Franco Ciambella Stilista

Un caffè con… Franco Ciambella

Incontriamo Franco Ciambella in un pomeriggio d’autunno, mentre Roma si tinge di foglie ingiallite. Franco è uno stilista capace di vestire ogni donna di un romanticismo onirico, in perfetto equilibrio tra sogno e contemporaneità.

Un caffè con lui si trasforma in una speciale lezione di moda, ma andiamo per gradi, ripercorriamo le tappe più importanti della sua carriera.

All’inizio studente IED (dove ormai insegna da più di vent’anni), prosegue la sua formazione presso atelier illustri come:  Capucci, Sarli, Gattinoni, Pino Lancetti. Il 1991 è l’anno di apertura del suo atelier. Nel 1994 il suo nome diventa un punto di riferimento nello scenario di Piazza di Spagna con “Donna sotto le stelle” , presentando le sue creazioni per ben cinque edizioni.

La sua Couture ha sfilato a Dubai, Caracas, Vilnius. Dal 2000 distribuisce nelle migliori boutique la collezione Party-Dress che include la Sposa. Consulente stile per vari brand di moda femminile, dal 2012 è l’expert di moda per il colosso dell’home shopping HSE24 per il quale, quest’anno, ha realizzato in esclusiva la collezione “Opera”. Sono capi romantici, confortevoli, con un DNA tutto italiano, capi che vestono il “lusso quotidiano” come dice il fashion-designer e garantiscono cura nei dettagli a prezzi accessibili.

Iniziamo l’intervista dalla sua attività di docente.

Franco, in questi lunghi vent’anni di docenza, i ragazzi cosa a loro volta ti hanno trasmesso?

«Hanno attualizzato la mia visione del mondo: i giovani per inesperienza, per insicurezza, per mancanza di una totale consapevolezza verso le cose, hanno la capacità di reagire, sempre. Si tratta di una generazione che sogna ancora, che conserva intatta la voglia di affermarsi; la differenza è che adesso le ambizioni sono più valutate, più sondabili. Gli adulti dovrebbero aiutarli nella comprensione e soprattutto dargli quel coraggio che , spesso, la realtà toglie loro; e ancora, un adulto dovrebbe assisterli ai primi voli, a costo di sbagliare. Anche la libertà di poter sbagliare è importante».

Cosa consigli a chi vuole intraprendere la tua professione?

«Deve fare la scelta del samurai (sorride). E’ assolutamente necessario difendere la territorialità, la famiglia, la casa, e amare queste cose. Il mio è un lavoro che ti sa dare tanto, se tu dai tanto. In questo lavoro non bisogna essere ordinari e banali, non perché questo sia negativo, ma dal momento che siamo dei creativi non essere ordinari significa fare spazio al pensiero divergente; un processo che ha bisogno di molta sperimentazione, attraverso più vie possibili».

Franco, ci sveli come nasce una collezione?

«Una collezione nasce in maniera complessa, più precisamente dalla mediazione tra: la lettura socio-culturale della realtà e l’estetica, nel senso più alto del termine. Mentre negli anni 8o le collezioni nascevano  in primo luogo nella mente del fashion designer o stilista (con le dovute differenze delle due figure) , e queste collezioni avevano la forza di “imporsi” nella realtà, oggi vi è il procedimento inverso; si legge la realtà per arrivare ad una collezione. Cambia il punto di vista: prima il processo era dall’alto verso il basso, adesso è dal basso verso l’alto. Oggi gli stilisti, i fashion designer, danno forma, ordine, estetica a qualcosa che più o meno, in maniera latente, esiste già nelle persone».

Tutto questo ci fa pensare allo street style…

«Sì, mentre negli anni 80 si cercava un preciso status di appartenenza nella moda (il ché esiste tutt’ora) oggi sempre più persone vestono in un determinato modo perché intendono raccontare qualcosa di loro stessi. Si parla di tribù urbane, la moda adesso come non mai è un linguaggio».

Rispetto alla moda di ieri, oggi com’è cambiato il tuo settore?

«Negli anni 80 lo stilista era visto come una star. Oggi il mondo della moda è alterato, vi è molta spettacolarizzazione di una disciplina, perdendo di vista la sua essenza reale, cosa che alla lunga non paga. Il perché?  Ciascuno di noi sa percepire dove vi è “la verità” e dove solo “aria fritta”. Il divismo degli anni 80, poi degli anni 90, hanno portato ad una comunicazione non esatta di questo ambiente, trascurando così i contenuti. Le professioni si costruiscono sui contenuti, sulle competenze. La spettacolarizzazione è la voglia di suscitare emozioni, ma per suscitarle, alla base, vi dev’essere la verità. Per me la verità è data dalla competenza e dalla completa dedizione».

