Esce oggi nelle sale italiane il remake del cult movie degli anni 70 Papillon con i due mostri sacri Steve McQueen e Dustin Hoffman. Basato sul romanzo omonimo di Henri Charrière, il film è diretto da Michael Noer e distribuito da Eagle Pictures

La storia di Papillon dovremmo conoscerla tutti. O forse no se pensiamo ai giovanissimi. A ogni modo siamo di fronte a un classico del cinema di genere, interpretato nel 1973 da due attori immensi come Steve McQueen e Dustin Hoffman.

La premessa era doverosa per dirvi che di fronte a una pellicola del genere ci si accosta, credo, con un certo timore reverenziale, temendo di uscirne sconfitti o di sembrare troppo presuntuosi nell’essersi voluti confrontare con una pietra miliare del cinema. Dunque l’attesa e la curiosità su questo remake del 2018 di Papillon era tanta, così come la paura di restarne delusi.

E invece, almeno per quanto mi riguarda, così non è stato. Direi che si tratta di un’operazione ben riuscita anche grazie all’ottima scelta degli attori protagonisti: un bravissimo e intenso Charlie Hunnam (Pacific Rim, King Arthur) per Papillon e una vera scoperta come Rami Malek (Mr. Robot) per la parte di Louis Dega. Il film è potente, duro, assolutamente improntato al realismo carcerario. Ti ci porta dentro al carcere, ti fa sentire sulla pelle tutta la sofferenza fisica e psicologica del protagonista.

Ma facciamo un passo indietro. Per chi davvero non conoscesse la storia occorre fornire una breve sinossi.

Siamo nella Parigi anni 30. Henri Charrière, detto Papillon per via di una farfalla tatuata sul torace, è condannato all’ergastolo per un reato che non ha mai commesso. Allora il sistema carcerario era quanto di peggio esistesse al mondo.

Guayana Francese e Isola del Diavolo e dei lavori forzati. Punizioni durissime e anni di isolamento inflitti al “nostro” Papillon (Papi) per i ripetuti tentativi di fuga falliti. In questo mondo, se così si può chiamare, dove chi ce la fa sopravvive e basta, ma è svuotato nell’anima e nel corpo e si aggira barcollando come uno zombie, si farà strada e resterà sempre viva e presente l’amicizia/sodalizio/fratellanza fra Papi e Louis. Quest’ultimo cerca protezione da Papi, è fragile, mingherlino, del tutto impreparato a quello che lo aspetta in un penitenziario di siffatta specie.

Il punto di partenza iniziale è il grosso conto in banca (ben nascosto) di Louis che sarà la molla necessaria a Papillon per progettare fughe e pensare, in cambio della sua protezione, a una sontuosa ricompensa futura. In realtà i due creano, appunto, un sodalizio che va ben al di là di ragioni economiche o di mera protezione fisica. I due uomini si aiuteranno sempre a non cedere alla condizione estremamente avversa in cui vivono/sopravvivono in carcere. Anche quando sono lontani il messaggio di speranza per un futuro improntato alla libertà c’è e passa sempre. È il leitmotiv vincente della storia e del film.

Crudo, violento, a tratti commovente questo nuovo “Papillon” riveste (o sveste?) a nuovo il Papillon degli anni 70. C’è sicuramente più azione, ma non meno drammaticità o introspezione dei protagonisti.

La regia è ottima, la musica giusta, le immagini e il montaggio estremamente efficaci e d’impatto.

Sì, penso che anche le nuove generazioni potranno fare di questo Papillon il loro personale cult movie degli anni Duemila. Un film di tutto rispetto. Onore al merito.