L’autore Piero Campanini svela il suo romanzo sull’emancipazione femminile e la forza delle imperfezioni, “L’imperfetta calligrafia dell’amore”. L’amore nasce dalla vulnerabilità? Scopri l’intervista
C’è un punto in cui la fragilità diventa potenza, dove l’imperfezione smette di essere una crepa e diventa una firma. È lì che si muove “L’imperfetta calligrafia dell’amore“, il romanzo di Piero Campanini che parla di corpi, parole e libertà come se fossero la stessa cosa. Tra le pagine, la voce di Leda – adolescente segnata da una lieve malformazione e da una sensibilità feroce – si fa portavoce di chi ha imparato che l’amore non guarisce, ma rivela.
Campanini scrive come un pittore: ogni frase è una pennellata che restituisce la bellezza dei difetti, la luce che si nasconde nelle crepe. C’è un punto di luce che attraversa l’ombra in ogni pagina di “L’imperfetta calligrafia dell’amore”. Il romanzo conduce nel mondo di Leda, un’adolescente segnata da una lieve malformazione e dalla sensibilità acuta, che la spinge a cercare la propria emancipazione attraverso le imperfezioni.
Nell’intervista che segue, Piero Campanini ci racconta la nascita di Leda, il potere liberatorio della scrittura, il coraggio dell’imperfezione e la verità più disarmante di tutte: che la vulnerabilità è la forma più radicale di forza.
️Un dialogo sull’amore, sull’arte e sul coraggio di non chiedere scusa per la propria unicità.
Come sei arrivato a concepire il personaggio di Leda, un’adolescente con una malformazione fisica e un destino che sembra già scritto? Quali aspetti della sua personalità ti hanno spinto a raccontare la sua storia?
“Leda è nata dalla considerazione di quanto sia rilevante l’adolescenza e come, in quel breve tempo di maturazione, venga deciso ciò che siamo destinati a essere. La malformazione di Leda è dunque simbolica, non solo fisica: è la forma visibile di una immaturità, di una distonia interiore, l’imperfezione che ci spinge vulnerabili verso la propria evoluzione.
Ho sentito il bisogno di raccontare la storia di Leda che non chiede di essere guarita, ma di essere compresa. Leda è una ragazza che cerca l’amore senza travestirsi da ciò che il mondo si aspetta da lei, diventando nel suo raccontarsi lo specchio di tutti noi, di chiunque abbia avuto paura di non essere “abbastanza” per sé stesso.
Scrivendo di Leda mi sono ispirato a quella generazione di scrittrici proto-femministe, dei primi del 900, che hanno posato le fondamenta (in Italia) per una nuova coscienza femminile moderna. Mi riferisco a Sibilla Aleramo, a Grazia Deledda, Ada Negri e in particolare a Mura che molto amo. Ho avuto quindi conferma che la vera forza non sta nel correggere le proprie ferite ma nel trasformarle dando loro forma, come fossero un vestito nuovo, ovvero il proprio modo originale e unico di presentarsi al mondo e di esistere”.

La scrittura sotto dettatura del barone diventa per Leda un’occasione di scoperta e crescita. Come pensi che la scrittura possa essere uno strumento di emancipazione e auto-scoperta per i personaggi?
“La scrittura, nel mondo di Leda, è una forma di disobbedienza dolce. Quando il Barone le detta le proprie lettere per l’amata, lei apparentemente obbedisce, ma in realtà ascolta qualcosa di più profondo, inizia a esplorare il mondo adulto e i respiri e i turbamenti che questi comporta. È in quel momento che Leda inizia a esistere per davvero e non più solo come strumento del Barone, ma come autrice e interprete del mondo.
Immagino la scrittura come un atto di liberazione silenziosa. Non perché ci libera da noi stessi, dalle nostre paure, dalle maschere che indossiamo per sopravvivere ma, come accade a Leda, perché ci fa scoprire che possiamo lasciare un’impronta nella voce altrui, inserendoci in un dialogo che cambia chi scrive e chi legge, una forma di comunicazione intima e di condivisa metamorfosi”.
