alessandro mariOggi per il nostro Caffe con… abbiamo con noi Alessandro Mari, uno scrittore di talento al suo quarto romanzo dopo il successo di Troppa umana speranza che gli è valso il Premio Viareggio per la narrativa nel 2011. Alessandro Mari, classe 1980, è anche traduttore e insegnante, dopo esserne stato allievo, alla Scuola Holden di Torino.

Lo abbiamo incontrato il 1° settembre a un giorno dall’uscita del suo ultimo lavoro Cronaca di lei alla Fondazione Feltrinelli a Milano, dove ha presentato il libro in diretta Facebook alla presenza di giornalisti, blogger e influencer. Noi di Lifestylemadeinitaly.it siamo riusciti a “intercettare” Alessandro Mari prima dell’inizio della presentazione. Ecco quello che ci siamo detti.

Ricevere un premio come il Viareggio per Troppa umana speranza ha cambiato qualcosa nella tua vita di autore? Ha poi influenzato il tuo modo di scrivere?

“Nel mio caso no. È un riconoscimento e quindi una persona è contenta che il proprio lavoro venga riconosciuto, perché in realtà scrivere è un lavoro di solitudine, si sta da soli per molto tempo e poi, improvvisamente, quando il libro viene pubblicato diventa un lavoro pubblico. Questo significa stare fuori, incontrare le persone e non è sempre facile quando magari uno ha passato 4-5 anni chiuso a scrivere il libro e poi, di colpo, c’è il pubblico.

Dal punto di vista della stima e dell’amor proprio non cambia il rapporto che hai con te stesso perché la scrittura viene prima di te. Certo vincere un premio può aiutare a essere più conosciuto, a far sì che il tuo libro sia più letto e paradossalmente ti aiuta a far meglio il tuo mestiere. Perché per raccontare una storia ci vuole qualcuno che l’ascolta. Indubbiamente c avendo vinto un premio si sottolinea la qualità letteraria, però per me non è cambiato nulla in realtà. Soffro e mi diverto ora scrivendo allo stesso modo di prima”.

Avevi deciso sin da piccolo “farò lo scrittore” o è stato un caso? Come è iniziata questa avventura per Alessandro Mari?

“No anzi ero discretamente un cretino con la lingua italiana diciamo fino alla fine del liceo, però va detto che quello che fa un narratore, e che io ho sempre avuto, è avere la passione per le storie, quelle raccontate. E così pian piano ho scoperto le mie predilezioni e la lettura mi ha introdotto alla scrittura. Avevo in mente una storia, era una storia gigantesca, nel senso che il mio primo romanzo sono 900 pagine sull’unità d’Italia, un momento particolare del nostro Paese. C’è voluto molto per scriverla, ma ho creduto fin dall’inizio che valesse la pena raccontarla”.

Lo scrittore per te è un mestiere o è un atto puramente creativo?

“Io credo che sia parte talento – su cui io non potrei discutere nel senso che non sta a me dire se ce l’ho o meno -, ma con più o meno facilità si possono mettere le parole in fila per creare una storia, e in parte mestiere. È mestiere nel senso che deve esserci grande disciplina, lavorare cioè tutti i giorni di bottega, come in una bottega del ’500 dove si fanno i disegni. Devi lavorare pian piano e superare quei momenti in cui non ti senti all’altezza con disciplina”.

Lavori tante ore al giorno? Hai un andamento regolare nella scrittura?

“No, dipende, ci sono fasi. Ci sono giorni in cui non scrivo ma penso a quello che dovrò scrivere e ci sono giorni in cui scrivo 12-13 ore. Dipende moltissimo da come ti senti, dal punto in cui è la storia”.

Arriviamo al tema del libro, lo sport, la boxe. Perché hai scelto la boxe? È uno sport che ti piace particolarmente o c’è un richiamo nella tua vita a questo sport?

“In generale lo sport a me piace, in particolare l’agonismo, dove si intende che una persona fa un atto sportivo pubblico. Per me c’è molta nobiltà nel gesto sportivo. Sono stato sportivo nella vita e mi piace proprio l’etica dello sport. Trovo che ci sia qualcosa di simile tra i pugili e gli scrittori: anche loro si allenano da soli per lunghi mesi tutto per un solo evento, come per un libro, e sono là, in pubblico, da soli, in un recinto di corde. Tu li vedi ma non sono vicino a te, sono quasi nudi davanti a un pubblico che grida. Questa cosa mi affascina moltissimo. E poi, nel caso di questa storia, racconti di una donna che lavora con il corpo, perché è un’aspirante modella, e anche di un uomo, il pugile, che lavora con il corpo. Sono due corpi esposti, con un risvolto molto filosofico. Non è un caso che la boxe sia uno degli sport più raccontati dalla letteratura perché tutti noi prendiamo pugni dalla vita, tutti noi cadiamo. Questa cosa è interessante dal punto di vista filosofico perché anche se uno non fa pugilato può capire lo stesso il racconto di una persona da sola con la vita che lo prende a pugni. Quanti pugni vuoi prendere prima di cadere? Davvero hai voglia di rialzarti e di pugni non ne vuoi più prendere?  Succede a tutti noi nella vita normale: la vita ci tira un sacco di colpi. La protagonista della storia ne ha presi altrettanti. E quindi mi è venuto grossomodo naturale utilizzare lui come compagno di lei e in più lo scrittore che accompagna, che è testimone di questo racconto. All’inizio lo scrittore accetta perché gli conviene, gli danno dei soldi per scrivere la biografia di un pugile famoso, ma poi si accorge che ci sono delle similitudini, dei punti di contatto e ne è affascinato. A me piace guardare le cose davvero, non fermarmi a come siamo abituati a raccontarcele le storie. In quel caso lì la boxe mi sembrava funzionasse, così come tutto quello che c’è dietro la boxe che è come un’azienda. Quando sei un campione planetario entrano in gioco delle dinamiche che hanno poco a che fare con lo sport. Ci sono molte cose attorno al gesto sportivo, molte cose attorno al gesto della scrittura, molte cose attorno al corpo di una ragazza. E mi sembravano tutti universi che potessero comunicare”.

So che sei stato prima allievo e ora insegnante della Scuola Holden. Secondo te si può sia imparare a scrivere sia insegnare a scrivere?

“Allora questo è un argomento sempre molto chiacchierato… Il talento non si insegna, però attenzione: il talento si può accelerare. O si può trovare un mestiere vicino a quello per cui si è studiato. Stare alla Holden, dover dialogare con i ragazzi sulla scrittura e con gli altri maestri costringe me a ragionare sulla scrittura e questo mi migliora come scrittore. Io faccio anche il traduttore come mestiere: la traduzione mi migliora perché è un lavoro costante di stile. E allo stesso modo ragionare su come è fatto un oggetto narrativo insieme ai ragazzi a scuola e ad altri insegnanti mi aiuta.

La Holden fa una buona selezione, noi facciamo il massimo che si può fare, però dipende tutto da chi arriva. Siamo molto realisti: vengono un sacco di professionisti dell’editoria a dire quali sono le prospettive reali, che cosa si può fare e che cosa non si può fare, raccontano cosa guadagnano gli scrittori, quante copie si vendono e come va il mercato. Non prendiamo in giro nessuno”.

Come bevi il caffè?

“Caffè americano durante la mattinata come se fosse una tisana, raramente la sera, se lo bevo, un decaffeinato”.