“Una battaglia dopo l’altra” è il film più personale e politico del maestro californiano Paul Thomas Anderson: un road movie generazionale dove Leonardo DiCaprio affronta i fantasmi di una rivoluzione incompiuta. Scopri trama, trailer, cast e recensione
C’è un momento, verso la metà di “Una battaglia dopo l’altra“, in cui il personaggio di Leonardo DiCaprio – un ex rivoluzionario ridotto a relitto umano, paranoico e braccato dai propri demoni – guarda sua figlia Willa dritta negli occhi e le chiede perdono. Non per quello che ha fatto, ma per quello che è diventato. O meglio: per quello che non è mai riuscito a essere. È una scena che potrebbe suonare retorica nelle mani sbagliate, ma Paul Thomas Anderson – il maestro indiscusso del cinema americano contemporaneo – la filma con una tale intensità emotiva e formale che il risultato è devastante.
Il ritorno del Re
Dopo l’enigmatico Licorice Pizza (2021) e il claustrofobico Il filo nascosto (2017), Anderson torna a fare quello che sa fare meglio: raccontare gli Stati Uniti attraverso i suoi perdenti, i suoi reietti, i suoi sognatori consumati dal tempo e dalle proprie ossessioni. “Una battaglia dopo l’altra” non è solo un film su un padre e una figlia in fuga. È un requiem per un’intera generazione – quella degli attivisti radicali degli anni ’70 – che ha creduto di poter cambiare il mondo e si è ritrovata a sopravvivere ai margini di una società che li ha prima demonizzati, poi dimenticati. Clicca QUI per guardare il trailer.
DiCaprio come non l’avete mai visto
Bob, il personaggio interpretato da Leonardo DiCaprio, è probabilmente il ruolo più complesso e fisicamente trasformativo della sua carriera post-The Revenant. Niente glamour hollywoodiano, niente fascino magnetico. Solo un uomo spezzato, consumato dalla paranoia e dal senso di colpa, che vive in uno stato di allerta permanente aspettando il momento in cui il passato verrà a reclamare il suo tributo. E quel momento arriva, naturalmente, quando meno te lo aspetti.
DiCaprio costruisce Bob con una precisione quasi chirurgica: ogni tic nervoso, ogni sguardo sfuggente, ogni movimento scomposto racconta anni di clandestinità, di identità rubate, di paura esistenziale. È una performance che dialoga direttamente con i suoi lavori più intensi – Shutter Island, The Aviator – ma va oltre, abbracciando una fragilità che l’attore raramente ha mostrato sullo schermo. Questo è il DiCaprio maturo, quello che non ha più nulla da dimostrare e può permettersi di essere brutto, goffo, patetico. Ed è magnifico proprio per questo.
Il cast
Accanto a lui, Sean Penn – che con Anderson ha un debito karmico dopo Boogie Nights (dove avrebbe dovuto essere Dirk Diggler prima di lasciare per She’s So Lovely) – interpreta l’antagonista con quella intensità incendiaria che solo lui sa portare sullo schermo. Il suo personaggio, l’acerrimo nemico di Bob riemergente dopo sedici anni di silenzio, è costruito più come uno spettro che come un essere umano: incarnazione del passato che non può essere sepolto, del karma politico che ti insegue anche quando pensi di averlo seminato.
Benicio Del Toro, in un ruolo di supporto ma cruciale, porta quella sua peculiare combinazione di carisma sonnolento e pericolo latente. Ma le vere rivelazioni sono le donne del film: Regina Hall, Teyana Taylor e soprattutto Chase Infiniti nei panni di Willa, la figlia di Bob.
Infiniti – alla sua prima prova cinematografica importante – tiene testa a DiCaprio in ogni scena condivisa, costruendo un personaggio di ragazza “vivace e indipendente” (come recita la sinossi ufficiale) che va ben oltre lo stereotipo della figlia ribelle. Willa è il futuro che cerca di emanciparsi dal peso del passato paterno, ma anche l’unica àncora emotiva che tiene Bob legato a qualcosa di reale in un mondo dove tutto gli sembra una cospirazione.
Anderson o l’arte di filmare il collasso
Dal punto di vista formale, Una battaglia dopo l’altra segna un ulteriore salto evolutivo per Anderson. Il direttore della fotografia Michael Bauman (che sostituisce lo storico collaboratore Robert Elswit) adotta una palette cromatica desaturata, quasi documentaristica, che ricorda certi film paranoid thriller degli anni ’70 – I tre giorni del Condor, Tutti gli uomini del presidente – ma con una sensibilità contemporanea tutta andersoniana.