Elena Sofia Ricci e Franco Ciambella

Elena Sofia Ricci e Franco Ciambella

Le tue creazioni vengono scelte da donne famose, come Tosca, Elena Sofia Ricci, proprio quest’ultima indossava un tuo vestito sul red carpet di Venezia. C’è una donna del mondo dello spettacolo che è stato più difficile accontentare?

«No, perché in primo luogo esiste la donna, con tutte le sue fragilità, e poi la professionista. Quindi la scelta del vestito giusto, se non è dettata da una scelta superficiale, significa dare forma a quel momento che la persona sta vivendo, anche per quanto riguarda la sua carriera.  In particolare la scelta del vestito di Elena Sofia Ricci è nato dalla voglia di discostarsi un po’ dal suo ruolo attuale in “Che Dio ci aiuti”,  accentuando la femminilità,  e nello stesso tempo, richiamarlo attraverso dei segni simbolici. Abbiamo optato per un inno alla vita, la mia ultima collezione di alta moda è ispirata al “Cantico delle Creature” di San Francesco: è  sembrata una sintesi perfetta».

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'Hungry Hearts' - Premiere - 71st Venice Film Festival

Elena Sofia Ricci veste Franco Ciambella. Red carpet Venezia.

 

C’è una donna del passato che ti sarebbe piaciuto vestire e perché?

«Giovanna D’Arco, la trovo molto moderna. E’ moderna perché ha fatto della sua iper-sensibilità una missione. Avrebbe espresso con grande forza una femminilità sopra la norma, pur essendo una donna eroicamente maschile».

Una collezione a cui ti senti intimamente legato?

«Si tratta della mia prima collezione, ispirata alla figura dell’Angelo. Ancora oggi porto nelle mie creazioni questo aspetto tra spirituale e materiale. La figura dell’Angelo racchiude in sé la figura del sacro e del profano, oltre ad avere un aspetto onirico che sento molto nelle creazioni».

Fashion blogger: è una tendenza sempre più in espansione. Credi che ci sia molta improvvisazione o qualcuno/a riesce a far bene?

«Sicuramente c’è qualcosa di valido, non è sempre e solo improvvisazione, anche perché alcuni riescono a catturare molto seguito. C’è da dire che non vedo un conseguente senso di responsabilità verso il loro stesso seguito. Inoltre, mi aspetto dalle blogger una ricerca più attiva, verso realtà meno note, forti di quello che dovrebbe essere il loro carattere distintivo: ovvero l’indipendenza. Invece molto spesso sembrano seguire solo il mainstream».

Parliamo della bellezza e degli stereotipi odierni che spesso fanno sentire le donne, in particolare le adolescenti, non adatte, non sufficientemente belle, figurasi sufficientemente magre. Al banco degli impuntati c’è il mondo della moda, con le sue modelle eccessivamente magre. Tu cosa ne pensi?

«E’ un problema più profondo. La moda è lo specchio dei desideri. Non è lei la causa di tutto questo, ma ne rappresenta le cause: viviamo in un mondo dove uomini e donne, indistintamente, devono apparire eternamente belli ed eternamente giovani. L’idea della magrezza è legata all’idea della giovinezza, nessuno nasce sovrappeso. Negli anni 50, quando si usciva dalla fame, il segno di distinzione e di successo era la pienezza; ai tempi dei fast food e dell’obesità il segno di distinzione e successo è la magrezza. Non dovrebbe essere così. E’ un discorso culturale, la moda ne prende solo atto. Anche se  ultimamente si parla sempre più di donne curvy.  Il fascino della donna mediterranea non è di certo una figura scarna, basterà ricordare le icone italiane di bellezza: Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Monica Bellucci.».

Lasciamo Franco al suo lavoro, ma non prima della nostra consueta domanda per la rubrica “Un caffè con…”.

Franco, come prendi il caffè?

«Vado sul semplice, per me il caffè dev’essere espresso. Ne prendo tanti, 4-5 al giorno, inizio con il primo caffè del mattino abbastanza dolce e finisco con l’amaro per l’ultimo caffè della giornata. Dopo aver pranzato mi piace sorseggiare un caffè preparato con la moka».