È uscito (volutamente) in sordina il 12 ottobre L’uomo di neve, il nuovo film di Anderson prodotto da Martin Scorsese e distribuito dalla Universal Pictures tratto dall’omonimo successo internazionale di Jo Nesbø

l'uomo di neve L’uomo di neve (The Snowman) è un film tratto dal romanzo numero 7, uscito nel 2007, della serie best seller di Harry Hole dello scrittore norvegese Jo Nesbø. Se fino ad allora Nesbø aveva appassionato tutti gli amanti di gialli, con questo libro ha raggiunto il vero successo internazionale: 34 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Sicuramente rispetto agli altri L’uomo di neve è innovativo, perché più che un giallo si inquadra nel genere thriller-horror.

Questo elemento, insieme alla scelta di girare l’intero film in Norvegia tra la gelida Oslo e Bergen, hanno creato terreno fertile per un adattamento cinematografico pressoché perfetto da un punto di vista stilistico.

Per non parlare poi degli straordinari interpreti: Michael Fassbender (serie X Men, Shame, Prometheus, A Dangerous Method, 12 anni schiavo, Codice criminale… e si potrebbe continuare quasi all’infinito citando sempre grandi film e magistrali interpretazioni), Rebecca Ferguson (Mission: Impossible Rouge Nation, La ragazza del treno), Charlotte Gainsbourg (Melancholia, Indipendence Day – Rigenerazione, solo per citarne alcuni), J.K. Simmons, premio Oscar 2015 per Whiplash, Val Kilmer (Heat – la sfida), Chloe Sevigny (serie tv American Horror Story). Il regista, Tomas Alfredson (Lasciami entrare e La talpa), insomma, mette in campo i migliori. Forse proprio perché la produzione è di Martin Scorsese che, in una fase iniziale, in realtà, era stato scelto per fare lui il regista.

Ma veniamo alla storia, per chi ancora non la conoscesse.

Un sociopatico che si autodefinisce “The Snowman Killer” agisce, appunto, in un panorama glaciale con un obiettivo preciso: mostrare il suo gioco metodico, perverso e criminale all’investigatore capo di una squadra speciale anticrimine che altri non è che il nostro protagonista Harry Hole, Michael Fassbender, perfetto in questo ruolo. Il serial killer ha una predilezione per la decapitazione delle vittime e per dividere e fare a pezzi le membra, salvo poi, spesso, ricomporle altrove. Dove? Per esempio sul pupazzo di neve, suo “alter ego” – se possiamo definirlo così -, e immancabile firma dell’avvenuto delitto. E c’è poi l’atto provocatorio del serial killer nei riguardi del poliziotto, un “gioco” che segue di pari passo le indagini e che si ripropone a ogni nuovo efferato omicidio: “The Snowman Killer” lascia indizi sulla scena del crimine prima di uccidere ancora.

Nel corso dell’indagine Harry Hole, temendo di essere di fronte a un serial killer che da tempo si credeva morto, decide di ingaggiare la brillante recluta, Katrine Bratt (la Ferguson), per farsi aiutare a mettere insieme i pezzi mancanti del puzzle le cui tessere sono alcuni casi irrisolti anni addietro che paiono avere precisi riferimenti agli omicidi più recenti.

Se tutto va come deve andare i due investigatori faranno uscire allo scoperto il killer che li sta osservando da chissà quanto tempo. Se falliscono, con la nuova nevicata, l’uomo di neve, colpirà ancora.

L’uomo di neve in sé è un buon film, ha una giusta carica di mistero, genera una sufficiente inquietudine e al contempo curiosità di scoprire che cosa dovrà ancora accadere e il perché dei ripetuti omicidi. Va detto, però, che io sono assolutamente digiuna di tutte le letture della serie di Harry Hole di Jo Nesbø e che quindi sono andata al cinema senza alcuna carica o aspettativa. Perciò quello che ho visto mi è parso buono ma non ho un termine di paragone valido. Di contro non mi ritengo condizionata e per questo dico, forse da profana, che da un punto di vista filmico e di suggestioni create nello spettatore, il film di Anderson mi ha convinto e lo trovo riuscito. Il ritmo è sufficientemente spiazzante, i pezzi del puzzle sono – credo – volutamente buttati a caso. L’ambientazione norvegese così monocromatica e cupa a me piace e molto. Del resto, De gustibus non est disputandum. Non me ne voglia Nesbø o i suoi fedelissimi che non sono rimasti così soddisfatti da questa pellicola.