Stefano corbetta caffèIl nostro “caffè con” di oggi è molto particolare, perché è stato curato dalla nostra “divoratrice” di libri, nonché scopritrice di veri e propri tesori nascosti: Francesca Prete. Infatti il nostro ospite è Stefano Corbetta, lo scrittore esordiente autore dello splendido romanzo “Le coccinelle non hanno paura“, Morellini Editore. Molto più di un’opera prima, un autentico gioiellino di narrativa, molto ben scritto e costruito. Scopriamo insieme a Stefano e Francesca qualcosa in più su questo splendido esordio.

Il tuo libro, Stefano, mi è entrato nella pelle, è arrivato al cuore e me lo ha scomposto in tanti piccoli pezzettini. Forse perché non è nella natura umana accettare la caducità della propria esistenza. Fatto sta che sei riuscito a tessere una storia meravigliosamente straordinaria nella sua semplicità. Quella di un uomo che gioca a scacchi con gli ultimi giorni della propria vita. Niente di melenso, niente di banalmente drammatico, oserei dire. Ma una danza lenta verso l’epilogo. Come ci sei riuscito?

“Be’, innanzitutto grazie per l’invito, sono davvero contento di poter scambiare due parole con te. Credo tu abbia colto un aspetto importante di questa storia, ossia il suo senso di liberazione. Il mio compito nel raccontarla è stato facilitato da Teo, il personaggio che qualche anno fa ha iniziato a farmi visita nella mia immaginazione. I personaggi, come diceva Flaubert, non si scelgono, ma si subiscono. È così è stato per me, io e Teo ci siamo incontrati, diciamo così. Gli ho dato spazio e lui ha iniziato a camminare, finché sulla sua strada è arrivata Arianna, la stella più luminosa che potesse incontrare, la donna che, come nel mito del labirinto, ha giocato un ruolo determinante. Sembrerà banale, ma è sempre importante ricordarlo: l’amore illumina e trasforma, e Arianna riesce ad amare Teo in una forma che forse oggi si sta perdendo. Per quanto riguarda la scrittura, ho cercato di lavorare per sottrazione, raccontare gesti, far parlare i personaggi senza intervenire con il mio pensiero, mostrare i loro sentimenti attraverso la semplice descrizione dei fatti. In questo modo forse la loro umanità ha preso vita in modo più convincente. Del resto non è forse vero che anche nella vita i gesti valgono più di tante spiegazioni?”

Mi ha molto colpita la frase “Le cose che abbiamo sotto gli occhi, non le guardiamo davvero”. Teo, prima della terribile notizia, era cieco davanti alla meravigliosa verità di ciò che è dato per scontato. Cosa consiglierebbe lui ora a un amico che vuole “vedere meglio”?

“Credo gli direbbe di provare a trattenere il respiro e guardarsi intorno mentre l’impulso di allargare i polmoni diventi insopprimibile. Lo scorrere del tempo è un punto centrale all’interno del romanzo, mi interessava indagare l’identità in relazione a questo, mostrare quanta ricchezza ci sia in ognuno di noi, anche se non sempre ce ne rendiamo conto.”

Mi sono fermata a riflettere sull’idea di fotografia come mezzo per rendere eterni i soggetti catturati ma, al tempo stesso, strumento per rubare loro un pizzico di vita. È vero. È proprio così. Fotografando un volto, un insetto o un panorama, ci appropriamo della sua essenza e lo consegniamo al futuro. Quando quel qualcosa semplicemente smetterà di essere, rimarrà su una carta stampata e sarà immortale. Sei un fotografo anche tu? La pensi come Teo?

“Io adoro fotografare, soprattutto in bianco e nero. Sai, c’è una bellissima frase che un personaggio di un racconto di Cortazar dice in relazione alla fotografia. “Tra i molti modi di combattere il nulla, uno dei migliori è quello di scattare fotografie”. E anche la frase di Robert Doisenau in esergo al romanzo va in questo senso. Teo scatta fotografie con i suoi occhi, non ha bisogno della macchina fotografica. Sì, la penso come Teo: una fotografia attraversa il tempo e ha il pregio di “spogliare” la realtà, mettendola a nudo per dirci sempre qualcosa in più. E poi, in ogni fotografia c’è sempre un segreto…”

Lo strazio di un amore che non si compie. Esiste qualcosa di più struggente?

“No, credo di no. Eppure anche in questo si nasconde qualcosa di immenso. L’amore tra Teo e Arianna si compie, dal mio punto di vista, e si compie nel modo più sublime, nonostante tutto.”

Amicizia è anche regalare una normalità a chi sa che non l’avrà più. Questo è il dono di Luca a Teo. Quel far finta di niente, quel comportarsi come se nulla fosse accaduto. Il soffocare il dolore, tenendolo confinato nel proprio cuore e travestendolo da sorriso scanzonato è probabilmente uno dei più grandi gesti d’amore. Cosa ne sarà di Luca quando non sarà più “Luca e Teo”?

“Questa è una domanda bellissima perché apre al futuro. Non ci avevo mai pensato in questi termini, ti ringrazio. Luca sarà un testimone. Il finale del romanzo dice molto di quello che Teo gli lascia. L’amicizia tra loro due è giocata sulla cifra del non detto, dentro a un ribaltamento di ruoli che nello svolgersi della storia ha un po’ sorpreso anche me. Del resto siamo soprattutto ciò che abbiamo vissuto e che nelle relazioni con gli altri abbiamo imparato. Elena, la compagna di Luca, darà alla luce un bambino. A un certo punto della storia lo vediamo attraverso un’ecografia morfologica e Teo gli parla. Ecco, in quelle parole c’è il senso più profondo del suo lascito.”

E infine la nostra domanda di rito: come prendi il caffè?

“Normalmente addolcisco il caffè con dello zucchero di canna e lo prendo spesso macchiato. Mi aiuta a stemperare la fame, ho sempre fame io.”