Un caffè con Valeria BurziGraditissima ospite del nostro “Un caffè con” di oggi è Valeria Burzi, artista bolognese con una straordinaria voce e una fortissima propensione per la musica afroamericana. Propensione che l’ha portata fin da bambina a prediligere ascolti internazionali, come i dischi di Stevie Wonder, Aretha Franklyn, James Brown, John Coltrane. Finalmente nel 2000, grazie all’incontro con la sua insegnante di canto Luisa Lodi, ha potuto sperimentare in prima persona la musica che aveva sempre amato. Alla Lodi seguiranno altri importanti formatori tra cui Sheila Jordan, Bob Stoloff, Tiziana Ghiglioni, Marta Raviglia con i quali ha avuto modo di approfondire e sperimentare vari stili, che l’hanno resa un’interprete versatile, e con vasto repertorio.

Ma conosciamo un po’ meglio Valeria Burzi attraverso le sue parole.

Intanto complimenti per il tipo di musica che ha scelto di fare. Un genere che per quanto bello e interessante in Italia è ancora molto di nicchia. Secondo lei perché nel nostro Paese fa fatica ad emergere?

“È una tematica molto vasta, che si trascina in un ginepraio di concause sorte a causa della scomparsa del mercato del disco/cd, ovvero con la sparizione di un Mercato che generava tantissimo lavoro. Ora, a quanto vedo e ascolto, pare che il comparto sia obbligato a dare spazio alla musica che crea indotto, a prescindere dalla qualità. Tuttavia, dietro il mainstream, la nicchia è costituita dalla stragrande maggioranza di artisti, che creano musica ricca, con un reale lavoro creativo di scrittura e composizione, musica che si suona in tantissimi festival, concerti. Se ne parla meno, ma c’è, e ce n’è tanta. Inoltre, non bisogna dimenticare che la nostra tradizione musicale popolare non annovera, nelle sue radici, sonorità e dissonanze tipiche del jazz, e anche della worldmusic; questo ne rende più ostica la diffusione”.

Non a caso anche lei si ispira a modelli d’oltreoceano come Stevie Wonder, Aretha Franklyn, James Brown. Ha anche qualche punto di riferimento italiano?

“Certamente. In merito alle voci, Giorgia, Alexia, Karima. Tra gli autori adoro Lucio Dalla, Pino Daniele, Neffa. Tra i giovani amo particolarmente Ghemon, e, pur non essendo rockettara, considero i Måneskin dei grandi professionisti. Oltre ovviamente a tanti interpreti e musicisti jazz”.

Parlando invece del suo ultimo brano nell’urgenza di scappare e andarsene che lo pervade, quanto c’è di autobiografico? Può essere interpretato come un bisogno di trovare un mondo, una società diversi dove sia possibile staccare la spina e ritrovare il tempo per le cose veramente importanti e per i nostri sogni?

“Esatto. Il mio mondo, il mio elemento naturale, è sempre stata la musica, ma non mi fu possibile abbracciarne la formazione da ragazza, dovetti attendere e lottare per raggiungerla, e quando accadde, ormai 24 anni fa, fu pace. In effetti, per Lei, ho rinunciato a molte cose, consapevolmente e senza mai pentirmene, e per Lei potrei ancora “fuggire”, se si presentasse una buona occasione. Confermo pertanto che credo valga sempre la pena tribolare un po’ di più, pur di vivere facendo ciò che si ama”.

Lei questo posto pensa di averlo trovato? Magari proprio nella sua musica?

“Si, anche la mia recente disavventura di salute, che mi ha costretta a un fermo totale dopo aver raggiunto obiettivi importanti nel mio lavoro, non è riuscita ad allontanarmi dal mio elemento, la musica, né idealmente, né materialmente. Ho ripreso quasi subito con la didattica, e da poco anche a cantare; chi mi ha ascoltata, ha confermato che i miei esercizi di recupero hanno fatto sì che la mia voce ora risuona identica a prima, sono molto contenta e fiera di questo”.

E a proposito di sogni: uno nel cassetto che ancora non ha realizzato?

“Più di uno… ma se li rivelassi, non sarebbero più sogni. Posso dire che riguardano le performance dal vivo, e il lavoro in sala di incisione, prevalentemente, ma anche che i miei due gatti si diano una calmata… li adoro, ma sono molto impegnativi. Insomma, sogni tutto sommato concreti e realistici”.

Chiudiamo con la nostra domanda di rito che dà il nome alla rubrica di interviste: come prende il caffè Valeria Burzi?

“Caffè nero bollente, rigorosamente senza zucchero, non per dieta, bensì per il sapore, forte e corroborante”.