Paolo De Cuarto intervistaPaolo De Cuarto nasce a Catanzaro nel 1972. Nel 1994 si trasferisce a Milano per realizzare il suo sogno di diventare pittore. Nella città meneghina inizia a lavorare come barista presso lo storico Bar Jamaica, dove si riunivano personaggi dell’arte, intellettuali ed attori. Un ambiente ricco di stimoli che lo porta a familiarizzare con tutte le forme espressive. Poi si trasferisce in Spagna per cercare nuove motivazioni e ispirazioni. Resta per tre anni per tornare, poi, a Milano con maggiore consapevolezza riguardo le proprie aspirazioni.

Paolo De Cuarto conosce molti grandi artisti che gravitano nell’area duchampiana: ci parla, si confronta e, soprattutto, apprende.

Nel 2002 decide di continuare il suo percorso espressivo da solo e comincia a dipingere usando quella tecnica particolare che poi gli porterà l’appellativo di artista del muro vintage sulla tela.

Negli ultimi anni ha esposto in molte mostre sia private che pubbliche, creando un seguito di collezionisti delle sue opere, che ripercorrono la storia della pubblicità per illustrare con romanticismo nostalgico le variazioni della società italiana negli ultimi settanta anni.

Paolo De Cuarto di recente è stato il Testimonial d’eccezione della serata conclusiva della mostra Impressioni d’Autore, nell’ambito del PROGETTO ARTISTI MAG, un fitto programma che ha come scopo principe quello di dare visibilità, a 360 gradi, agli artisti emergenti contemporanei.

Per i lettori di Lifestyle Made in Italy, abbiamo incontrato il Maestro De Cuarto.

Dal punto di vista di un autore, quanto è stata importante questa mostra collettiva alla Life Art Gallery per gli artisti emergenti?

“È importante perché, senza spettatori, l’Arte non esiste.”

Cento opere esposte. Fra questi artisti ha notato qualche talentuoso in particolare? Un autore che avesse qualcosa di nuovo da raccontare?

“Sì, uno in particolare, uno scultore che salda vecchi pezzi di macchine agricole. Mi ha colpito la sinuosità della sua opera. L’autore è Siciliano, di Cefalù, e si chiama Aricò. Ho sempre invidiato (nel senso positivo del lemma) chi ha i capelli bianchi perché simbolo di saggezza e rispetto, i siciliani per la loro positività, e gli scultori per la loro visione tridimensionale.”

Lei, fin da bambino, desiderava diventare pittore. Quanto è stato difficile riuscire a realizzare questo sogno?

“Mi è sempre piaciuto disegnare, probabilmente, perché per me è molto più facile esprimermi col disegno che con un italiano corretto: un po’ come tutti i bambini, disegnavo ovunque. La sostanziale differenza è che io ho continuato a disegnare, senza studi accademici (ai posteri l’ardua sentenza se questa è cosa giusta), altri bambini invece hanno preferito inseguire progetti diversi, altre aspirazioni. Tutto qui. Picasso sosteneva che impiegò tutta la vita a imparare a disegnare come un bambino. Il mio attuale “mestiere” mi è caduto addosso. È stato solamente un collimarsi di più costellazioni che si sono allineate. Il mio sogno è quello che i miei figli possano beneficiare del mio “lavoro”.” 

Tra le opere che fino ad ora ha realizzato, qual è quella a lei più cara?

“Beh, a costo di sembrare scontato, quella più cara deve ancora arrivare.”

E quella che le ha dato più soddisfazioni?

“Ultimante una mia collezionista, ha voluto regalare un mio lavoro al marito per il suo compleanno. Ho visto il video mentre consegnava il quadro e l’ho visto piangere (spero di gioia). Per utilizzare un “slang” moderno: Tanta roba!”

Se avesse una bacchetta magica e potesse esprimere un desiderio, cosa cambierebbe del suo passato?

“Mi sarebbe piaciuto passare più tempo con mio padre. La differenza generazionale e la sua professione hanno fatto in modo che il nostro rapporto non fosse quello che avrei voluto. L’ho sempre visto, come è giusto che sia, come una figura autoritaria. Ho imparato a conoscerlo quando ormai era troppo tardi.” 

Vivere all’estero è stata un’esperienza che ha modificato in qualche modo la sua visione artistica?

“Per nulla! Si fortifica sempre di più l’idea che il paese ideale, dove vivere, è l’Italia.”

Se guarda verso il futuro dove si vede collocato? Sempre a Milano o in un’altra città del mondo?

“Per una mia serenità mentale non riesco a fare progetti a lungo termine, alle volte non riesco neanche a programmare le mie attività quotidiane. Insomma, preferisco non prendermi sul serio e devo ancora decidere cosa fare da grande.”

Sappiamo che ha chiuso un importante contratto a Miami. Ce ne vuole parlare?

“Potrebbe essere un punto di partenza per l’apertura ad un pubblico più vasto. E se le mie visioni artistiche collimeranno con quelli del pubblico statunitense, per me sarà motivo di grande soddisfazione personale. Nel mio piccolo, penso che sia proprio questo il compito dell’artista: confrontare le proprie visioni con il pubblico, e più questo vasto, maggiore sarà il confronto.”

Si descriva con un aggettivo.

“Malinconico. Non riesco a sradicarmi l’infanzia di dosso. Aspetto d’invecchiare per rimetterla in pratica.”

Nella vita privata Paolo De Cuarto è…

“Se lo dicessi, non sarebbe più privato.” 

Spesso è stato definito un genio dell’arte contemporanea. Quando realizza una nuova opera, sente il peso di questa affermazione? In qualche modo ne influenza il risultato?

“Troppa grazia. Io ogni mattina entro in laboratorio elaboro ed eseguo senza programmi; le eventuali influenze esterne le lascio fuori.” 

Ci vuole più talento o fortuna per essere riconosciuti nell’ambito artistico?

“L’abilità, nel 2019, non è più arte. La chiave per avere riconoscimenti artistici è esprimersi con un linguaggio nuovo ma, ahimè, sono fermamente convinto che i nuovi linguaggi artistici (italiani) siano fermi agli anni ’60; il fermento dell’epoca e la complicità tra Artisti non c’è più. La complicità è fonte di confronto costruttivo. A pensarci bene, noi pittori facciamo cose inutili, ma la genialità sta nel renderle ‘utili’ per una sorta di elevazione culturale. Tocca a noi, quindi, il difficile compito di trasformare cose futili in ‘discorsi da salotto’.”