Cala il sipario su Sanremo 2018 con la vittoria di Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente, secondo posto per Lo stato sociale e terza Annalisa. E con la chiusura arrivano anche le considerazioni finali

Sanremo 2018 i vincitoriE alla fine la spuntano l’insolito duo Moro-Meta vincendo, dopo un percorso tormentato dall’ombra della squalifica per possibili irregolarità del pezzo, Sanremo 2018 con la loro Non mi avete fatto niente. Ma l’ultima serata va ricordata a mio parere, soprattutto per l’ennesima dimostrazione delle capacità di Pierfrancesco Favino nell’interpretazione di un monologo, La Notte, confermando la forte presa di posizione della direzione artistica contro il razzismo e la violenza. In questo contesto la vittoria finale non poteva che andare ad una canzone così forte nel contenuto.

Mentre per quanto riguarda le altre due posizioni del podio, non posso nascondere di non aver particolarmente gradito il secondo posto de Lo Stato Sociale, se non altro per la poca qualità del pezzo e dell’interpretazione meno che scolastica del cantante, rispetto ad altri BIG in gara. Nulla da ridire invece sul terzo gradino di Annalisa.

Occasione persa forse per Ornella Vanoni e Ron, possibili vincitori e per Max Gazzè. Tutti e tre comunque premiati dal Festival:

  • premio della Critica a Ron, con Almeno Pensami;
  • premio Sergio Endrigo alla Vanoni, per la sua interpretazione;
  • premio Bigazzi a Max Gazzè per la musica.

Il premio Sala Stampa è andato a Lo Stato Sociale e quello Bardotti per il testo a Mirkoeilcane. Insomma si è cercato di accontentare tutti in qualche modo.

Una volta sopito anche l’eco dell’ultima nota, di questo Sanremo 2018 rimane sicuramente la bella sensazione di poter contare su un padrone di casa che di musica ne sa ed è in grado di accogliere con competenza i grandi ospiti. Forse a volte un poco invadente, con la voglia di trovare sempre la nota più alta (anche ieri con Renga e Nek), ma Baglioni si è dimostrato autoironico e intelligente nel saper scoprire le incredibili doti di Favino, la vera rivelazione del Festival. Scelta perfetta come quella di Michelle Hunziker: la conduzione in persona.

Il copione sembra aver soddisfatto tutti, persino gli ultimi Elio e le storie tese, palesemente in cerca di questo risultato.

Tra social impazziti e share alle stelle, messaggi politici sul tema scomodo dell’immigrazione e dell’integrazione, canzoni e ospiti di ottima qualità, la nota dolente andrebbe ricercata nella qualità della musica proposta dalla gara. Ma quest’anno neanche qui troviamo la mediocrità che uno show divertente e di qualità avrebbe potuto evidenziare.

Alcuni brani ed interpreti vanno ricordati e ci hanno regalato tanta voglia di ascoltare e a volte di cantare. Quindi lasciamo tutti con un voto positivo, con qualche eccellenza e alcune ruote di scorta.

Diciamocelo: avevamo voglia di non sentire l’ansia di Sanremo che alcuni conduttori ci hanno trasmesso in passato, con la fretta televisiva e la paura di quello che si poteva o non si poteva dire o fare. Basti pensare che Fiorello ha invitato Claudio Baglioni ad un puttan tour alla prima serata!

Una mediocrità di pensiero, quella delle passate edizioni, figlia di una censura o autocensura a cui oramai eravamo abituati. Quello che ho sentito invece quest’anno è stata la voglia di fare uno spettacolo senza la paura di fallire.

Si può fare un monologo come quello di Fiorello o di Favino, dire Gnigni o spezzare la bacchetta ad un direttore d’orchestra, giocando con la straordinaria popolarità di Vessicchio.

Avevamo voglia di cantare e prenderci un po’ in giro, di ridere e sfogare le brutte vicende che negli ultimi tempi amareggiano il nostro quotidiano.

L’Italia è fatta anche di cantanti, autori interessanti, coraggiosi interpreti, di attori intensi e sorprendenti.
Secondo il mio modesto parere questo festival ha scelto, e si è trovato, vista la risposta che ha sentito, ad infondere coraggio, con la proposta di parole nuove, di sentimenti, di sicurezza nel poter urlare, magari cantando, che anche quando ci ritroviamo a mandare giù bocconi amari, anche quando nel nostro piccolo ci accorgiamo di essere burattini di enormi ed inafferrabili poteri forti, di deglutire con fatica le noiose e povere proposte di vita, di società legate esclusivamente alla sfera economica (dalla sanità alla scuola, passando per le banche e i nostri pochi, oramai, diritti), anche di fronte a tutto questo,
non sarà più un problema colmarci e nutrirci delle emozioni che possiamo provare, della voglia di non sfuggire, a tutti i costi, dolore e morte, invecchiamento e difficoltà, e rispondere con un sorriso appena accennato, sussurrando forse… Non mi avete fatto niente.

Vasco dal palco di Modenapark urlava l’amore sopra la paura. Anzi, magari ora possiamo anche cantarlo.
Non mi avete fatto niente. Sempre e comunque, di fronte a chiunque. Perché cantare sì che vuol dire condividere, come il pubblico dell’Ariston ha dimostrato sulle note di Lucio Battisti la prima sera.

E se cantiamo ci sarà sempre qualcuno al nostro fianco, una voce, e poi due e altre ancora…
Ecco cosa ho sentito queste sere, davanti alla tv e su Twitter.
Un popolo che canta in coro.
Non siamo soli.
Mai.