Trama, trailer, recensione e video della presentazione in anteprima alla 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del film “Ezio Bosso. Le cose che restano”

Ezio Bosso. Le cose che restano: l'uomo oltre l'artista recensione trailer video conferenza stampa Venezia 78Presentata lo scorso 6 settembre in anteprima alla 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la pellicola diretta da Giorgio Verdelli, “Ezio Bosso. Le cose che restano”, prodotta da Sudovest Produzioni e Indigo Film, in collaborazione con RAI Cinema uscirà nelle sale cinematografiche italiane esclusivamente il 4,5 e 6 ottobre 2021 distribuito da Nexo Digital con i media partner Radio Deejay, MYMovies.it e Rockol.it.

Il docu-film rappresenta il racconto di una eccezionale storia umana, quella di Ezio Bosso (Torino, 13 settembre 1971- Bologna, 14 maggio 2020) grandissimo compositore e musicista italiano, la cui carriera è stata, nel panorama artistico, quanto di più atipico è possibile immaginare, sia dal punto di vista professionale che privato.  È stato contrabbassista, pianista, arrangiatore, compositore, direttore d’orchestra e raffinato divulgatore.

Bosso ha saputo creare una speciale commistione tra narrazione e musica,  e in questo film che racconta la sua eccezionale vicenda, è stato magistralmente ricreato il medesimo ibrido connubio, che svela al pubblico l’amore per l’arte, sentita come disciplina e ragione di vita, che il Maestro metteva in tutte le anime musicali della sue intensissima esistenza.

Il regista, come dichiarato anche durante la conferenza stampa di Venezia 78 (clicca QUI per vedere il video), sceglie di affidare il racconto allo stesso Bosso, attraverso le innumerevoli interviste audio  e video concesse nel tempo, dandogli, in tal modo, la possibilità di svelarsi agli spettatori facendoli  entrare nel proprio mondo e immaginario come in una sorta di diario. Grazie a tale espediente, il ritmo scorre fluido e spontaneo, la narrazione risulta stratificata creando un dialogo tra le varie età dell’artista in un continuo rimando tra immagine e sonoro.

 

Nel film vi è un’alternanza tra parole e musica, dove quest’ultima rappresenta la seconda voce dell’artista, passando attraverso i grandi concerti e le eccezionali rassegne internazionali , fino ad arrivare alla sfera più intima delle prove, dello studio e della ricerca stilistica .

È fortemente presente anche la Torino creativa degli anni Ottanta, grazie ai colleghi musicisti del Conservatorio, alla band degli Statuto, ai primi spettacoli  teatrali.

Nel documentario si coglie l’occasione per delineare un ritratto antropologico delle origini di Ezio Bosso, dalla sua nascita e crescita in un quartiere operaio composto quasi esclusivamente da immigrati, essendo infatti la sua famiglia l’unica piemontese di tutto il caseggiato.

Il racconto in prima persona del Maestro è sapientemente intrecciato alle parole della famiglia e alla musica, spaziando dalle prime composizioni fino ad arrivare ai grandi successi al Regio di Torino, all’Arena di Verona con i Carmina Burana, alla Fenice di Venezia, a piazza Maggiore a Bologna e alle prime colonne sonore registrate a New York e agli Abbey Road Studios di Londra.

Le testimonianze degli amici e colleghi di Bosso scaturiscono in maniera spontanea ed emotiva, mai didascalica, le interviste sono monologhi realizzati con movimenti di camera puliti, proprio per accentuare il senso di intimità, che queste persone avevano con l’artista.

Gabriele Salvatores, ad esempio, racconta del loro sodalizio artistico, spiegando allo spettatore, le vicissitudini umane del musicista,   così come Silvio Orlando, Paolo Fresu e tanti altri collaboratori, amici e addetti ai lavori si uniscono, permettendo di tracciare un quadro preciso e a tratti inedito della vita e dell’animo dell’artista.

Il regista Verdelli costruisce un film policentrico, basato su un accumulo di suggestioni sonore e sul costante dualismo voce-musica, fra i pensieri di e le composizioni del musicista. Riesce in questo modo a far dialogare momenti intimi e di grande amicizia con gli eventi più importanti della sua carriera (San Remo, Conferenza sul Patrimonio Culturale Europeo) e a far emergere quanto l’eccezionalità dell’artista e dell’uomo sia presente in pubblico come in privato.

La scelta di realizzare le interviste nei luoghi che hanno avuto uno stretto legame con la vita di Bosso, come la Cantina Bentivoglio di Bologna, Palazzo Barolo di Torino, l’Hotel Locarno di Roma, il pub e il ristorante da lui frequentati a Londra, il Teatro Comunale di Bologna, il Regio di Torino, Piazza Statuto a Torino, l’Area di Verona, l’Auditorium Santa Cecilia di Roma, hanno lo scopo di contestualizzare il mondo dell’artista e di disvelarlo allo spettatore, facendolo penetrare nel profondo di questo geniale essere umano.

Il film si pone, inoltre, l’obbiettivo di raccontare in modo lieve momenti forti che mostrano l’autoironica e estenuante lotta di Ezio Bosso con la malattia, oltre che la sua lotta con la musica, che si palesava nel dominare,  a ogni performance, gli strumenti,  grazie alla sua tempra e alla sua tecnica straordinarie.

Lo scavare tra i racconti di famiglia, foto, hard disk e l’immenso catalogo delle edizioni musicali delle sue opere, per la realizzazione di questo completo e bellissimo documentario, ha permesso di scoprire una composizione inedita, realizzata ma mai pubblicata dall’artista “The Things that Remain”, di cui trae origine il titolo del film, che vuol essere un ultimo messaggio di Bosso al proprio pubblico e a tutti gli uomini, perché come spesso dichiarava lui stesso “Ognuno si racconterà la propria storia, io posso solo suggerire la mia”.