Stamattina il caffè ce lo beviamo in compagnia di Giuseppe Catozzella, che ci presenta il suo nuovo romanzo E tu splendi da oggi, 22 marzo, in tutte le librerie. Una chiacchierata tra “addetti ai lavori” in cui si parla dei migranti, del Sud, di vergogna, di arte, di bellezza, di stupore, di splendore, di paura, di bugie, del demone dello scrittore e si chiude con un elogio alla lentezza in un mondo che va troppo di fretta

giuseppe catozzella un caffè conAlla Fondazione Feltrinelli il 15 marzo scorso Giuseppe Catozzella ha incontrato un numero ristrettissimo di blogger, influencer, youtuber e giornaliste per presentare in anteprima il suo nuovo romanzo: E tu splendi (Feltrinelli).

Lifestylemadeinitaly.it ha avuto l’onore di partecipare e ha simbolicamente preso un caffè con l’autore ascoltando il suo racconto e partecipando al dibattito finale.

Vogliamo provare a trasmettervi qualche stralcio di questa bellissima chiacchierata e un poco di quella emozione che abbiamo provato noi presenti quella sera, un pubblico femminile di “addette ai lavori” selezionato e davvero privilegiato a poter sentir parlare per la prima volta Giuseppe Catozzella del suo E tu splendi.

Catozzella, pur essendo un giovane quarantenne, è un autore già noto ai lettori italiani e non: i suoi romanzi, infatti, vengono tradotti in tutto il mondo. Con il suo Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, 2014) ha vinto il Premio Strega giovani 2014, è giunto in finale allo Strega 2014, ha vinto nel 2015 il premio Carlo Levi e di questo romanzo ne stanno facendo un film.

Giunto al suo quinto romanzo Catozzella inizia a raccontarci di E tu splendi con un’affermazione molto forte: questa è la storia che avrebbe voluto raccontare sin da subito, la considera, in sostanza, la sua storia.

Ci ha messo molto tempo a scriverla perché “era difficile ammettere la mia estraneità. Io come Giuseppe Catozzella ho origini meridionali, i miei genitori sono lucani e sono emigrati negli anni 60-70 a Milano e io, fin da quando sono piccolo, mi sono sempre sentito – perché mi ci hanno fatto sentire – in qualche modo straniero, estraneo a casa mia, che è una sensazione brutta”.

Il tema dell’estraneità, dell’altro, dello straniero, del nemico che hai a casa, del sentirsi straniero in casa propria è il tema di Catozzella. Ed è un tema attualissimo che l’autore ha affrontato negli ultimi suoi tre romanzi: Non dirmi che hai paura che raccontava la storia di una migrante, Il grande futuro che raccontava dell’educazione religiosa di un ragazzino dentro l’Islam e questo che è la storia di un ragazzino italiano.

Perché ci fanno così paura gli stranieri? Si interroga Catozzella. “Perché lo straniero ci fa ricordare che sei straniero anche tu, che lo siamo tutti. Gli italiani sono un popolo che è sempre migrato tantissimo: in America, in Sudamerica, in Canada, in Australia, in Nord Europa […] tutti siamo frutti di una catena ininterrotta di migrazioni ma vogliamo rimuoverlo, perché questa cosa ci provoca vergogna, come a me. E io sono arrivato a 40 anni per ammetterlo”.

Ed è stato questo, quindi, il motore del romanzo: un ragazzino figlio di emigranti dal Sud al Nord che in qualche modo ha sempre subito il razzismo a Milano, va in un paesino arroccato sulle montagne della Basilicata da cui tutti sono sempre migrati, e proprio quel paesino diventa il paese che si protegge dagli stranieri. In pratica è una follia.

Così Catozzella ci ha svelato il suo mondo che ha poi avuto il coraggio di mettere in pagina. Ecco che, così, è partito il dibattito.

Molti romanzi recenti sono ambientati in estate, tutti con protagonisti adolescenti, bambini, ragazzini e tutti diversissimi tra loro… Quanto della tua adolescenza c’è nella storia che racconti e chi ti ha prestato la voce del protagonista – bellissima – sia per come si esprime, per esempio non usa il congiuntivo – sia perché ragiona come una persona matura?…

“Di me c’è tanto, non tanto e solo in Pietro, come di me c’è tantissimo in tutti i personaggi, ma piuttosto c’è tutta la mia esperienza in quei luoghi. Da ragazzino ci ho trascorso moltissimo tempo in estate in vacanza dai miei nonni. E come succede a tutti gli scrittori, perché l’immaginazione non può non avere a che fare con la memoria, le prime memorie si coagulano e vanno a formare l’immaginario di una persona. Sulla voce di Pietro ne ero io stesso stupito quando usciva fuori. Non so onestamente da dove sia venuto. Non sono io. […] Per il discorso del tema dell’estate si può parlare di un’ondata. Accade spesso di vedere inspiegabilmente come un flusso. Era comunque da tanto che volevo scrivere un libro ambientato in un’estate.”

[Una collega completa la motivazione dando una spiegazione logica: l’estate è il momento in cui i bambini o i ragazzini, non andando a scuola, hanno tutto il tempo per vivere le avventure].

Un libro che colpisce per la sua naturalezza, come se lo avessi scritto tutto in una notte… Da qui la domanda. Una cosa che dice Pietro è che dalla sera alla mattina ti accorgi di essere adulto. Ecco, per te quando è arrivato questo momento e quando hai deciso di diventare scrittore?