La relazione tra Leda e Gabriele è un elemento centrale del romanzo. Come hai lavorato per creare un rapporto credibile e profondo tra i due personaggi?
“Ho cercato di non costruire una storia d’amore, ma di lasciarla nascere spontaneamente. Leda e Gabriele non si innamorano come nei romanzi che promettono salvezza reciproca, semplicemente si riconoscono, si vedono per ciò che sono davvero, senza filtri: due fragilità, due imperfezioni che si accolgono.
Per renderli credibili, ho evitato di forzare Leda e Gabriele dentro un binario narrativo. Ho cercato di lasciarli respirare, sbagliare, allontanarsi, riprendersi e desiderarsi in modo imperfetto. Ho lavorato sui silenzi, sugli sguardi, e ancor più sui dialoghi e gli inciampi che provocano tra loro. Ho ambito di far capire al lettore, e ancor prima a me stesso, che l’amore non nasce dal bisogno di essere amati, ma dal coraggio di mostrarsi vulnerabili all’altro. Credo che questo sia ciò che rende un rapporto davvero profondo e autentico”.
Il tema della bellezza e della deformità è presente in modo significativo nel romanzo. Secondo Piero Campanini la società può influenzare la percezione di sé stessi e della propria bellezza?
“Viviamo in una società che ama la simmetria, dimenticando che la vita è perlopiù fatta di dissonanze. Ci viene insegnato che la bellezza è una virtuosa questione di proporzioni, quando invece è soprattutto presenza, lo star dentro la propria naturale imperfezione senza provarne limite e vergogna.
Nel romanzo, più volte Leda si confronta con chi la giudica, con chi la misura e la classifica esteticamente. La svolta avviene quando lei smette di dare importanza a tutto questo, ai pregiudizi e persino alle superstizioni che l’assillano. È allora che la sua indole si rivela e diventa la scrivente della propria vita, lasciando che la bellezza sbocci per diventare “intensità””.
Cosa credi che il concorso “Una storia per il cinema” possa offrire agli autori in termini di opportunità di crescita e sviluppo professionale?
“Un concorso come “Una storia per il cinema” è, prima di tutto, un punto d’incontro tra la parola e l’immagine, tra chi scrive e chi “vede” un corpo visivo in quella scrittura. Per un autore è un’occasione preziosa per interpretare quel che vuole raccontare attraverso un altro linguaggio, una forma diversa di scrittura, forse più emotiva e immediata, che raccoglie in sé tutte le altre forme d’arte conosciute: fotografia, musica, recitazione…
Tornando a noi, concorsi come “Una storia per il cinema” offrono un orizzonte di confronto tra autori, registi, lettori, giurie, e sono un invito a uscire dal proprio guscio letterario per mettere la storia in viaggio; e ogni viaggio, se autentico, non solo cambia il destino del racconto, cambia anche chi lo ha scritto.
Ultima nota che giustifica cosa mi ha spinto a iscrivere “L’imperfetta calligrafia dell’amore” a “Una storia per il cinema”, sono state le molte recensioni avute dal romanzo, dove alcuni hanno descritto il piacere riscontrato in una stesura agile e leggera, capace di far “vedere” la storia visualizzarsi nella propria mente.
Ho inoltre ritenuto che “L’imperfetta calligrafia dell’amore” fosse un romanzo adatto alla trasposizione cinematografia, anche per un altro importante motivo: perché s’innesta nell’attuale e importante filone di produzioni di film a sostegno dell’emancipazione femminile, alla resilienza delle donne per il conseguimento dei diritti che le spettano, alla necessaria e urgente “cura” delle imperfezioni sociali che ancora affliggono la nostra comunità”.
L’attività di Piero Campanini è soprattutto quella di artista, da alcuni anni infatti propone opere che vengono esposte in eventi artistici e gallerie, alcuni di questi sono stati dedicati alle donne (Veneri Millenarie, Donne per le Donne…). Attività artistica che è visibile sul suo sito ufficiale cliccando QUI.