Luciano Ligabue ha presentato il 22 gennaio scorso in anteprima alla stampa, presso il cinema Adriano di Roma, il suo nuovo film “Made in Italy” con Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, tratto dall’omonimo concept album. Ecco il racconto della conferenza dalla viva voce dei protagonisti

Luciano Ligabue presenta il suo nuovo filmC’eravamo anche noi tra gli addetti ai lavori che lunedì presso il cinema Adriano di Roma hanno assistito all’anteprima del nuovo film di Luciano LigabueMade in Italy” e alla conferenza stampa che ne è seguita alla presenza dell’intero cast e dei produttori.  Il film nelle sale dal 25 gennaio è prodotto da Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Medusa Film, Zoo Aperto, Riservarossa ed Eventidigitali Film e distribuito da Medusa Film. Nel cast oltre a Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, anche Fausto Maria Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini e Tobia De Angelis.

Vi mostriamo attraverso i video che abbiamo girato, cosa hanno raccontato i protagonisti durante la conferenza stampa, che c’è stata dopo la proiezione del film.

Dal 1998 sono passati 20 anni, è colpa tua de sono passati tanti anni dopo il secondo film del 2001?

Luciano Ligabue: “È colpa di Procacci e Letta, lo chiedevo ogni anni ma erano impegnati. ora dopo 20 anni ho avuto l’occasione”.

Riko (Stefano Accorsi) nel film comincia a dire di voler cambiare delle cose e il suo amico fraterno Carnevale gli dice di non aspettare il cambiamento, ma di cambiare lui. Trovo che questo sia un pensiero molto profondo, hai voglia Luciano di “ricamarci” un po’ intorno?

Luciano Ligabue: “Il cambiamento fa paura anche perché siamo propensi a pensare che non porti buone cose. Quindi non ti vuoi avventurare nel cambiamento, ma è il corso naturale della vita. Penso che più degli eventi è come noi reagiamo a questi che produce la nostra realtà. Siamo resistenti al cambiamento, Riko e Sara vivono in una realtà consolidata fino ad un momento di crisi. Quindi Riko inizia a vedere che le cose gli vanno tutte strette e ha bisogno di cambiare il punto di vista, lo sguardo su quelle cose lì che nonostante tutto ha sempre amato. E il film racconta proprio il percorso che porterà Riko a cambiare il punto di vista sulle cose che ha sempre avuto sotto mano.”

C’è stato un momento in cui “Made In Italy” per Ligabue era già un film prima della sceneggiatura?

Luciano Ligabue: “No “Made in Italy” l’album nasce in un certo senso come progetto balordo, perché so come si ascolta la musica ora e sono consapevole che è anacronistico nel 2000 fare un concept album. Il fatto di farlo e di chiedere a qualcuno di ascoltare un album intero per seguire una storia è al limite della presunzione, ma è quello che volevo fare a quel punto della mia carriera. Quindi ho chiamato Procacci che si è negato per 19 anni, a quel punto io ho visto cadere la scusa che ho sempre avuto per buona. Parliamoci chiaramente, fare film è un mestiere faticosissimo, almeno per me che sono abituato a fare i conti con le emozioni fluiscono. Tu vai su un palco, lasci che le canzoni escano, le canti, gli altri le canti ed è tutto un fluire di emozioni. Fare film invece è un po’ progettarle le emozioni, so che è un termine bruttissimo ma è quello che rende meglio l’idea. Devi fare in modo che alcuni pezzettini di pochi secondi riescano, attraverso un processo che è molto mentale, a produrre qualcosa che tu vorresti fosse di cuore. Io volevo che questo film fosse così e questo ha fatto si che io mi riavvicinassi alla regia, perché ora avevo una storia da raccontare. E finalmente Procacci ha risposta al telefono (sorride n.d.r.)”

Il tentativo coraggioso del film è quello di tenere insieme due piani, la storia d’amore e un discorso forte sull’Italia. Come la vedi questa Italia?

