Matteo Bussola

Matteo Bussola

Matteo Bussola, veronese, disegnatore di fumetti per Sergio Bonelli editore (fa parte, insieme ad altri dodici artisti, dello staff di disegnatori della serie “Adam Wild”, di cui lo sceneggiatore è Gianfranco Manfredi), padre di tre bambine e autentica star di Facebook è il graditissimo ospite del nostro caffè di oggi. Abbiamo chiesto di poter scambiare quattro chiacchiere con lui perché piacevolmente colpiti dal suo primo libro pubblicato lo scorso maggio da Einaudi, “Notti in bianco, baci a colazione“.

Un libro nato un po’ per caso, come raccolta ordinata di un anno di post pubblicati da Matteo sulla sua bacheca di Facebook, che oltre a riscuotere un eccezionale successo di pubblico, hanno destato l’attenzione di talent scout ed editori.

Ricco di tenerezza e situazioni comiche (a volte al limite del reale), “Notti in bianco, baci a colazione”, offre il punto di vista dell’altra metà del cielo (quella maschile) sul menage quotidiano di una famiglia con figli. Punto di vista che abbiamo cercato di approfondire durante la nostra chiacchierata, proprio prendendo spunto da parti del libro che ci hanno particolarmente colpito.

Matteo, nel tuo libro e sulla tua bacheca Facebook racconti la genitorialità dal punto di vista di un papà, per cui siamo curiosi di sapere come hai vissuto l’arrivo della tua prima figlia. Ne hai preso realmente coscienza anche tu, come accade alla maggior parte dei papà, solo quando l’hai tenuta per la prima volta tra le braccia?

“Questo non è un libro solo sulla paternità, nel senso che non sono presenti solo racconti che parlano di questo argomento. Piuttosto, ho scelto di usare la paternità come filtro per raccontare la mia vita di cui fanno parte anche le mie figlie e la mia compagna Paola. Quindi si tratta di una specie di diario di famiglia, in cui ci sono piccole narrazioni di critica sociale, semplici cronache di alcune giornate, riflessioni, momenti insieme alle mie bambine: insomma la vita di una normale famiglia.

Tornando invece all’esperienza dell’arrivo della mia primogenita, Virginia, penso che vi potrei rispondere come qualunque altro padre: l’arrivo di un bambino traccia nella tua vita un limite netto tra ciò che era prima e quello che sarà dopo. Il primo figlio in particolare è l’unico “dopo” che non cambierà mai più. Perché il mestiere di padre come quello di madre è l’unico da cui non ci si può dimettere. Nella vita può succedere di tutto: puoi cambiare lavoro, casa, puoi lasciarti con la tua compagna, divorziare se sei sposato, andare a vivere in un altro Paese, ma padre non smetti più di esserlo. È una cosa che non ti togli più di dosso. È come entrare in una seconda pelle. Poi si può essere un padre presente, un padre così così, ma la paternità è un habitus che una volta indossato, non cambierà più.

Ricordo perfettamente tutte le preoccupazioni che ho avuto durante la gravidanza di Paola, perché non ero preparato, era una cosa per cui non mi sentivo ancora pronto, anche per la piccola grande bugia che la nostra società ci racconta, ovvero che i bambini in un certo senso rappresentano un limite: dopo non potrai più fare le cose che facevi prima. E invece, per quella che è la mia esperienza, posso tranquillamente dire che non è vero, perché non solo sono riuscito a fare le stesse cose, ma anche di più e anche di più belle.

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È l’unico vero cambiamento definitivo che avviene nella tua vita e questo ti insegna in qualche modo a rimettere le cose in prospettiva. Ti ritrovi all’improvviso ad osservare il mondo con occhi diversi. Ti motiva di più a fare le cose, ti stimola una maggiore attenzione.

Quindi, almeno nel mio caso, non è assolutamente vero che i figli, per quanto amati e voluti, arrivino nella vita dei genitori, soprattutto nei primi mesi, a togliere qualcosa: tempo, risorse o spazio alla coppia. Devo dire che le mie bambine sono arrivate solo ad aggiungere, anche per quanto riguarda il tempo, che per il lavoro che faccio, è particolarmente importante. Loro sono in riuscite quasi a moltiplicarlo: prima di loro, quando avevo tanto tempo per il mio lavoro di architetto e per il resto, non facevo niente perché era sempre possibile rimandare.

Invece, ho concretizzato il mio sogno di diventare disegnatore di fumetti proprio in concomitanza con la nascita di Virginia, la mia prima primogenita, che mi ha spinto a dare il massimo.

Sempre per quanto riguarda la gestione del tempo, da quando sono padre, ho imparato che mezz’ora è mezz’ora, ti abitui a far fruttare i ritagli di tempo per fare le tue cose, in una maniera che prima era impossibile solo pensare. Diventare padre mi ha aiutato non solo a diventare un uomo migliore, ma anche, se si può dire (sorride), un professionista migliore, che è quasi un paradosso.

