intervista con renzo rubino

Come già anticipato dal nostro IT Blogger, Roberto Teofani ( qui ) abbiamo avuto il piacere di sorseggiare un caffè in compagnia di Renzo Rubino. Un ragazzo dal viso pulito, capelli arruffati, tonnellate di passione ed energia, una personalità che lo contraddistingue.

Fare musica non è affatto semplice, ma lui ci riesce con la grazia di un bambino che gioca. Ci prende per mano e ci porta nei pomeriggi a casa della nonna, con un pianoforte scassato, con sole quattro note. Pochi strumenti che non gli impedirono di comporre già qualcosa. Da grande, le cose non stanno diversamente, definisce la musica il suo più grande giocattolo. I suoi occhi brillano quando parla di quello che fa: ricerca, divertimento, voglia di conoscere e conoscersi… ma non definitilo un mestiere, il suo.

Passiamo subito alle tante domande che gli abbiamo posto…

Renzo, in questo periodo sei impegnato nella trasmissione di Fabio Fazio “Che fuori tempo che fa”: la canzone di Tenco “Lontano lontano” che hai interpretato nella prima puntata, è stata una scelta tua o di Fazio?

«Ci abbiamo pensato insieme, perché nella prima puntata ci stava benissimo poiché si parlava di Walter Bonatti, il fotografo dei “grandi spazi”; il fatto che lui fosse un viaggiatore, un esploratore, un ricercatore, un fotografo, lo portava sempre lontano dai suoi affetti. Bonatti era anche legato ad una storia d’amore ma questo lo sappiamo in pochi. Lo sanno i familiari che hanno visto la puntata e hanno apprezzato molto.
Quindi la scelta di Tenco come apertura per la prima puntata di “Che fuori tempo che fa” era perfetta perché anche lui come Bonatti era sempre lontano
».

A te piace Tenco?

«Ma certo tantissimo, è sicuramente uno dei miei cantautori preferiti, perché riusciva a raccontare le cose con dolcezza, semplicità, romanticismo ma con una forza pazzesca, senza fare grossi ghirigori musicalmente parlando».

Tenco è legato alla storia di San Remo, e anche tu hai vissuto l’esperienza sanremese…

«Sappiamo com’è andata la sua storia, ma parliamo della parte bella, del successo che ha avuto su quel palcoscenico e quindi sì, c’è un legame anche per questo ma è involontario».

L’arrangiamento di “Lontano lontano” a “Che fuori tempo che fa” lo hai fatto tu?

«Si con il mio staff di lavoro capitanato da Marcello Faneschi, abbiamo curato il disegno degli archi che è un po’ il segno distintivo di tutte le mie esibizioni. Perché gli archi e il pianoforte, sono i miei strumenti, quelli che mi rappresentano di più, quelli con cui riesco a parlare meglio in musica.
C’era la possibilità di fare delle esterne e ovviamente ho chiamato i miei amici musicisti: Andrea Libero Cito e Andrea Beninati , che suonano con me durante i concerti e le persone che lavorano con me, gli arrangiatori, Marcello Faneschi, che è un ragazzo di 70 anni, che ha lavorato un po’ con tutti da Ciampi a Modugno e ora lavora con me. Per me è una gran fortuna, lui ha fatto anche gli arrangiamenti di “Non arrossire” a San Remo dell’anno scorso.
Si chiama Faneschi ma noi lo chiamiamo “er Fiabe” , Fiabeschi è come Disney.
Gli arrangiamenti di queste 4 puntate di “Che fuori tempo che fa” sono curate da lui e da Andrea Rodini mio manager e direttore artistico, che è il mio classico staff di lavoro»
.

Dal tuo lavoro traspare la tua passione per la musica e il fatto che dietro tutto ciò che fai c’è uno studio e non improvvisazione. 

«Si perché nelle mie performance è tutto studiato e niente è lasciato all’improvvisazione. Secondo me affinché le cose vengano fatte in un certo modo ci deve essere sempre uno studio musicale, artistico, ci deve essere un pensiero ben preciso, almeno io preferisco fare così perché so che il risultato è migliore. Mentre al giorno d’oggi nella musica c’è un po’ troppa improvvisazione, si è un po’ tralasciata la parte tecnica».

