Un caffè con Arcadia la musica che trasforma le lacrime in poesiaOspite del nostro “Un caffè con” di oggi è Arcadia, al secolo Stefano Filipponi, cantante e queer performer che inaugura il suo percorso solista con un brano di stampo fortemente autobiografico, Taxi Driver, disponibile dallo scorso 23 ottobre su tutte le piattaforme di streaming.

Brano scritto dallo stesso Stefano con la produzione artistica di Gaetano Guardino e Giuseppe Lipari per l’etichetta Quelli come noi SRL di Simona Ubbiali e accompagnato dal videoclip, diretto da Enea Colombi, volutamente spoglio e maestoso per dar spazio a una visione sognante e a un’eleganza senza tempo che conferisce iconicità ad Arcadia.

Una canzone caratterizzata da sonorità pop che ricostruisce il percorso di Arcadia, mostrando come, attraverso ciglia finte e un po’ di make-up, sia riuscita a tirar fuori la sua voce e la sua magia personale per trasformare le lacrime in una sferzata di glitter. Un testo molto intenso che il nostro Roberto Teofani ha approfondito con lo stesso Stefano nell’intervista che trovate di seguito.

“Costruisco un alibi, sotto il trucco e i lividi”. Bellissima frase che sembra narrare di una vita difficile che ha bisogno di una maschera per essere vissuta, è così?

“Proprio questi versi parlano di come Arcadia mi abbia aiutato a trasformare le lacrime in qualcosa di luminoso e poetico. Questa canzone parla della vita in periferia, di quanto sia difficile stare in piedi di fronte ad un futuro che sembra precario e incerto, tra i palazzi grigi di una Milano disincantata e magica allo stesso tempo. Arcadia è come una fenice che rinasce dalle sue ceneri e ha il potere di vedere il mondo attraverso un’incandescente lente di ingrandimento che mostra i colori più lucenti e scintillanti. Arcadia è un pianeta lontano, ma canta di vita reale.”

Volano le farfalle dalle mie ciglia lunghe…sembra che la felicità possa nascere dalla libertà di essere come ti senti!?Eppure non sembra una maschera la tua. Hai dovuto portarne una prima di questa?

“Diciamo che Arcadia non è una vera e propria maschera, piuttosto un personaggio che ha vita in tempi e ambienti circoscritti. Mi è capitato però, e mi capita ancora, di indossare delle maschere, come un po’ fanno tutti del resto, questo ci aiuta ad adattarci ai contesti e alle situazioni più difficili. Arcadia è nata soprattutto per facilitare la mia comunicazione sul palco.

Indossando una maschera ci si sente meno nudi, si percepisce di meno il peso della propria vulnerabilità. È come avere una corazza addosso e, allo stesso tempo, essere sé stessi al cento per cento. Non ho scelto di creare Arcadia per l’esigenza di vestire dei panni femminili, ma per creare un mondo immaginario legato alla libertà e alla fantasia, in cui rifugiarmi quando ne ho bisogno. Sul palco nei panni di Arcadia. Fuori dal palco nei panni di Stefano.”

La musica pop spesso vive di provocazioni. Ti riconosci in questo modo di fare arte?

“Arcadia non è nata come una provocazione, anche perché fare drag è abbastanza in linea con i tempi che stiamo vivendo. Piuttosto questo personaggio deriva da un’autentica voglia di esprimere il mio mondo interiore, lei è nata durante un attacco di Stendhal.

Ero rimasto letteralmente ipnotizzato da un dipinto di Dante Gabriel Rossetti, la Veronica Veronese. Stessi capelli rossi, stessa profonda malinconia e stessa febbricitante accettazione. “Arkadia” è anche il nome di un centro commerciale di Varsavia, una delle città più belle in cui io sia mai stato. Appena vi entrai, ebbi un’epifania: l’esagerato sfarzo, le vetrine con le torte, l’estetica sovietica. Ho scelto di togliere la “K” perché Arcadia è italiana!

Poi ho scelto questo nome perché, per me, tutto deve nascere dalla poesia. L'”Arcadia” è un’accademia letteraria, fondata nel 1690 in Italia, in cui ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca e io ho scelto proprio il nome di Arcadia.

Il mio percorso musicale e artistico è coinciso perfettamente con quello umano, quando ho compreso e accettato le mie diverse sfumature sono riuscito a superare i tanti ostacoli che mi ponevo da solo, quella parte auto-sabotante che proveniva proprio dalla mia mente.”

Il tuo brano ha più di uno spunto melodico interessante e riesce a raggiungere chi ascolta. Quanto conta il testo nelle tue canzoni?

“Il testo per me è la parte più importante! È prioritario anche rispetto alla melodia. Per me la musica è davvero un mezzo per esprimermi e ogni parola ha un profondo significato all’interno della composizione. L’esigenza di raccontarmi con la musica è più forte che mai e il mio obiettivo rimane sempre lo stesso: comunicare in ogni modo possibile, attraverso la musica e l’arte.”

E dulcis in fundo, come prendi il caffè?

“Lo prendo macchiato con il latte e una punta di caramello!”