Sognare è vivere segna il debutto alla direzione di un lungometraggio per il premio Oscar Natalie Portman. Il film basato sul bestseller autobiografico di Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, sarà al cinema dall’8 giugno con Altre Storie. Trama, trailer e recensione in anteprima

La star, che a soli 13 anni ha esordito sul grande schermo con Jean Reno e Gary Oldman sul set di Leòn, con Sognare è vivere, oltre che interpretare la protagonista, sceglie di intraprendere una nuova esperienza cimentandosi nella regia. E lo fa con un film che si può catalogare secondo me, tra le così dette “pellicole d’autore”, sicuramente non estranee alla Portman, che ha già recitato in film della stessa categoria come La mia vita a garden state regia di Zach Braff (JD nel telefilm Scrubs n.d.r.).

Sognare è vivere, basato sul bestseller autobiografico Una storia di amore e di tenebra, dello scrittore israeliano Amos Oz, narra la storia di quest’ultimo a partire dal 1945, prima della guerra di indipendenza in Israele, catapultando lo spettatore in un’epoca storica e in un contesto geografico di cui la cinematografia non si è finora occupata molto. Ma la cosa più interessante è come la Portman ha scelto di parlare di questo periodo storico così complesso politicamente e socialmente, ovvero focalizzando l’attenzione sullo spaccato familiare di Oz, sul suo rapporto con la madre, piuttosto che sui fatti storici. Una scelta questa che trasporta lo spettatore direttamente lì, nella difficile quotidianità dell’epoca al fianco di un Amos (Amir Tessler) bambino che vive con suo padre Arieh (Gilad Kahana) e sua madre Fania (Natalie Portman), una figura estremamente complessa.

Una complessità che le deriva dal suo passato: cresciuta a Rovno, nella Polonia orientale, Fania, fu costretta a causa del nazismo a trasferirsi in Palestina con il marito. Fin da piccola leggeva molto e sognava una Palestina idilliaca, “una terra dove scorre latte e miele” (Esodo 3,8 nda.), sogno infranto dalla realtà che le si presenta una volta giunta a Gerusalemme. Qui infatti si scontra con una realtà estremamente diversa da quella sognata, trovandosi a vivere un’esistenza segnata dal tedio della quotidianità e da un marito frustrante, che la porta a rifugiarsi nel figlio, nelle proprie storie ed infine a cadere in depressione. Alla sua scomparsa lascerà nella vita di Amos un vuoto talmente grande che lui sentirà di poter colmare solo con storie e parole, diventando così uno scrittore.

Ci troviamo davanti ad una pellicola intensa, fatta di luci ed ombre che segnano per la Portman un esordio tutto sommato buono. La fotografia e le atmosfere (il film è girato nello stato di Israele) risultano adeguate ai momenti trattati, dando un forte stacco tra la realtà vissuta e i sogni di Fania, contrapposizione che costituisce un mattoncino fondamentale per la psicologia della protagonista. Il ritmo costante senza grossi scossoni riesce comunque a non annoiare lo spettatore, grazie alla storia interessante e ben costruita.

Una nota di merito va fatta alla regista non solo per la sua magistrale interpretazione di Fania, ma anche per aver scelto di girare il film completamente in lingua ebraica.

Che dire, non un esordio con il botto, ma sicuramente non male come prima opera prima, quindi dal canto mio spero a breve in un nuovo film della Portman, magari nell’unica veste di regista, nonostante le sue eccezionali doti da attrice.

by Niccolò Cometto