È una maniera diversa di rapportarsi con le cose quotidiane, con un tipo di sguardo differente che i figli ti costringono ad assumere. Non puoi più sottrarti all’osservazione del mondo e alle domande che ti vengono fatte, quindi sei costretto a farne anche a te stesso e a trovare delle risposte. È un po’, come ho scritto anche nell’introduzione del libro, indossare un paio di occhiali nuovi che ti fanno vedere tutto da una diversa prospettiva, anche quello che eri stato prima di avere loro… Sensazione che nel caso mio e di Paola, la mia compagna, è stata molto accentuata perché Virginia è arrivata non pianificata, anche se c’era l’intenzione di avere dei bambini.”

Leggendo il tuo libro, si rivive attraverso le tue parole, la nostalgica consapevolezza che un giorno i nostri figli non trascorreranno tanto tempo con noi, perché probabilmente non saremo più così affascinanti ai loro occhi, ma essendo consapevoli che questa è la vita. Da genitore a genitore, c’è un segreto per affrontare al meglio questo passaggio? Per lasciarli liberi di volare via, sperando nel cuore che abbiano radici abbastanza solide per tornare da noi?

“No, non c’è, perché è proprio la vita ad essere strutturata in questo modo. Questa è proprio la consapevolezza di cui parlavo prima, quell’attenzione maggiore che i bambini ti aiutano a sviluppare e che ti permette, sei hai la fortuna di poter esser un genitore presente, di catturare ogni momento e di goderne, perché sai che non tornerà più. L’importante secondo me è riuscire a costruire giorno dopo giorno un rapporto solido che ti consenta di non ritrovarti con un figlio adolescente completamente estraneo. Se accompagni la crescita dei tuoi figli e sei presente nella loro vita, assisti alle loro cose e loro assistono alle tue, costruendo una relazione indissolubile.

Da questo punto di vista io e Paola godiamo di un oggettivo privilegio, perché lavorando entrambi in casa (disegnatore di fumetti io e sceneggiatrice lei) abbiamo la possibilità di passare con le nostre bambine molto più tempo rispetto alle persone che svolgono professioni impiegatizie. E dopo le tre del pomeriggio, ci ritroviamo a lavorare tra bambine che sfrecciano in monopattino, merende da preparare, briciole e domande a cui dare una risposta non preconfezionata. Ma impari che anche così è possibile lavorare, anzi a volte ti accorgi che è anche più bello.”

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Nel tuo libro scrivi: “Non mi sento un adulto che diventa vecchio mentre le mie figlie diventano giovani, ma somiglio a un vagabondo inesausto che lungo il cammino si riempie le tasche di sassi. Ognuno di quei sassi è un ricordo che con la sua consistenza mi ricorda che c’ero. I sassi mi rallentano e mi rendono più pesante, ma ognuno mi ancòra al presente e mi fa diventare fondamenta per il futuro di qualcun altro”. Secondo te, i sassi che ogni genitore raccoglie, lo aiutano a diventare più coraggioso nelle scelte personali e lavorative grazie alla lucidità che, paradossalmente, prima non si possedeva?

“Secondo me si, perché è proprio questo il senso di diventare genitore. Devi per forza di cose diventare più coraggioso, non c’è nessuna alternativa possibile. Tu diventi coraggioso quando diventi genitore, perché compare nella tua vita la paura, che prima non c’era o c’era solo in alcuni momenti, ma che ora non ti abbandonerà. Perché se devi badare solo a te stesso, impari a gestire le tue paure; ma nel momento in cui hai delle persone la cui vita dipende letteralmente da te, tu non puoi più morire. È come entrare in una seconda vita. Questo ti spinge a diventare coraggioso, perché sei indispensabile per altre persone. Non c’è alternativa possibile, salvo abdicare al proprio ruolo di padre o di madre. Ma, per la mia esperienza, dico che la cosa migliore è esserci, stare lì. Perché solo essendo presente puoi vedere accadere le cose e, se sfuggi, accadranno ugualmente ma senza di te.”

Per concludere…per superare la stanchezza delle notti in bianco bastano i baci a colazione?

“(ride) No, non bastano… ci vuole anche tanto caffè. (ride) Il titolo del libro “Notti in bianco, baci a colazione”, è il piccolo paradosso che abbiamo voluto evidenziare. Nonostante le notti in bianco, siano esse dovute alle coliche del tuo bambino, ad una sua malattia o ad un tuo impegno lavorativo, al risveglio, quando mia figlia mi scivola in braccio dal lettino, mi basta stringerla e mi passa tutto.

C’è una qualità della presenza che richiedono che fa passare tutto in secondo piano. Anche in questo senso, ad esempio, i figli arrivano a rimetterti le cose nella prospettiva giusta, perché impari che anche tre ore di sonno possono essere tantissime (ride).”

Visto che ne hai dovuto (e ne devi) bere tanto, come prendi il caffè?

“In tutte le maniere. A Paola non piace il caffè e noi abbiamo una moka da quattro tazze (concordo con Massimo Troisi che diceva che la moka da uno fa tristezza) e quindi, ogni mattina, saluto il nuovo giorno con una intera caffettiera… che è solo la prima delle tre che bevo durante l’arco della giornata. Per il resto non ho preferenze tra amaro, zuccherato, mi basta la caffeina per riprendere conoscenza!”