Come ogni giovedì eccoci a farvi degustare le nostre speciali miscele di caffè. In particolare quello di oggi ha il potere di rovesciare “la pesantezza nel suo contrario” per citare il nostro ospite, il bravissimo polistrumentista Fabio Biale.

Cercare di imbrigliare Fabio in una definizione sarebbe come cercare di imbrigliare il vento, per cui preferiamo lasciare alle sue parole il compito di raccontarvi qualcosa di più di questo straordinario artista figlio della nostra cultura, non solo musicale.

Secondo Fabio Biale la musica ha dei confini?

“La musica è una chiave che apre i cuori, non è un luogo comune, ascolti un brano e ti vengono le lacrime, la pelle d’oca. Eppure allo stesso tempo sono poche le espressioni artistiche che come questa sono in grado di dividere le persone. A chi piace il rock, a chi il pop, chi ama la classica, e tutti a guardarsi male. La musica è un cannone. I confini li spezza ma è una roccaforte con i suoi bastioni e le sue guarnigioni. E in questa guerra ci sguazzo con enorme piacere.”

Cosa rappresenta per te Django Reinhardt?

“Django è stata una scoperta improvvisa e inattesa come gli amori fulminanti. Quando frequentavo l’Università mi ero imposto il piacevole rito di comprare un disco ogni volta che passavo un esame ed è stato così che mi sono ritrovato con un suo cd fra le mani. Django per me rappresenta un mucchio di cose: libertà, coraggio, tradizione popolare, innovazione, swing, ritmo, melodia, stile. Stephane Grappelli, il suo violinista rimane un modello di suono, eleganza e fraseggio insuperati.”

Ascoltando l’album si capisce come tu non voglia assolutamente relegare la tua esperienza musicale ad un solo genere, il jazz, che però sembra essere la tua casa…. Da quale altro genere ti senti veramente rappresentato?

“Come dicevo poc’anzi è Django Reinhardt che ha rimesso in fila tutte le tentazioni musicali a cui mi sono lasciato andare negli anni. In realtà non sono un fanatico del jazz, mi piace, ne ho ascoltato parecchio, ma non sono un jazzista né un jazzomane. Il mondo che ho studiato meglio, dopo la formazione classica, è quello della musica tradizionale, suono e ascolto musica irlandese da molti anni, ho una band, i Liguriani, con cui portiamo, più spesso all’estero che in Italia, la tradizione folk della nostra regione. Ebbene, Django con l’anima gitana, il swing, un musicista di musica tradizionale che si fa plagiare dall’America, mi somiglia, lo sento un fratellone che mi ha insegnato un metodo di interpretazione di tutta la musica che mi gira intorno e una via per ributtarla fuori in maniera originale.”

A proposito di insegnamenti, ti piacerebbe insegnare a qualcuno il tuo sapere, trasmettere a nuove voci la tua esperienza di compositore e artista?

“Insegnare mi piace moltissimo. Del resto è l’altro lavoro della vita: insegno italiano alle scuole superiori e mi diverto da morire. Insegno anche musica ma meno frequentemente. Andrò proprio nei prossimi giorni in Germania a tenere un corso sul canto tradizionale italiano; una bellissima avventura che mi emoziona moltissimo. Non mi sono mai occupato di insegnare scrittura musicale, sia come autore sia come compositore ma è un’eventualità che vedrà presto la luce.”

Nel panorama italiano chi segui con interesse, sia tra i big che tra gli indipendenti?

“In Italia ci sono molti artisti che stimo, mi incuriosiscono Morgan, Cremonini, Dolcenera, Gazzè, Silvestri. Hanno un modo sperimentale ma estremamente melodico sul quale, ti confesso, mi piacerebbe tentare la carta del mio cantautorato e del mio violino.”

Perché scegli spesso di citare e fare riferimenti ad Italo Calvino?

“Sono un appassionato di letteratura e Calvino meglio di chiunque altro ha affrontato il tema della leggerezza che lui descrive in questo modo affascinante: dal sangue della Medusa, che trasformava chiunque la osservasse in pietra, era nato il cavallo alato Pegaso. La pesantezza si rovescia nel suo contrario.”

E infine: come prendi il caffè?

“Fuori casa macchiato caldo, poco zucchero. In casa, filtrato americano, amarissimo.”