Luciano Ligabue: “Vedo una fase d’incertezza importante, ma non è importante come la vedo, ma quanto piuttosto il sentimento che continuo a provare. Proprio l’altro giorno vedevo che ho cominciato a raccontare il mio sentimento verso questo Paese esattamente 10 anni fa con “Buonanotte all’Italia”, poi ci sono state escursioni come “Il sale della terra” e “Il muro del suono” che avevano anche se attraverso un altro punto di vista, la stessa intenzione di raccontare il mio amore per questo Paese che non viene meno nonostante la frustrazione per tutti i difetti, che vediamo e che non vengono risolti. Volevo raccontare esattamente questo sentimento, ma attraverso gli occhi di uno che ha meno privilegi di me. E Riko è uno che vive in un tessuto vivo, vive una vita normale, e credo che ad un certo punto mentre la seguiamo, ci accorgiamo che in realtà è fuori dal normale e ha un rapporto molto forte con le radici e il Paese. Ad esempio durante il film diciamo che nessun italiano fa le vacanze a Roma e la luna di miele in Italia, anche se in molti concordiamo che questo resta il Paese più bello del mondo. Siamo assuefatti alla sua bellezza e rassegnati al suo malfunzionamento, il che genera una frizione, un sentimento mai risolto, che io spesso sento il bisogno di raccontare ma da un punto di vista sentimentale. Questo film secondo me è un film sentimentale, nel senso che più di tutto mi interessava raccontare gli stati d’animo di un gruppo di persone per bene, che come tali mediamente non hanno voce in capitolo e generalmente non vengono raccontati perché sono poco interessanti dal punto di vista drammaturgico, raccontare i cattivi è più cool, più figo. Io ho tanti amici di vecchia data che sono brave persone, che spesso dicono che in questo Paese essere delle brave persone non paga. Ecco con questo film volevo dare voce proprio a questa categoria di persone.”

Il personaggio interpretato da Kasia ti piace così tanto da sentirti innamorato di Sara Smutniak, come mai?

Luciano Ligabue: “Non sono innamorato, poi c’è tutta questa serie di cose in sospeso con Procacci, quindi c’è una sorta di vendetta (risate). Allora Sara, che nel disco è appena citata in “Mi chiamano tutti Riko”, man mano che scrivevo il suo personaggio le volevo bene: alla sua forza, ma anche alla sua capacità di sbagliare tanto, perché quando fa una cazzata la fa veramente grossa. Ma anche alla sua praticità, che quando vive il momento difficile reclama la vita come vorrebbe che fosse pur tenendo fermi i punti della sua famiglia. E devo dire che se questo era un personaggio a cui volevo bene, visto interpretato da lei devo ammettere che abbiamo passato i limiti del volere bene e adesso sono perdutamente innamorato di Sara Smutniak.”

A Kasia chiediamo qual’è il suo rapporto con Sara, se anche lei le vuole così bene? E com’è stato lavorare con Procacci?

Kasia Smutniak: “Noi non lavoriamo male insieme, perché Domenico mi mette in soggezione. Abbiamo fatto dei film, ma questa cosa non si è risolta e quindi stiamo separati. Io gli ho vietato di venire sul set e quindi lui si nascondeva. Sara è stato un personaggio molto importante per me, è stato difficile affrontarla e per interpretarla mi sono ispirata alla forza che hanno le donne. Di lei mi piace la forza, la coerenza, il fatto che è una che sta con i piedi per terra, che sa esattamente quello che vuole. Lei è una risolta, una che sa ed è il tipo di donna che nei momenti difficili è quella che prende una decisione e non ha paura di prendere le decisioni. Interpretarla non è stato assolutamente facile e quello che mi ha aiutato è stato conoscere chiaramente il mondo di Luciano grazie alle parole delle sue canzoni.”

Chi è Riko? Che tipo di uomo è? E che Ligabue hai trovato a così tanti anni di distanza da “Radiofreccia”?

Stefano Accorsi: “Riko è un uomo che sta in questa sua vita, che ha vissuto anni diversi per questo Paese e che all’inizio troviamo in un momento di crisi. Questo film è vero che racconta una grande storia d’amore e racconta anche la vita. Noi vediamo un uomo inizialmente in crisi che vorrebbe anche andar via, però la cosa che gli dice Carnevale, cambia te invece di aspettare il cambiamento, è una cosa che lo fa molto riflettere. La cosa bella è che non succede nulla di eclatante nella vita di Riko se non cose normali. Anche le più dure, sono cose che succedono, è il suo modo di rapportarsi a queste cose, il cambiare punto di vista su ciò che gli è andato bene per tanto tempo a renderle eclatanti. In pratica si rigenera cambiando il suo punto di vista. Trovo molto raro mettere in scena le persone in questo modo, la cosa forte è che ci ha permesso di raccontare i personaggi in modo autentico e Luciano ci ha permesso di metterci le nostre vere emozioni. C’è tanta verità in questo film.

Per quanto riguarda Luciano, devo dire che l’ho trovato in grande forma. Lavorare con un regista che non fa film da 18 anni è stato un privilegio, perché vuol dire che questa è una storia che è maturata dentro di lui da tanto tempo, e dare voce a quelle brave persone che come ha detto sono anche i suoi amici, coloro che lo circondano, è un modo di raccontare le storie da un punto di vista interno e quindi hai a che fare con un regista che racconta un film che è anche uno della sua vita.”

Hai già pronta una nuova storia?

Luciano Ligabue: “Sono sicuro che Domenico appena finirà la promozione cambierà numero e sparirà per altri 18 anni, quindi potrò fare tutti i film che voglio ma lui si negherà. E poi non ho neppure il numero di Kasia perché non le è stato permesso di darmelo.”

