“After The Hunt” di Luca Guadagnino: l’analisi del thriller psicologico ambientato in un campus con Julia Roberts e Andrew Garfield. Un film scomodo su ambiguità e verità nell’era #MeToo

After The Hunt di Luca Guadagnino

AFTER THE HUNT, Photo Credit: Courtesy of Amazon MGM Studios

Luca Guadagnino che gira un thriller ambientato in un campus universitario? Dopo i teenager di “Call Me By Your Name”, i cannibali romantici di “Bones and All” e il triangolo erotico-tennistico di “Challengers“, il regista italiano più amato da Hollywood torna con qualcosa di completamente diverso. E soprattutto spiazzante. “After The Hunt” – presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 (cliccando QUI puoi vedere la videosintesi della conferenza stampa di Venezia con il regista e il cast) e ora in sala – è il film che nessuno si aspettava da Guadagnino. Zero sensualità languida, zero estetica patinata, zero comfort zone. Al loro posto: un thriller psicologico claustrofobico che si insinua sotto la pelle come una scheggia e non smette di fare male anche dopo i titoli di coda.

Con Julia Roberts in una delle performance più audaci della sua carriera, Andrew Garfield che sfida ogni simpatia del pubblico, e la rivelazione Ayo Edebiri (sì, quella di “The Bear“) a completare un trio esplosivo, “After The Hunt” è il film che accenderà dibattiti, dividerà il pubblico e farà parlare di sé per mesi.

Trama di “After the Hunt”

After The Hunt di Luca Guadagnino recensione

Photo Credit: Courtesy of Amazon MGM Studios

Alma Imhoff (Julia Roberts) è una professoressa di filosofia brillante, ambiziosa e a un passo dall’agognata cattedra. Ha costruito la sua carriera con metodicità chirurgica in un mondo – l’accademia universitaria – dove l’80% dei posti sono occupati da uomini. Ha imparato a essere più dura, più fredda, più inflessibile di chiunque altro.

Ma quando Maggie (Ayo Edebiri), la sua studentessa prediletta e figlia adottiva di uno dei maggiori donatori dell’università, bussa alla sua porta con un’accusa di molestie sessuali contro Hank Gibson (Andrew Garfield) – collega e vecchio amico di Alma – il castello di carte costruito con tanta cura inizia a vacillare. Perché Hank non è un estraneo per Alma. È qualcuno con cui ha condiviso molto, forse troppo. E quell’accusa rischia di far emergere un segreto sepolto nel passato di Alma, qualcosa che ha tenuto nascosto persino a se stessa per poter sopravvivere in quel mondo.

La notte in cui Hank sarebbe entrato nell’appartamento di Maggie non la vediamo mai sullo schermo. Ma ogni particella del suo fallout viene esaminata sotto una luce spietata: le reazioni, le strategie, le bugie che diciamo a noi stessi, i compromessi morali, le zone grigie che abitiamo senza volerlo ammettere.

La recensione: Guadagnino abbandona la seduzione per la provocazione pura

Guadagnino stesso l’ha dichiarato senza mezzi termini: voleva fare un film “sul presente”, su “quante verità esistono” e su “chi decide quale sia quella giusta”. La domanda che attraversa “After The Hunt” non è “cosa è successo davvero quella notte?” ma “chi ha il diritto di definire la verità?”.

È cinema hitchcockiano – il regista cita esplicitamente il maestro del brivido – ma applicato a tematiche che negli ultimi anni hanno incendiato il dibattito pubblico: consenso, cancel culture, responsabilità istituzionale, potere nelle relazioni accademiche, trauma e memoria.

Il risultato è un film che rifiuta ostinatamente di darvi risposte facili. Ogni personaggio costruisce il proprio universo morale, confeziona la propria verità, maschera le proprie ambiguità. E Guadagnino, da vero autore provocatore, non giudica nessuno di loro. Li osserva tutti con la stessa attenzione clinica, lascia esporre loro le proprie ragioni, li segue mentre scavano le proprie fosse.

Una struttura narrativa labirintica (nel senso migliore)

After The Hunt di Luca Guadagnino trailer ufficiale italiano

Photo Credit: Courtesy of Amazon MGM Studios

La sceneggiatura di Nora Garrett – al suo debutto assoluto, cosa che rende il tutto ancora più impressionante – è un meccanismo a orologeria dove ogni rivelazione ne apre altre dieci. Non siamo nel territorio del plot twist facile, ma in quello molto più insidioso dell’ambiguità crescente.

