Paolo-Di-Paolo-un-caffè-con-Lifestyle-made-in-italyIl nostro caffè di oggi ha un aroma un po’ rétro, come quello che si gustava nei “Caffè letterari” di un tempo, dove scrittori e intellettuali si incontravano per cercare ispirazione e scambiare opinioni. Non a caso lo abbiamo sorseggiato nella Caffetteria della Feltrinelli di Largo di Torre Argentina a Roma durante una piacevole chiacchierata con lo scrittore Paolo Di Paolo, che ama molto, nella fase di preparazione di un nuovo romanzo, immergersi nel “rumore dell’esistenza” che solo una caffetteria sa donarti.

Così giovane e già tante nomine a premi importanti: se potessi scegliere quale vorresti vincere?

“Nessun premio in particolare. I premi danno grande conforto e a volte se ne sente quasi la necessità perché è come se certificassero che il libro non è caduto nel vuoto. Sono una specie di rete di protezione. Ma nessun premio è più importante di ciò che dice ogni singolo lettore del tuo libro e non lo dico per retorica. Il premio più importante è incontrare qualcuno che ti dice che cosa ha apprezzato o notato in un tuo libro o che ti fa anche una critica: dietro un apprezzamento o una critica tu sai che c’è una passione reale di lettore, che, per uno scrittore, non è paragonabile ad un premio assegnato da una qualsivoglia giuria di tecnici.”

Nel tuo percorso abbiamo notato tante collaborazioni con autori importanti, con chi hai trovato maggiore affinità e perché?

“Fin da ragazzino ho cercato un contatto con gli scrittori più affermati: era un modo per specchiarmi nel loro percorso, avere delle piccole certezze, ma soprattutto fare delle domande. Lo scrittore con il quale ho avuto maggiore affinità è stato Antonio Tabucchi, sia come suo lettore sia come suo collaboratore. Per me, entrare nella sua officina, lavorare con lui, avere la possibilità di dialogarci costantemente, è stato tra le cose più importanti che mi siano capitate. Probabilmente la decisione di scrivere è nata dalla lettura di “Sostiene Pereira” prima e “Si sta facendo sempre più tardi” poi che mi hanno dato come un’illuminazione. Conoscerlo ed instaurare con lui un dialogo, ha segnato la mia visione della scrittura.”

Nel tuo nuovo romanzo “Una storia quasi solo d’amore” parli d’amore come di un qualcosa che possa salvare dalla condizione di crisi in cui viviamo, che messaggio vuoi dare?

“Secondo me ogni scrittore prima o poi scrive una storia d’amore, deve scriverla. Ne può scrivere tante o poche, ma non è possibile che in tutta la carriera non scrivi almeno una storia d’amore, perché è la cosa più semplice e più difficile allo stesso tempo, è la cosa che più attrae. Penso che l’80% dei libri che esistono sono libri d’amore e allora anch’io ho voluto provare ad affrontare questa sfida. Detto questo, il fatto che l’amore sia un po’ come una rete di protezione vale per qualsiasi contesto sociale, politico, storico: basti pensare che solo l’amore ha creato una sorta di bolla di protezione anche nelle epoche più turbolente, drammatiche. C’è anche un altro mio libro in cui scrivo “e comunque dappertutto c’era gente innamorata”, una frase che ritengo molto vera, perché nonostante le difficoltà, i drammi, le tragedie, le crisi, da qualche parte nel mondo ci sono sempre un uomo e una donna, due donne, due uomini che si innamorano e quel loro amore, anche se risente del tempo in cui è calato, ma ne è anche estraneo; è come se ogni storia d’amore avesse una costante atemporale: due persone che cominciano ad incuriosirsi l’una dell’altra. In un’Italia come questa, un po’ confusa, un po’ invecchiata e disorientata, vedere un ragazzo e una ragazza che si innamorano significava anche far vedere come c’è sempre una possibilità di riscatto nella vita personale, privata. Niente è fino in fondo inquinato da ciò che è negativo, in questo senso il mio libro è un messaggio, anche se preferisco pensarli come una verifica del fatto che, in ogni momento storico, c’è qualcosa nella vita quotidiana che può essere una forma di riscatto.”

Che cos’è l’amore per te?

