Il mio diario di viaggio alla scoperta dell’Identità salentina tra riti religiosi, folklore e tradizione. Inizia l’immersione nelle tradizioni del Salento con la prima puntata dedicata ad un piccolo comune dell’entroterra: Botrugno

Salento educational tour BotrugnoIl Salento custodisce tanti piccoli tesori fuori dai circuiti turistici più noti, da scoprire con calma, cura e amore. Perché la bellezza è una costante ricerca e sta anche nel voler conoscere i paesini più piccoli dell’entroterra, come Botrugno, che, a uno sguardo un po’ superficiale, potrebbero apparire poco ricchi di storia ma, per chi ha voglia di andare un po’ più in profondità, sa che non c’è niente di più sbagliato.

L’autenticità della gente che ti fa sentire a casa facendoti subito innamorare

La cosa migliore è immergersi nei piccoli borghi e paesini salentini guidati da persone del luogo, non solo perché sanno cosa val la pena mostrarti, ma perché hanno un valore aggiunto: trasmetterti la passione, l’amore, le sensazioni, la vita di quel posto.

E così è stato per noi fortunati partecipanti all’Educational tour “Identità salentina: riti religiosi, folklore e tradizione” che si è svolto dal 17 al 22 febbraio scorso.

Non importa se sono stati giorni di pioggia continua e umidità, noi/io abbiamo saputo apprezzare tutto quanto ci è stato mostrato perché in qualunque luogo ci recassimo abbiamo colto innanzitutto un elemento: quanto sono vere le persone, la grandezza della loro accoglienza, sempre, in ogni contesto. E questo significa già partire con il piede giusto, avvicinandoti alla scoperta di una regione per la quale provi subito un sentimento di amore e di appartenenza. Sì, perché il Salento è così: ti accoglie e ti dà tanto, tutto e tu non puoi che innamorartene al primo sguardo.

Botrugno: etimologia, stemma e un po’ di leggenda

Veniamo accolti dal sindaco di Botrugno, un piccolo paesino dell’entroterra a 39 chilometri da Lecce, che conta meno di tremila abitanti. Il termine “Botrugno” deriva dal dialettale “Vitrugna” che sembra prestarsi a diverse interpretazioni: può derivare da “botruomai”, foglia d’uva, a significare che il territorio era ricco di vigneti, oppure “Vitrugno” potrebbe essere stato introdotto dai Castriota nel XVII secolo e significherebbe “colono”.

Lo stemma di Botrugno è interessante perché presenta tre elementi che spiegano origine e indole dei botrugnesi. Il granchio raffigura la litigiosità e al contempo la determinazione della popolazione, il tralcio di vite richiama le antiche coltivazioni presenti sul territorio e la stella cometa indica la giusta strada e ha quindi valore di buon auspicio.

La leggenda narra che gli abitanti di Botrugno venissero definiti simpaticamente “ciucci” (asini) perché gli antichi contadini avevano usato dei tralci d’uva per costruire la fune alla cui estremità era legata la campana di una cappella. I grappoli d’uva che pendevano ancora da quei “sarmenti” attrassero un asino che cominciò a mangiarli facendo così suonare la campana. La popolazione, sentendo suonare a tarda notte una campana, accorse a vedere l’insolita e simpatica scena. Ecco che da allora i botrugnesi vennero definiti “ciucci”.

Il Palazzo Marchesale: un po’ di storia e la curiosità del frantoio ipogeo

Il nostro giro alla scoperta della comunità botrugnese comincia con il ritrovo nella piazza principale, piazza Indipendenza, sede del Palazzo Marchesale, che in origine doveva essere stato un castello medievale fatto erigere nel 1480 contro l’avanzata dei Turchi. È molto probabile che il Palazzo sia stato costruito dai Maromonte e poi passato ai Castriota per i restauri nel 1725 quando fu elevato il lungo balcone di chiara ispirazione barocca. Nel XIX secolo diventa sede dei Guarini e poi viene consegnato alla cittadinanza.

Palazzo Marchesale

La curiosità raccontataci dal sindaco? Sotto il Palazzo c’era un frantoio ipogeo, tipico della tradizione salentina, chiamato, per la precisione, il “trappeto”, a indicare delle grotte sotterranee scavate nel tufo o nella tipica pietra leccese. Ancora oggi i frantoi ipogei sono presenti in Salento e testimoniano un’antica arte di produzione dell’olio.

Piccola divagazione in merito: anche noi abbiamo avuto poi l’opportunità di visitare un antico frantoio ipogeo e per la precisione quello di San Cassiano ora inglobato all’interno della Caffetteria Ducale (www.caffetteriaducale.it).

Qui, dove il tempo sembra essersi fermato, scopriamo i caratteri tenaci dei botrugnesi

Torniamo alla nostra visita di Botrugno, dove, addentrandoci nelle quasi solitarie viuzze del paese, rimaniamo affascinati da una corte con case tipiche salentine: un tuffo al cuore, quasi uno scossone. Come spiegarlo? Un luogo dove il tempo pareva essersi fermato, eppure così carico di vita e di storie di vita. Abbiamo avuto due incontri molto fortunati con due signore del luogo, Addolorata e Antonietta, uscite dall’uscio di casa con il tipico fazzoletto in testa, per capire che cosa stesse accadendo. In effetti noi abbiamo invaso letteralmente il loro spazio con tutto il nostro fare foto e rumoreggiare.