Il film inizia come un campus drama classico, si trasforma in thriller d’accusa, poi vira verso il dramma matrimoniale, tocca la commedia nera dell’accademia (le scene di peacocking verbale tra professori sono esilaranti e strazianti insieme), e finisce in un territorio così moralmente complesso che uscite dalla sala con più domande di quando siete entrati.

E questo, amici, è cinema che funziona.

Julia Roberts come non l’avete mai vista (e probabilmente mai la rivedrete)

Photo Credit: Courtesy of Amazon MGM Studios

Parliamoci chiaro: Julia Roberts è Cinema con la C maiuscola. Quattro nomination agli Oscar, tre Golden Globe vinti, una carriera costruita su quel sorriso da milioni di dollari e quella capacità unica di rendere adorabile qualsiasi personaggio.

Bene, in “After The Hunt” Roberts fa esattamente l’opposto. Alma Imhoff è fredda, calcolatrice, emotivamente blindata. Non cerca la vostra simpatia. Non vi invita a entrare nel suo mondo interiore. È una donna che ha imparato che mostrare debolezza significa morte professionale, e che per questo ha sacrificato pezzi di sé senza nemmeno accorgersene.

“È sempre la persona più intelligente della stanza”, dice la stessa Julia Roberts del suo personaggio. Cosa che trapela dalla precisione chirurgica con cui Alma controlla ogni conversazione, dal modo in cui modula la propria persona a seconda di chi ha davanti (l’Alma con il marito è diversa dall’Alma con Hank, che è diversa dall’Alma con Maggie), dalla prontezza con cui sposta le pedine sulla scacchiera quando sente il pericolo avvicinarsi.

È una performance che gioca sul controllo e sulla sua graduale perdita. E Julia Roberts – abituata a interpretare eroine calde, vulnerabili, immediate – qui fa qualcosa di tecnicamente sbalorditivo: ci mostra una donna che si è costruita una corazza così spessa da dimenticare cosa c’è sotto.

Andrew Garfield nel ruolo più rischioso della carriera

Se Roberts abbandona il calore che la contraddistingue, Garfield fa qualcosa di ancora più audace: interpreta un uomo accusato di molestie sessuali chiedendovi di… cosa, esattamente? Non di assolverlo. Non di condannarlo. Ma di riconoscere che anche lui è umano, fallibile, capace di auto-inganno quanto tutti gli altri.

Hank Gibson è costruito da Garfield come un personaggio estremamente ambiguo. È il professore cool che chiama gli studenti per nome, che abbatte le gerarchie, che si tatua simboli filosofici e porta l’anello al pollice. È anche qualcuno con una storia di “flirtiness”, di confini poco chiari, di amicizie che scivolano in qualcosa di più ambiguo.

Ha fatto quello di cui è accusato? Il film non ve lo dirà mai. E Garfield interpreta questa incertezza con una maestria che fa male: lo vedete convincente sia quando nega con indignazione ferita, sia quando mostra crepe nella propria narrazione.

“Hank è vanitoso, narcisista, qualcuno che quando si sente attaccato ingiustamente sa evocare una rabbia giustificata”, spiega Garfield. “Ma se quella rabbia sia davvero giustificata è un’altra questione”.

È il tipo di ruolo che può distruggere un attore – troppo simpatico e tradisci il tema, troppo odioso e perdi la complessità. Garfield cammina su quel filo con l’equilibrio di un funambolo olimpionico.

Ayo Edebiri: dalla cucina di “The Bear” al campus di Yale (e che salto)

Photo Credit: Courtesy of Amazon MGM Studios

Se conoscete Ayo Edebiri per il suo Sydney Adamu in “The Bear” – la sous-chef nervosa, vulnerabile, piena di ansie e talento – preparatevi a un reset completo. Maggie Resnick è tutt’altro animale.

Figlia adottiva nera in una famiglia bianca ricchissima, studentessa brillante che sente sempre di dover dimostrare qualcosa in più, discepola devota che proietta su Alma una devozione quasi filiale. Maggie è un groviglio di privilegi e marginalizzazioni, di sicurezze apparenti e fragilità nascoste.

Edebiri – già vincitrice di Emmy, SAG e Golden Globe per “The Bear” a soli 29 anni – porta in Maggie quella stessa capacità di far convivere tensioni opposte. La guardate e capite perché Alma ne è attratta (l’intelligenza, l’ambizione, l’intensità) ma anche perché ne ha paura (l’ossessione, l’aspettativa, la richiesta impossibile di essere salvata).

“Maggie indossa sempre un costume”, dice Edebiri. “Si veste in un certo modo per essere vista in una certa luce, per sentire che sta assimilando, anche se la realtà è diversa”. È una performance di strati e maschere, perfetta per un film ossessionato dall’impossibilità di conoscere davvero qualcuno.