“Probabilmente è non solo il sentimento che traducendosi in molti modi governa la nostra vita ma è anche, per uno come me che scrive, la quintessenza dell’indagine sull’umano, perché due persone che si innamorano fanno una cosa che di solito nel resto della vita non fanno: distruggere i  pregiudizi. Due persone che si stanno innamorando, sono due persone che si mettono inermi, indifese, nude una di fronte all’altra, magari poi i pregiudizi tornano e fanno anche male, erigono muri e ulteriori difese, ma nel momento in cui ti stai conoscendo e sei attratto da qualcuno butti giù non solo le difese ma anche i pregiudizi. Io credo che l’amore ci metta in questa condizione, per un periodo più o meno lungo, di libertà, di duttilità, di apertura e soprattutto di curiosità incredibile ed estrema verso l’altro, verso le cose intorno. Solitamente siamo sempre blindati nelle nostre abitudini, nei nostri pregiudizi, nelle nostre ottusità, anche un po’ nella nostra cattiveria, invece nel momento dell’innamoramento siamo elastici, ricettivi, straordinariamente aperti verso tutto ciò che ci circonda.”

Nel tuo romanzo “Una storia quasi solo d’amore” hai scelto come protagonista un giovane attore di teatro e abbiamo anche visto che hai scritto dei testi teatrali, qual’è il tuo rapporto con quest’arte?

“È una cosa che mi ha sempre affascinato, da ragazzino ho addirittura pensato di fare l’attore, poi la timidezza mi ha fatto deviare verso altre modalità di espressione più “nascoste”, come la scrittura, che ti danno la possibilità di immedesimarti nelle vite degli altri, scrivendole nei romanzi anziché interpretandole. A volte devo espormi per fare interviste come in questo momento oppure presentazioni, ma è diverso, non sono su un palco. Comunque mi ha sempre affascinato il travestimento, l’immedesimarsi in un’altra vita, quindi mi è piaciuta l’idea che Nino, il protagonista del mio romanzo, fosse un attore giovanissimo che ad un certo punto si trova a fare una cosa un po’ goffa, paradossale: insegnare a fare teatro a delle persone anziane, perché proprio questo lo porta a mettersi in discussione e tira in ballo un altro tema del libro che è quello dell’attrito tra generazioni diverse.

Ma nello specifico mi piaceva molto l’idea del teatro come un qualcosa che somiglia molto alla vita, anzi, che amplifica qualcosa della vita. Guardare cosa succede su un palcoscenico, le dinamiche, è davvero come guardare un distillato dell’esistenza: è come se, nel ricominciare del gesto teatrale, ci sia una verità sull’esistenza che non riesci a vedere mentre la vivi e che, invece, il teatro riesce a chiarire in modo assoluto.

Preferisci scrivere romanzi o testi teatrali?

“Sono cose diverse: nel romanzo hai tutti i fili, sei come un burattinaio che decide tutto, nel teatro, invece, devi affidarti molto ai corpi ed alle voci degli attori. Mi è capitato di scrivere un lungo lavoro teatrale che è già andato in scena a Modena e a Cesena e prossimamente sarà a Firenze: la cosa interessante è che l’ho scritto quasi addosso alla compagnia, per la compagnia. Quindi immaginare i personaggi con il volto degli attori e il loro corpo è una cosa infinitamente diversa e molto più gratificante forse perché quelle parole nude su un foglio, diventano un corpo, una voce. Devo dire che la commozione che ho visto da dietro le quinte è stata una delle emozioni più forti che abbia mai provato in assoluto!”

Come prendi il caffè?

“Ne prendo più di uno al giorno e la pausa caffè è una di quelle cose a cui non rinuncerei mai. Il caffè mi piace macchiato e mi piace anche il fatto che nei caffè nascano nuove idee. L’immagine dell’intellettuale che scrive nel caffè può sembrare un po’ abusata, invece io ne ho tanto bisogno perché la scrittura è un mestiere molto solitario e nella fase di preparazione mi piace moltissimo sentire il rumore delle cose intorno, della vita e, da questo punto di vista, non c’è niente come un caffè! Lo ha detto anche Magris: ripristina quel rumore dell’esistenza! Ad un certo punto anche Nino, nel libro, dice che ha nostalgia del rumore dei cucchiaini e del fatto che a Roma nei bar ognuno chiede un tipo di caffè diverso! (ride)”