Com’è nata la tua passione per la musica? 

«Ho cominciato con il pianoforte “scassato” che stava a casa di mia nonna. Quando sei bambino e hai a disposizione un pianoforte, per te è il giocattolo più grande che potresti avere. Ricordo che il pianoforte scassato aveva funzionanti 4 note centrali, e quindi ho composto una canzone su queste 4 note che faceva “tararararararara” ma era già una prima composizione, era l’unica che potevo fare con 4 note.
Quindi per me era il giocattolo più grande e giocavo, giocavo. Ancora oggi per me la musica è una valvola di sfogo, è il giocattolo più grande e infatti mi preoccupo quando comincio a pensarlo come un lavoro, perché non va bene, non è la cosa giusta, si diventa poco spontanei, deve essere necessariamente un gioco, una ricerca, una voglia di scoprire e scoprirsi
».

Hai mai pensato di fare qualcosa di diverso dalla musica? 

«In realtà volevo fare altro, volevo fare teatro, l’attore, infatti a 18 anni ho provato ad iscrivermi al Centro sperimentale di cinematografia, ma sono stato scartato. Prima avevo fatto teatro dagli 11 ai 20 anni, in giro con la mia compagnia teatrale e la cosa mi piaceva tantissimo, il fatto di poter essere altro, trasformarmi era un altro gioco divertente. E poi mi permetteva di scoprire i miei limiti e di sentire il pubblico. Quando stavo sul palco c’era un rapporto di empatia pazzesco, mi piaceva moltissimo e soprattutto vedevo che piaceva al pubblico e questo ha fatto crescere il mio ego; poi a 18/19 anni quando ho lasciato la mia compagnia teatrale per provare ad andare fuori, ho ricevuto il primo schiaffo: perché ho avuto appunto il mio primo no dal Centro sperimentale di cinematografia e questo mi ha profondamente segnato. Da lì ho capito che fare teatro non è assolutamente un gioco, ci vuole studio, dedizione, impegno, lavoro, ricerca, anche per la musica, ma allora non ero pronto a tutto quello, volevo divertirmi perché anche lo studio per me deve essere un divertimento, voglia di scoprire, quando compri un libro non lo fai necessariamente per acculturarti, ma anche per immedesimarti in una storia.
Mi sono reso conto che quel no mi aveva dato ancora più spinta, più voglia per migliorarmi, per ricercare per studiare, è stato come se avessi unito tutte e due le cose, la musica e il teatro, perché già scrivevo musica.

Vorrei raccontare un aneddoto. C’è un piccolo festival di musica per ragazzi che fanno a Corato che si chiama “Nota d’oro”, io che già scrivevo musica presentai il mio pezzo e non mi presero! Dopo Corato ci furono altri no finché un festival di Roma a cui mi ero presentato, mi selezionò per una canzone, e così quel sì mi diede la spinta per continuare la mia ricerca.

Secondo me nella vita c’è un sì ogni tot no ricevuti, però per arrivare a quel sì ci deve essere una crescita, voglia di impegnarsi, di scoprire ma sempre non come lavoro ma come divertimento.
E così dopo tanti no mi sono reso conto che arrivavo prima attraverso la musica piuttosto che attraverso il teatro, ma nel mio modo di esibirmi sul palco durante i concerti sono riuscito ad unire la musica al teatro
».

E’ da questo tuo continuo sperimentare che è nata “POP”? 

«Avevo la febbre a 40 quando ho scritto POP. Prima di partecipare ai vari San Remo suonavo per locali e già lavoravo con Andrea, che mi fece andare a Milano da un discografico, e mentre andavo a Milano avevo la febbre. Durante l’incontro il discografico mi disse “Renzo sai ‘ste canzoni belle… ma ci serve qualcosa di più… capito?”, non avevo capito niente, sono stato 2 ore all’incontro e non avevo capito niente.
Qualche giorno dopo avevo sempre la febbre, erano le tre del pomeriggio, stesso identico pianoforte giocattolo che avevo da bambino, febbre a 40, stavo male e dovevo scrivere.