“Domanda difficile. Diciamo che ci sono delle tappe importanti nella vita. Una sicuramente è la scoperta della sessualità. Lì mi sentivo grande, in grado di spaccare il mondo.

Invece quando ho deciso di diventare scrittore… ero piccolissimo, avevo 10-11 anni e scrivevo poesie che non facevo leggere a nessuno, ma ci tenevo tantissimo e speravo che qualcuno me le leggesse. […] Un giorno ne ho fatta leggere una a mia mamma che ha detto che non si capiva niente. Ci sono rimasto malissimo ma questa cosa mi è servita tantissimo perché mi ha fatto capire una cosa fondamentale: la scrittura è perlomeno di due tipi, c’è la scrittura che non pretende di essere letta da nessuno e c’è invece la scrittura che pretende di essere letta e che perlomeno si deve capire. […] La mia ricerca è quella della semplicità più estrema che però magari nasconde tanta complessità”.

Una citazione dal tuo romanzo: la paura è una bugia?

“Sì, la paura è sempre una bugia. Ciò che comprendiamo col cervello, con le parole e col cuore non ci può fare paura. Le cose che fanno paura sono cose che teniamo a distanza. […] Quando smettiamo di aver paura di una cosa è perché la abbiamo capita”.

Ma non sarà irrazionale questo rifiuto di chi, in fondo, è come noi? Cosa ci vedi dietro in questo nostro rifiuto?

“Ci vedo la costruzione di una gigantesca bugia. Le bugie si rafforzano quanto più è potente la voce che dice la bugia, per cui la creazione dello straniero come mostro ecc. si è costruito come bugia. Perché questo discorso lo senti fare continuamente. È una grandissima follia, è evidente che è una bugia perché le migrazioni non si possono fermare. Nella stragrande maggioranza dei casi sono persone che stanno scappando da una guerra o che vivono condizioni di enorme prostrazione, di povertà assoluta, di carestia. […] Ognuno di noi è frutto di una catena interminabile di migrazioni ed è per questo che splendiamo… Detto in termini darwiniani: è per questo che siamo vivi. […] Quelli che Pasolini chiamava ‘i destinati a morire’ sono morti. Dobbiamo imparare a ragionare con la nostra testa – come diceva Pasolini – Perché tu splendi’. […] Noi siamo talmente omologati per cui l’unico luogo di pensiero, di approfondimento sono i libri. Ai ragazzi dico di guardare meno televisione, stare poco tempo sui social per leggere di più. Perché oggi, se ci pensate, nel 2018, l’unico vero spazio di liberta sono davvero i libri”.

Quanto voi scrittori vi sentite addosso questo onore ma anche questo tormento, ovvero questo binomio di tormento e di bellezza?

“Io lo sento tantissimo. Tutti i miei libri scritti finora sono il derivato del folle tentativo, dell’ambizione di cambiare il mondo. Scrivere un libro è un demone, vuol dire vivere dentro un’ossessione, per mesi, vuol dire coltivare la propria solitudine, vuol dire coltivare se stessi, è una forma di meditazione. Se non fossi convinto che i miei libri possano cambiare il mondo, io anche per un grammo in meno non li farei. […] L’arte quando accade è bellezza e quando accade ti sconvolge, è una cosa che ti cambia la vita”.

Il mestiere di scrittore: dato che hai iniziato a scrivere molto presto… lo hai sentito come una vocazione? Adesso che sei adulto hai una tua metodicità o dei rituali legati alla scrittura? Come si svolge la tua giornata da scrittore?

“Sono fortunato perché campo con il mio demone, ma è un demone terribile quello della scrittura e poi nel 2018 quando al massimo siamo concentrati nel tempo che ci mettiamo a fare un tweet… È una cosa che puoi fare veramente se questa è la tua vita. Nessuna motivazione esteriore potrà mai portarti a fare una cosa così, chi scrive lo sa. Parlo per me ma credo che sia per tutti così: ci nasci, è un’inclinazione, un modo in cui nasci inspiegabile e poi è una cosa che non ti molla.

La giornata dello scrittore, almeno la mia, è composta da varie fasi: la fase più importante è quella in cui non scrivo, quella in cui la nuova storia che andrò a raccontare si sta formando, una fase che dura dei mesi in cui metto continuamente al vaglio di me stesso le mie idee e una volta che vedo che c’è qualcosa che resiste per qualche mese allora comincio a parlarne con qualcuno e provo a vedere l’effetto che fa con le persone che mi sono più vicine. Per me è un momento fondamentale: sentire fortissima quella storia e sapere che non ci sarebbe nessun’altra storia che vorrei raccontare. È questione di vita o di morte. È folle, lo so, ma è un mestiere folle. Poi si comincia a scrivere e sì, io sono molto metodico. Comincio la mattina. Quando scrivo cammino tantissimo e quindi faccio una pausa in cui cammino. Ed è fondamentale perché ‘sistema tutto’, poi scrivo ancora. La mia giornata si deve concludere con una sigaretta finale, momento in cui sistemo in testa quello che farò il giorno dopo”.

Come bevi il caffè?

“Lo bevo liscio, ristretto e senza zucchero. Mi piace molto anche il cappuccino” .