteriore film, se ne faranno un altro non sarà una mia responsabilità”.

Ci può dire secondo lei quali sono le caratteristiche che fanno di un buon film un Blade Runner?

“Un tono melanconico, questa è un’importante qualità. Ci deve essere molto fumo e direi anche c’è bisogno di poter esprimere sentimenti profondi con elementi forti come musica, colonne sonora, atmosfere. Sono state create in maniera esemplare. Sono elementi fondamentali anche nel primo film”.

Potete dirci il vostro rapporto con il primo Blade Runner, cos’avete provato a vederlo? Nell’ambientazione scelta negli ultimi anni per i film di fantascienza c’è l’elemento della distruzione del pianeta, che ne pensate?

Sylvia Hoeks: “Per me questo film ha avuto un enorme impatto, lo vidi con i miei genitori e mia sorella e Rutger Hauer era il nostro eroe nazionale da olandesi. Il suo personaggio è straordinario, ebbe su di me un enorme impatto. Il personaggio interpretato da ha avuto un forte impatto, quando ho fatto il provino per questo film mi è tornato in venuto il senso di angoscia che ha accompagnato la visione di Blade Runner”.

Denis Villeneuve: “Un film fondamentale per la mia passione per il cinema, tanto che l’idea di fare regista nacque proprio con quella pellicola. Questo Blade Runner lo lego sempre nella mia mente alla nascita dell’amore per il cinema, ero un appassionato di fantascienza ed ebbe un impatto visivo potente. Cercavo una visione matura del futuro e non adolescenziale, non ci sono tanti 2001 Odissea nello spazio. Ero più esposto al cinema anglo-americano e ha avuto un enorme impatto. Quando si fa un film futurista non è che dica qualcosa del futuro, ma parla del presente. Il nostro rapporto con la natura, non voglio usare parolacce, è un po’ disturbato”.

Ci può raccontare un po’ del suo rapporto con la fantascienza? Ha realizzato Arrival, un film in un certo senso linguista: è un appassionato anche di fumetti legati alla fantascienza e alla scienza?

“Posso dire che Arrival è per me si fantascienza, ma al tempo stesso presenta come Blade Runner un viaggio nell’intimo. Blade Runner è un trailer del futuro, sono due modi diversi di vedere le cose. Da quando ero piccolissimo mi hanno sempre attirato i temi fantascientifici come quelli di Asimov, Herbert e di altri autori come Jules Verne. Mi hanno attirato anche i graphic novelist come il francese Moebius, Bilal. Hanno riempito la mia infanzia con dei sogni, tra l’altro ho studiato scienze e sono sempre stato affascinato dalla microbiologia. Perché la vedevo come la frontiera da cui ti affacciavi sull’ignoto e la fantascienza mi ha consentito di farlo. Con questo film ho esplorato i limiti della percezione umana. Non credo ci siano molti film belli di fantascienza, e quindi sono grato a Christopher Nolan che ce ne ha dati alcuni grandissimi”.