Mia nonna s’arrabbiava perché da noi alle tre non si può suonare, c’è l’ora “pennichella” , si dorme.
Ma io avevo sta cosa, “devi fare una canzone pop, devi fare una canzone pop”, ma cos’è questo pop!?! Così l’ho scritta febbricitante in 2 minuti.
A me fa sorridere quando mi considerano come un artista tra virgolette elegante quando faccio alcune cose, in realtà sì lo sono anche, ma sono anche l’opposto. Perché per me uno che scrive non deve avere limiti, deve ricercare, andare avanti, potersi muovere, non deve esserci una linea stilistica necessariamente uguale.
Se io voglio scrivere un brano dance oppure una marcia scriverò quella cosa lì
».

Chi è stato il tuo riferimento musicalmente parlando? 

«Lucio Dalla, mi ha insegnato molto. E’ lui il mio cantautore di riferimento, anche come stile di vita; lui era un viaggiatore, uno che amava la bellezza, uno che aveva voglia di godersi innanzitutto le sue giornate, come me.
Uno che fa questo mestiere non deve vivere per questo mestiere. Questo mestiere deve essere parte integrante delle tue giornate, ma deve essere una valvola di sfogo.
Lucio Dalla era un amante della bellezza, viveva in un palazzo fantastico a Bologna era uno che amava l’arte, la cultura in tutte le sue forme e io spesso quando ho voglia di scrivere qualcosa, oppure ho bisogno di alcuni consigli, ascolto le sue canzoni, perché riesce a darmi sempre un consiglio, anche involontariamente
».

Quando magari hai bisogno di sfogarti, cantando qualcosa che non sia tuo, cosa canti? 

«”Cara” di Lucio Dalla, la faccio sempre, ma vi giuro che ogni volta è sempre come se fosse la prima volta, la canto sempre con molto gusto.
Avrei voluto farla in una di queste 4 con Fazio, ma purtroppo c’è un filo conduttore artistico e musicale che le lega, e che non è il quadro giusto per poter far “Cara”; ma prima o poi da qualche altra parte la farò.
E’ la mia canzone preferita. Era una canzone talmente forte che Dalla non la cantava spesso dal vivo, perché probabilmente gli ricordava un’emozione forte che aveva vissuto e che forse era un po’ scomoda
».

La tua voce ricorda quella di Domenico Modugno. Te l’hanno mai detto? 

«Si effettivamente qualcuno me l’ha detto. E’ anche vero che mi hanno detto un po’ di tutto e questa è una cosa divertente, perché secondo me se assomigli a tanti vuol dire che in realtà non somigli a nessuno, sei tu.
Ho tentato di lavorare sulla mia diversità, siamo tutti diversi e cerco di puntare su quello, perché secondo me attraverso la diversità riesci ad essere unico.
Molto spesso, molti di noi in vari ambiti per arrivare, facciamo l’esatto contrario, cioè ci avviciniamo ad uno stereotipo, a quello che ci suggerisce la società e ci dimentichiamo chi siamo. Ci vuole coraggio per poter puntare sulla propria diversità e andare avanti nonostante tutto.
Però guardando questa cosa dall’alto, puntare sulla diversità mi fa sentire bene.
Comunque, per tornare a Modugno, è uno dei miei ascolti e se mi dite che c’è Modugno sono felice; lui era un genio, uno che aveva una vitalità pazzesca che ho conosciuto attraverso Marcello Faneschi, il mio arrangiatore; lui mi parla di Mimmo
».

Cosa pensi dei talent show musicali, tipo X Factor? 

«Sono un mezzo per fare questo lavoro. Sicuramente sono spettacoli televisivi e non è una cosa da poco. Ho visto una puntata di X Factor e lo spettacolo è sui giudici, un po’ meno sugli artisti che si esibiscono.
Però sono un mezzo, il problema è che sono l’unico mezzo! Non ce ne sono altri.
Per chi vuole fare questo lavoro in Italia ci sono quei 4 canali e quindi uno che non ha voglia di farlo, è costretto perché li vede la luce, poi magari lo fa e si pente. Dipende molto da cosa vuoi diventare, magari se sei un bravo interprete è la cosa giusta da fare oggi, ma per uno che scrive non so quanto sia corretto
».

E’ corretto definirti un cantautore? 