Le scenografie di Florencia Martin (Oscar winner per Argentina, 1985) ricreano un’America marginale fatta di motel decadenti, diner polverosi, case abbandonate dove i rivoluzionari di ieri si nascondono come topi. È un’estetica del declino portata alla perfezione, dove ogni oggetto di scena racconta una storia di speranze infrante e ideali arrugginiti.
Il montaggio di Andy Jurgensen mantiene quel ritmo ipnotico e dilatato tipico di Anderson – questo non è un thriller action, è un dramma esistenziale che si prende tutto il tempo necessario per esplorare i suoi personaggi – ma introduce anche momenti di tensione pura, quasi hitchcockiana, quando la ricerca disperata di Willa si fa più urgente.
Jonny Greenwood: la colonna sonora come terzo protagonista di “Una battaglia dopo l’altra”
E poi c’è la musica. Jonny Greenwood, collaboratore fisso di Anderson ormai da Il petroliere (2007), compone una partitura che oscilla tra minimalismo ambient e dissonanze stranianti. Non ci sono temi eroici o momenti di catarsi orchestrale. Solo un tappeto sonoro inquieto, fatto di droni elettronici, chitarre preparate e archi nervosi che sottolineano lo stato mentale di Bob: tutto è potenzialmente minaccioso, nulla è quello che sembra.
La colonna sonora dialoga costantemente con il sound design, creando un’esperienza sonora immersiva dove spesso non capisci se quello che stai sentendo è musica diegetica, extradiegetica o semplicemente il rumore bianco della paranoia del protagonista.
Un film politico senza essere didascalico
Quello che rende “Una battaglia dopo l’altra” particolarmente rilevante nel 2025 è la sua capacità di parlare del presente attraverso il passato senza mai essere esplicito. Anderson non ci propina lezioni di storia o analisi sociopolitiche. Ci mostra semplicemente cosa succede quando gli ideali si scontrano con la realtà, quando la rivoluzione fallisce e i rivoluzionari devono fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni.
Il film pone domande scomode: cosa resta di una generazione che ha combattuto per un mondo migliore e ha perso? Come si convive con la violenza commessa in nome di un ideale? È possibile trasmettere qualcosa di valore ai propri figli quando il proprio passato è fatto di clandestinità e fughe? E soprattutto: chi sono i veri nemici in un’America sempre più divisa e incapace di fare i conti con la propria storia?
I difetti (pochi) di un’opera ambiziosa
Se proprio dobbiamo trovare dei limiti, “Una battaglia dopo l’altra” pecca forse di un’eccessiva lunghezza. Con i suoi 162 minuti, il film si prende delle libertà narrative che alcuni spettatori potrebbero trovare frustranti. Anderson non spiega tutto, lascia zone d’ombra, costruisce ellissi temporali che richiedono attenzione e pazienza.
Inoltre, il finale – che non spoilereremo – dividerà il pubblico. C’è chi lo troverà perfettamente coerente con il tono nichilista dell’opera, chi lo giudicherà troppo ambiguo o insoddisfacente. Ma questa, in fondo, è la cifra stilistica di Anderson: un autore che non cerca di compiacere, ma di provocare, interrogare, disturbare.
Anderson conferma il suo status di Maestro
“Una battaglia dopo l’altra” non è il film più accessibile di Paul Thomas Anderson, ma è probabilmente il suo più onesto. È un’opera matura, dolorosa, che guarda negli occhi il fallimento senza pietà ma anche senza cinismo. È un film su padri e figli, su rivoluzionari e traditori, su un’America che continua a fuggire dalle proprie contraddizioni.
DiCaprio offre una delle sue migliori performance degli ultimi anni. Penn e Del Toro aggiungono peso e credibilità. Ma il vero protagonista è Anderson stesso, che con questo film consolida ulteriormente il suo status di erede legittimo di Altman, Kubrick e tutti quei maestri che hanno usato il cinema non per intrattenere, ma per fare domande scomode.
Se siete fan del cinema d’autore americano, questo è un appuntamento imperdibile. Se cercate action e risposte facili, meglio rivolgersi altrove. Ma se volete vedere cosa può fare il cinema quando è nelle mani di un vero artista, “Una battaglia dopo l’altra” è esattamente dove dovreste essere il 25 settembre.
Perché alcune battaglie, dopo tutto, valgono la pena di essere combattute. Anche quando sai di averle già perse.
PERCHÉ VEDERLO:
- DiCaprio nella performance più coraggiosa della sua carriera
- Anderson torna al cinema politico con risultati straordinari
- La colonna sonora di Jonny Greenwood è un capolavoro
- Un cast all-star al servizio di una storia vera e potente