Piersandro Pallavicini

Piersandro Pallavicini

Piersandro Pallavicini scrittore, docente di chimica e ricercatore nel campo della nanochimica inorganica presso l’Università di Pavia, è il graditissimo ospite del nostro “Caffè con” di oggi. Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lui in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo “La chimica della bellezza” edito da Feltrinelli, casa editrice con cui collabora dal 2002. Il libro ci aveva talmente incuriosito che abbiamo deciso di saperne un po’ di più, soprattutto perché è abbastanza raro trovare uno scienziato dedito alla scrittura di romanzi piuttosto che di testi scientifici. Ma non vi vogliamo anticipare altro e lasciamo a lui la parola.

Da professore di chimica a scrittore di romanzi e racconti. Cosa ti ha spinto a fare questo passo?

“In realtà scrivo da quando stavo facendo gli ultimi anni di università. La chimica è stata la prima passione, anche da ragazzino, e la scrittura è arrivata dopo i 20 anni. Dovevo assolutamente far vedere al mondo che c’era ‘altro’ dentro di me a fianco di atomi, equazioni, esperimenti. Poi è diventata una passione che ha convissuto con la mia carriera accademica. Questo è il sesto romanzo che pubblico con Feltrinelli, a partire dal 2002.”

Nei tuoi romanzi tendi a descrivere la vecchiaia in maniera abbastanza “irriverente”, è un modo per esorcizzarla? Come immagini la tua?

“E’ un modo per descriverla come vorrei che fosse la mia: non arresa, con le malattie e il degrado, inevitabili, che non impediscono di vivere, di apprezzare le belle cose, di avere ambizioni e desideri fino all’ultimo. L’irriverenza poi è un’arma che l’età avanzata affila per bene, e mi piace farla usare ai miei personaggi: da anziani in un certo senso non si ha più niente da perdere, e si sono persi anche i freni inibitori. Si dice quello che si pensa, si fa quel che si desidera, e chi ha il coraggio di dire qualcosa a un rispettabile ottuagenario?”

Nel tuo ultimo romanzo “La chimica della bellezza” apri ai lettori una finestra sul mondo degli scienziati. Com’è nata l’idea alla base di questo libro?

“Ci sono storie di scienziati ingiustamente poco considerati che dovevo raccontare (come Gilbert N. Lewis, cui il romanzo è dedicato), ci sono meravigliosi scienziati in vita le cui ricerche stanno altrettanto ingiustamente passando di moda, c’è un modo di fare ricerca che è cambiato (in peggio) e che volevo stigmatizzare. E poi di narrativa che parli di scienza ce n’è troppo poca e di chimica purtroppo, almeno in Italia dai tempi dell’immenso Primo Levi, proprio nessuno. Era un libro che ci voleva, in questo momento storico.”

Secondo te davvero nell’ambito della chimica “la ricerca pura guidata dalla bellezza della conoscenza, dalla meraviglia della scoperta” sta scomparendo? E perché? Pensi che sia un fenomeno che coinvolge solo la chimica o è più generale?

“Lo penso, è un dato di fatto, ed è un fenomeno generalizzato in tutte le scienze. E’ una sequenza semplice: ci sono pochi finanziamenti per fare ricerca (senza i quali la ricerca non va avanti), quei pochi, in Italia, in Europa, nel mondo, sono indirizzati verso ricerche che abbiano una rapida ricaduta applicativa, che generino un bene sociale tangibile e immediato. Il che è apprezzabile, naturalmente, ma esclude quella ricerca di base – che sembra fine a sé stessa, che insegue la bellezza del pensiero e il brivido della conoscenza – che apparentemente ‘inutile’ nell’immediato porta a ricadute immense, utili a tutto il mondo, in un futuro magari lontano.”

Cosa c’è nel tuo prossimo futuro: progetti da professore universitario o da scrittore?

“Sempre le due cose in parallelo. Prevale l’attività del professore, perché è il mio lavoro numero uno, che prendo con grande responsabilità e impegno a tempo pieno – tutta la settimana sempre in studio e laboratorio, dalle 8 di mattina fino alle 7 di sera, spesso saltando il pranzo – ma l’attività dello scrittore, come quella prettamente intellettuale dello scienziato, non si ferma mai. Le storie, come le idee per una nuova ricerca, si scovano quando perdiamo lo sguardo fuori dalla finestra. O più prosaicamente saliamo in ascensore dal parcheggio del supermercato.”

Come prendi il caffè?

“Spesso e volentieri, prima di tutto. A casa dalla moca ogni mattina, dalle macchinette a gettone in laboratorio, e, se trovo un buon bar, espresso, in tazza, al bancone. Nero e con un cucchiaino scarso di zucchero.”