«Tanti mi definiscono cantautore, ma non mi è mai piaciuto questo termine, perché mi sa di qualcosa di pesante mentre io voglio giocare e divertirmi con la musica.
Anche se hanno usato questa definizione dall’inizio; una volta un giornalista definì il mio genere macabro-circense.
Non saprei dirti cosa faccio, ma mi piace pensare rispetto alla diversità, che io sono io.
Mentre tornando ai talent tipo X Factor, è esattamente il contrario ci si avvicina di più ad uno stereotipo ed è questa la paura,  si va a sminuire la personalità, poi ci sono delle persone con delle personalità pazzesche che comunque escono ugualmente tipo Francesca Michelin; è straordinaria, ha una conoscenza musicale pazzesca ed è un’amica, una persona che davvero hai i numeri per fare grandi cose. E’ passata da li e ce l’ha fatta comunque, combatte tutti i giorni, ma fa la sua musica
».

Hai mai pensato di comporre una colonna sonora? 

«Ma certo è il mio sogno, io vorrei comporre una colonna sonora dall’inizio alla fine ma non necessariamente cantata ma anche solo musica».

Per quale genere di film? 

«Considerate che da quando ero bambino ascoltavo Henry Mancini, Ennio Morricone, Nino Rota, John Towner Williams compositori legati al cinema, e ricordo che prima di esibirmi e cantare “il postino” nelle selezioni per San Remo all’Accademia ascoltavo Morricone e questa cosa mi rilassava e mi caricava in qualche modo.

Questi grandi compositori fanno parte ancora oggi dei miei ascolti e alcune delle cose che ho scritto e scrivo sono ispirate a loro e quindi al mondo che rappresentano.
Noi italiani siamo famosi nel mondo per la melodia, ma negli anni secondo me la melodia si è un po’ persa rispetto alla musica che si fa, perché si considera la melodia vecchia
».

Tu ricerchi anche melodie nuove? 

«Sì ad esempio, “per sempre e poi basta” la mia seconda canzone di San Remo che ha vinto il premio per il miglior arrangiamento, è una melodia tutt’altro che semplice, facile, ed è stata la più votata dal pubblico e pensate che con un solo passaggio televisivo ha più di 300000 visualizzazioni su Youtube.
Rispetto “Ora” la mia canzone arrivata terza, fosse più difficile è quella che è piaciuta di più al pubblico, segno che se una cosa è bella, funziona comunque.

Per me “Per sempre e poi basta” era bella ed è arrivata al pubblico, io ero li e ho visto la razione del pubblico, anche se alla fine non è passata perché hanno lavorato per far passare l’altra, in qualche modo più commerciale.
“Per sempre e poi basta” è un po’ uno dei miei must dal punto di vista melodico.
».

Come scrivi le canzoni? Melodia e testo insieme o queste cose fanno parte di due momenti diversi? 

«Prendo degli appunti quando sono in giro, prendo delle frasi che mi colpiscono e quando poi c’è un momento in cui senti che c’è qualcosa, quel qualcosa è la musica che non ha parole. La musica contiene già le parole è come se fosse un blocco di marmo che contiene già la statua.
La musica è la prima cosa che viene fuori perché è quello che vuoi dire senza le parole, è quella musica lì che ti suggerisce le parole e le parole pian piano si trasformano, si diramano e diventano un testo.
Almeno questo è quello che vivo io; è anche capitato a volte che un messaggio che ho scritto ad una persona sia diventato una canzone, quindi in quel caso è nato prima il testo e poi la musica. Ma quella che funziona di più è quella che arriva come una vocazione, in cui c’è la musica e sai già quello che vuoi dire, è come avere il famoso blocco di marmo che contiene già in sé la statua
».

Hai mai avuto difficoltà a scegliere il titolo di una canzone? 

«Certo, spesso però sono abbastanza libero quando scrivo i titoli e li scrivo sempre alla fine. Ma ripeto se un messaggio è chiaro, anche il titolo lo è».

Ultimissima domanda per la nostra rubrica alla caffeina: Renzo, come prendi il caffè? 

«Amaro».

Vi lasciamo in compagnia del video auguri di Buone Feste con Renzo Rubino…