Addolorata, lo stemma di Botrugno e le tipiche corti salentine

Eppure, dopo una forse iniziale diffidenza, le due donne si sono prestate non solo a fare foto, ma anche a raccontare un po’ delle loro vite: storie dure, di sofferenza ma vissute con amore, tenacia e amicizia. Così è accaduto che non volessimo più andarcene perché conoscere un posto non significa solo vederne le bellezze architettoniche, ma entrare in sintonia con quel luogo, carpirne i segreti, affondare nelle sue radici.

Profano e sacro: Bar dello sport e visita alla chiesa parrocchiale dello Spirito Santo

Ormai in ritardo sul rullino di marcia ci siamo diretti nel “cuore sacro” di Botrugno, ovvero nella piazza dove si trova la chiesa parrocchiale dello Spirito Santo, ma anche qui, prima di parlare di sacro, parliamo di profano (in realtà in questi luoghi le tradizioni intrecciano sacro e profano) e della nostra sosta, tra lo stupore degli avventori, a uno dei bar più vecchi della città: il mitico Bar dello sport che, dal 1930, è punto di raccolta di amici botrugnesi amanti del vino, del gioco delle carte e di barzellette in dialetto salentino. Sono bastati una decina di minuti per immergerci completamente nel clima “da amici del bar dello sport” e un brindisi è stato d’obbligo. Accoglienza, come dappertutto, calda e divertita… “Ma chi saranno questi qua che ci riprendono e continuano a fare foto?”. Strano effetto dobbiamo aver fatto ai botrugnesi amanti della vita semplice e verace.

Appena fuor dal bar ci fermiamo appunto nella piazza Guarini e, prima di entrare nella chiesa dello Spirito Santo, ascoltiamo il racconto della nostra guida, il direttore del Palazzo Marchesale, che ci racconta con passione e competenza della Torre dell’Orologio costruita nel 1843 con un orologio a quarti perché fortemente voluto dalla popolazione a differenza dell’amministrazione che lo avrebbe voluto a ore.

Sant’Oronzo: la venerazione del santo e le celebrazioni

Finalmente entriamo nella chiesa parrocchiale dello Spirito Santo e scopriamo subito che l’altare è dedicato a Sant’Oronzo. Ma non solo. La mia attenzione viene catturata da una testa decollata che è appunto quella di Sant’Oronzo. Ecco, adesso iniziamo a capire la venerazione del santo, patrono di Lecce ma anche della cittadina di Botrugno e venerato in tutto il Salento. La devozione al santo iniziò a diffondersi fra i botrugnesi intorno al 1656 e probabilmente è legato alla diffusione della peste nel Salento. La festa più importante è quella del 26 agosto quando si festeggia il santo in tutto il Salento con le luminarie che abbelliscono le strade, la processione con la statua, le bancarelle e i fuochi d’artificio. Ma a Botrugno si festeggia Sant’Oronzo Piccinnu (piccolo) anche il 20 febbraio, data in cui si ricorda quando il santo nel 1743 salvò la cittadina di Lecce dal terremoto. Purtroppo, anche se il Press tour prevedeva proprio la nostra partecipazione a questa ricorrenza, con la processione che avrebbe dovuto portare per le strade di Botrugno il capo decollato del santo, la celebrazione è stata annullata causa pioggia battente. Un vero peccato perché anche se abbiamo sentito i racconti della comunità botrugnese, non abbiamo potuto vedere con i nostri occhi questa tradizionale festa così tanto sentita dalla cittadinanza.

Visita alle chiese di Santa Maria dell’Assunta e alla Madonna di Costantinopoli

Una Chiesa che ha davvero meritato la nostra attenzione è Santa Maria dell’Assunta perché conserva ancora al suo interno un’abside affrescata databile al XIV-XV secolo ed è un’importante testimonianza dell’arte bizantina.

Ultima tappa delle nostre visite sacre è stata quella alla Chiesa ex conventuale della Madonna di Costantinopoli. Edificata, insieme al convento annesso nel Seicento, per volere del barone Tarquinio Maramonte e restaurata poi nel 1928 dal marchese Ignazio Guarini. Si presenta con una navata unica e altari barocchi. Nell’altare maggiore si trova un importante affresco della Madonna di Costantinopoli con Gesù bambino che benedice alla greca. L’iconografia della Madonna Odigitria ha una derivazione bizantina: in tale raffigurazione il bambino ha una posizione per tre quarti rivolta verso la Madre e nella mano sinistra tiene il rotolo della legge.

Alla base dell’altare dedicato a San Francesco sulla parete sinistra vi è il sarcofago contenente la scultura lignea del Cristo morto.

Il Museo civico delle Forze Armate merita una sosta

Assolutamente degna di menzione la visita al Museo civico delle Forze Armate ubicato nelle locali deposito del Palazzo Marchesale di Botrugno.

Frutto del lavoro certosino di due volontari appassionati della Seconda guerra mondiale, il Museo si presenta con un bellissimo allestimento e un ragguardevole numero di reperti: uniformi, fucili, elmetti, moto, radio, documenti cartacei. Una sezione è dedicata appunto alla Seconda guerra mondiale di cui una alla Marina e una all’Esercito, una all’Aeronautica e all’arma dei Carabinieri.