Michele Saia un caffè conBuongiorno cari lettori, oggi siamo in compagnia del giovane regista Michele Saia e parleremo con lui del suo primo cortometraggio “Io non ho mai davanti ad un buon caffè.

Michele Saia nasce ad Agnone il 18 Maggio 1982. Laureato con lode in grafica d’arte e progettazione presso l’Accademia di Belle Arti de L’Aquila approda al mondo dell’audiovisivo attraverso la scrittura e la realizzazione di spot pubblicitari. Affronta così un linguaggio di sintesi che col tempo ha dato origine alla sua opera prima “Io non ho mai”.

Io non ho mai” come ogni opera intellettuale e artistica, nasce dal bisogno di raccontare un pensiero, condividere desideri o esorcizzare paure. Questo cortometraggio rappresenta “il ricordo“. Uno scorcio di memoria dell’adolescenza di quello che oggi è un uomo adulto.

Piccoli ma fondamentali frammenti di vita costruiscono la persona che siamo oggi, attraversando fiumi di sensazioni, accadimenti, scoperte, rischi e solitudini, veloci come scatti fotografici, veloci come la gioventù, ma il cui peso dura tutta la vita.

SINOSSI

Un pomeriggio di prima estate in un piccolo paese. Una giovane ragazza si isola, da quello che vede come un mondo ostile che si prende gioco di lei, riversando la propria insoddisfazione ascoltando musica, bevendo e disegnando graffiti. Disobbedendo alla madre un ragazzino decide d’insegnare al fratello più grande, ma con dei ritardi, ad andare in bici. Lo lascia davanti casa, solo con la sua indecisione di lanciarsi o meno, e comincia a vagare per il paese e i posti che lo circondano. In segreto è innamorato della ragazza che vede Irraggiungibile essendo più grande di qualche anno. Una serie di eventi, bravate, furtarelli, inseguimenti e risse lo porteranno finalmente a incrociare il percorso di lei che intuirà i suoi sentimenti.

RECENSIONE

“Io non ho mai” racconta di un pomeriggio come tanti, alla ricerca di un proprio posto e di un modo di stare al mondo. Alla ricerca di cose nuove mai provate, in un’età in cui era ancora possibile sorprendersi perché poco era stato fatto, molto era possibile fare e si aveva tutto il tempo per farlo.

Il cortometraggio è sperimentazione. È espressione di creatività e non segue schemi, poiché la corta durata lo svincola dai meccanismi commerciali conferendogli libertà e sincerità espressiva. La stessa sincerità che muove in pochi secondi un adolescente a prendere istintivamente una decisione. Giusta o sbagliata che sia, la spinta che lo muove a scegliere o a non scegliere rappresenta il suo modo di interloquire con il mondo e di sentirsi parte di esso.

E voi cari lettori, che nostalgia avete della vostra adolescenza? Quale scoperta nostalgica vi è rimasta nel cuore ancora oggi, cosa non avete mai…

Mentre ripensate alla vostra adolescenza, leggete le curiosità che abbiamo chiesto al regista davanti ad un bel caffè fumante.

UN CAFFÈ CON MICHELE SAIA

Michele, parlando del rapporto tra i due fratellini del tuo corto e la responsabilità che uno ha preso nei confronti dell’altro concedendogli un permesso negatogli dalla madre (andare in bici), il tema della troppa protezione genitoriale è evidente, ma è ancora più evidente un diverso tipo di amore. Più incosciente ma mosso da altruismo e condivisione, quello del fratellino. Per Michele adolescente quale era il confine tra amore, rischio e rimorso, se mai ti sei ritrovato a prendere decisioni che mettessero a rischio affetti vicini come per il tuo protagonista?

“A dire il vero non mi sono mai trovato da adolescente a prendere una decisione del genere. Però credo che a quell’età poco si rifletta sulla possibilità di mettere in pericolo qualcuno, in generale credo che la percezione del pericolo sia molto bassa quando si è ragazzi e si tiene conto solo dell’istinto senza pensare alle conseguenze. Cosa che fondamentalmente più di tutto li rende giovani. Parlando invece della troppa protezione genitoriale, è una questione che io percepivo molto quando ero piccolo ma non so se sia una cosa legata all’età e quindi ad un senso di ribellione se vogliamo anche incosciente.”

Teresa non ama essere chiamata con il nomignolo, ma con il nome per esteso. Quanto era importante e quanto lo è oggi per un adolescente l’identificazione come individuo unico e distinguibile? Incide il luogo di provenienza? Nel tuo corto l’ambientazione è quella del piccolo paesino, dove tutto è amplificato e chiaramente palese. Ma spostandoci in una visione più ampia, cosa accade ai giovani di oggi di meraviglioso o di spaventoso al momento della “scoperta” di sé stessi nel mondo?

“Nel caso di Teresa lei è infastidita dal modo sfacciato con la quale il ragazzo ignora un passato tra loro due, comportandosi come se nulla fosse. Un passato che ignora anche lo spettatore ma che in qualche modo dovrebbe percepire dall’atteggiamento di lei e che va a contribuire alla definizione del personaggio stesso. Credo che oggi ci sia una forte esigenza di identificarsi come unici e distinguibili ma vedo anche una forte contraddizione alle fondamenta. Sempre più spesso, mi sembra, si tende a costruire un personaggio di sé stesso che sia funzionale a quello che il contesto sociale richiede, che sia accettato e in qualche modo sia conforme e omologato. Questo perché spesso sono poco presenti i presupposti per far si che le personalità davvero uniche vengano premiate. Forse in questo scenario, influenzato sempre di più da una collettività globale, incide meno il luogo di provenienza. Anche se credo che in un piccolo paese, perlomeno fino agli anni adolescenziali, ci sia maggiore possibilità di creare un proprio senso di autonomia avendo spesso la libertà di uscire fuori casa ed esplorare la vastità del mondo. Libertà che presto diventa prigione nell’età adulta. Non so se ho risposto alla domanda però.”

Da grafico e creativo, pensi sia in programma l’uscita di un fumetto imperniato sul tuo corto? Pensi che potrebbe essere uno spunto per un target di lettori adolescenti dai quali attingere e ricambiare insegnamenti sotto forma di fumetto?

“Il mondo della grafica mi sembra ormai lontanissimo anche se mi porto dietro quel bagaglio. Non ho mai pensato di creare un fumetto da “Io non ho mai”, solitamente sono le opere letterarie (fumetto e graphic novel incluse) che, avendo un respiro più ampio, si prestano ad adattamenti di questo tipo. Potrebbe essere uno spunto adatto ad una serialità (come se ne vedono molte in questo periodo) ma faccio fatica a ragionare su prodotti seriali quando è difficile riuscire a produrne anche solo uno. La trovo una fantasia frustrante. Avendone la possibilità chissà.”

Michele Saia, cosa non hai mai…

“Realizzato un film…”

Come prendeva il caffè da ragazzino Michele Saia? A me davano l’orzo fingendo fosse caffè. E oggi?

“Anche a me propinavano l’orzo “Bimbo” (con il bambino sdentato e inquietante sul packaging) non perché sembrasse caffè ma perché “faceva bene”. Ora sono anni che non bevo caffè così m’illudo di dominare i demoni notturni 🙂
Questo per voi però l’ho bevuto davvero. Forse.”