Il cast di contorno che non è mai “di contorno”

Michael Stuhlbarg nel ruolo di Frederik, marito di Alma, è la cosa più vicina a un cuore pulsante che questo film abbia. Psichiatra devoto quasi ossessivamente alla moglie, Frederik vede in lei qualcosa che nessun altro vede (o che Alma stessa non vuole vedere). Stuhlbarg – alla quarta collaborazione con Guadagnino – porta una dignità trattenuta che spezza il cuore.

Chloë Sevigny (alla terza con il regista dopo “We Are Who We Are” e “Bones and All”) è quasi irriconoscibile nella parte della Dr. Kim Sayers, modellata fisicamente e vocalmente su pensatrici pubbliche come Judith Butler e Fran Lebowitz. È la voce della generazione precedente che guarda sgomenta ai cambiamenti del campus contemporaneo, e Sevigny le dà un mix di acidità comica e tristezza esistenziale che è puro oro cinematografico.

La regia: Guadagnino abbandona la patinatura per la claustrofobia

Se i film precedenti di Guadagnino erano fatti di luce dorata, corpi in movimento, estetica da rivista patinata, “After The Hunt” va nella direzione opposta. È un film claustrofobico, fatto di interni soffocanti, illuminazione che crea ombre perpetue, un senso costante di trappola che si chiude.

“Come imprimi un’ombra di dubbio in ogni frame?”, si è chiesto Guadagnino citando Hitchcock. E ci è riuscito: dal primo all’ultimo minuto, il film vi tiene in uno stato di allerta e incertezza nervosa che non vi lascia mai rilassare.

Il ritorno leggendario di Malik Hassan Sayeed

La cinematografia è opera di Malik Hassan Sayeed, nome che farà sobbalzare i cinefili: dopo 25 anni di assenza dal cinema (l’ultimo film era stato “Clockers” di Spike Lee nel 1995!), Sayeed è tornato dietro la macchina da presa solo per Guadagnino.

E si vede perché il regista l’ha inseguito per anni. La fotografia di “After The Hunt” è un capolavoro di lighting psicologico. Girato in pellicola per quella ricchezza e luminosità che il digitale non riesce a dare, il film respira attraverso luci che raccontano gli stati d’animo: i chiaroscuri negli interni dell’appartamento di Alma, la luce fredda degli uffici universitari, il buio notturno che nasconde più di quanto riveli.

Sayeed ha studiato Gordon Willis (“Il Padrino”) e Sven Nykvist (il Bergman di “Grida e sussurri”), e quella formazione si coglie in ogni inquadratura. “Non ho mai visto nessuno con istinti così precisi per l’illuminazione”, dice il produttore Allan Mandelbaum. E quando vedrete il film capirete perché.

La colonna sonora di “After The Hunt”

È la quarta collaborazione tra Guadagnino e il duo Trent Reznor & Atticus Ross (doppi Oscar per “The Social Network” e “Soul”), e forse la più inquietante. Niente elettronica pulsante come in “Challengers”. Niente romanticismo oscuro come in “Bones and All”. Qui, Reznor e Ross hanno costruito una partitura frammentata, fatta di note di pianoforte dissonanti che “sottolineano la domanda: crediamo a questa persona oppure no?”, spiega Guadagnino.

È un tema del dubbio che parte dalla prima scena e continua a espandersi, mutare, contaminarsi. Accanto alle loro composizioni originali, il film usa strategicamente musica pop (The Smiths, Morrissey, The National) e compositori contemporanei come György Ligeti e John Adams.

Il risultato è una colonna sonora che non ti lascia mai rilassare, che lavora a livello subliminale per tenerti in uno stato di allerta costante. È disagio sonoro nel senso migliore del termine.

Conclusione: un film necessario, scomodo, impossibile da ignorare

“After The Hunt” è cinema che divide. Non è fatto per piacere a tutti, e Guadagnino lo sa. È fatto per provocare, disturbare, costringere a conversazioni difficili. Alcuni lo ameranno per il coraggio di non dare risposte, per quella fiducia nel pubblico di saper gestire l’ambiguità. Altri lo odieranno proprio per lo stesso motivo, sentendosi “manipolati”, frustrati, lasciati senza catarsi. Ma è impossibile rimanere indifferenti. È un film che esige una reazione, che vuole il vostro coinvolgimento attivo, che rifiuta la passività dello spettatore. Non cerca di piacere, non pretende di risolvere, cerca piuttosto di provocare un pensiero costringendoci a confrontarci con la complessità irriducibile dell’essere umani.

“After The Hunt” è al cinema dal 16 ottobre distribuito da Eagle Pictures. Preparatevi a discutere. A lungo.