Nancy, il thriller emotivo, opera prima di Christina Choe, miglior sceneggiatura al Sundance Film Festival, miglior regia al Porto International Film Festival, miglior attrice al Sitges Film Festival, ha aperto lo scorso 15 novembre il RIFF – Rome Independent Film Festival.

È un film che non crea ansia e nemmeno suspense, ma di sicuro mantiene alta l’attenzione per l’imprevedibilità delle azioni della protagonista e per la scelta registica di variare le inquadrature parallelamente ai cambiamenti emotivi della stessa.

Nancy è una donna profondamente turbata di 35 anni che vive con la madre malata e assillante (Ann Dowd) in una casa piuttosto triste ed impersonale. È anche una bugiarda patologica imprigionata dal suo stesso affetto congelato ed incapace di mostrarsi.

Nancy ha timide aspirazioni da scrittrice e un gran talento nascosto, per lei scrivere racconti, rappresenta una via di fuga, ma ci mostra anche un aspetto della sua personalità inaspettato. Nancy appare una donna trascurata, sciatta e la sua vita non sembra affatto quella di una donna interessata alla scrittura eppure sono molteplici gli aspetti che ci stupiranno di questo personaggio nel corso del film.

La sua vita procede insapore ma un giorno in televisione Nancy ascolta la notizia che una coppia di anziani commemora il trentesimo anniversario del rapimento della loro bambina. Tutto questo apre la porta alla fervida immaginazione della giovane.

Nancy si presenta alla porta dei presunti genitori, magnificamente interpretati da J. Smith-Cameron e Steve Buscemi, affermando di essere la loro bimba.

La posta in gioco emotiva del film aumenta precipitosamente, se l’inizio verte sull’enigma intorno alla vita della protagonista, il suo seguito si sviluppa sull’illusione.

L’illusione è pane per scrittori, bambini e innamorati, ma in questo caso siamo davanti ad un palese bisogno di connessione emotiva. Mi riferisco al bisogno di Nancy di appartenere ad un circuito affettivo che chiaramente le è mancato, ma anche alla necessità di perseguire uno scopo per sentirsi viva, fare la benefattrice nei confronti della anziana coppia anch’essa bisognosa dello stesso affetto mancato confluisce l’intero film in un circolo vizioso tra dare e avere.

Affermare che Nancy abbia personalità multiple sarebbe riduttivo e rischierebbe di trascurare tutta la verità emotiva che risiede nelle azioni e nelle menzogne ​​della protagonista. Potrebbe essere una tra le tante spiegazioni se proprio ne dobbiamo fornire una.

Tutti ci aggrappiamo ad illusioni fino a crederci a tal unto da farle sembrare vere.

Nancy è una donna travagliata, ma anche i personaggi con cui si rapporta hanno dolorose storie alle spalle e lei a modo suo riesce ad aiutarli, anche se per breve tempo. Più che una donna disturbata potrebbe apparire come colei che per aiutare sé stessa aiuta il prossimo. Impercettibile è il confine tra bisogno e follia, tentare di interrogarsi sui perché Nancy agisce sconsideratamente non porterebbe a molte risposte. Ma le sue azioni in un modo o nell’altro lasciano segno.

Nancy va compresa, va ascoltata ma non compatita. È una donna sul cui volto non trapelano emozioni e chi tanto cela, tanto soffre, di solito.

Nancy è un film molto intenso, ma allo stesso tempo gradevole al cui centro vediamo sviluppare con fragilità e tenerezza temi come la famiglia, la solitudine, l’accettazione sociale e la condivisione del dolore.

Cari lettori se vi ho un po’ incuriosito vi consiglio vivamente di vederlo!