Domenico Procacci: “In tutti questi anni noi ci siamo visti anche senza lavorare, io ormai cercavo di individuare le pause tra un album e l’altro. Quando non c’era nulla chiedevo, ma una cosa su cui ho battuto tantissimo è un’opera rock. “Radiofreccia” dopo avermi consegnato il copione ha aspettato quasi in diretta il mio parere. Anche stavolta è andata così quando siamo andati da Luciano dove registra con la sua band. Lui ci ha raccontato la storia che alla fine abbiamo visto e meritava di essere raccontata. Io sono molto contento che Luciano sia tornato a fare un film, lui è molto bravo ed è fantastico come sia riuscito a non subire quel che è cambiato anche tecnicamente. Anche con Stefano siamo rimasti meravigliati, su Kasia ci sarà sempre qualcuno che penserà che lei fa i film perché li produco io. Alla fine Luciano le ha proposto un provino nonostante io non pensassi fosse adatta, invece è stata bravissima. C’è ancora medusa dopo i primi due film di Luciano, dopo tanti anni lavorare con loro mi rende contento.”

Il finale del film è da leggersi come una sconfitta o un cambiamento di speranza?

Luciano Ligabue: “Questo va lasciato allo spettatore, non è netto apposta perché ognuno lo può vivere per come sentimentalmente si predispone. Il pancione è un forse messaggio di speranza.”

Vorrei parlare del concetto di normalità per i problemi, questo film ne parla in modo molto diverso. Tutto questo è figlio della sua sensibilità o anche della voglia di andare in contrasto con un certo modo di raccontare?

Luciano Ligabue: “Ho seguito il mio istinto, anche per le cose che dicevo prima. Faccio questo mestiere che mi ha reso un personaggio pubblico quasi da quasi 30 anni e ho conosciuto molta gente. Alcuni interessanti, altri sono diventati amici, ma è chiaro che quelli dell’infanzia sono la realtà che frequento di più. Volevo che ci fosse la capacità di dare loro spazio, alle persone per bene che non alzano la voce non prevaricano, ma fanno il loro dovere in silenzio come dice la legge del furiere.”

Qui si rappresenta anche una generazione, quella di mezza età che ha difficoltà a inserirsi in una dimensione lavorativa perché cambia un po’ il contesto sociale intorno?

Luciano Ligabue: “Tutto questo progetto nasce da un seme che ho ripreso nel film, questo nasce dalla canzone “Non ho che te”. Era una canzone che mi sono ritrovato a cantare in prima persona, una persona di mezza età che non trova modo di ricollocarsi. Questa canzone non c’è nel concept album, ma l’ho inserita nel film suonandola in acustico. Mi piaceva perché nel momento in cui Riko perde il lavoro perde la sua identità, non è un percorso di stipendio ma sul come riempire le giornate la tua utilità sociale. Questo porta ad una seconda profonda crisi, ma c’è sempre stato un tentativo di essere specifici. Per Radiofreccia non tutti lo hanno notato ma io spiegavo cosa facevamo, altre volte mettevo la macchina a terra per farne sentire la specificità. L’aggettivo di Radiofreccia più usato è racconto generazionale, io non so ma è sicuro che se in tanti si riconoscono qualcosa ha funzionato.

Tu credi che sia possibile spezzare il cordone con la provincia?

Luciano Ligabue: “Non credo perché vivo lì da un numero irraccontabile di anni e ci vivo bene, per questo il mio raggio d’azione artistico è limitato perché racconto quel che conosco. Volevo dire eh nella fatica boia del film e stato davvero appassionante il lavoro con gli attori, nel vederli nella fotografia finale faccia per faccia ho la sensazione di volergli bene anche se devo ancora capire se ai personaggi o a loro che li hanno incarnati. E anzi approfitto per ringraziarli.”

Hai usato molti primissimi piani o molte scene buie, una tua tecnica? Ho visto un parallelismo con la classe operaia di Gian Maria Volonté.

Luciano Ligabue: “I primi piani sono una scelta molto specifica che ha funzionato soprattutto grazie a Kasia e Stefano. Gli stati d’animo diventavano sfacciati e spudorati. Il fatto delle cose buie era la carenza di luci. A parte gli scherzi erano delle scelte fatte per ricordare la bellezza del paese, sono contento di come abbiamo fotografato Roma e la luna di miele. Per mostrare la luce devi mostrare anche il buio. C’è una scena in cui il commercialista si lamenta del fatto che i due suoi amici operai sono ancora lì a menarla, la classe operaia è poco rappresentata ma non è il mio compito rappresentarla.”

Luca Tomassini hai fatto ballare Stefano in un sorprendente titolo di testo, com’è andata?

Luca Tomassini: “È la prima volta che lavoro con Stefano e Luciano ed è una idea folle che è venuta qualche giorno prima. È stata dura anche per me, Luciano buttava un occhio e io cercavo di portarlo lontano dalla mortadella che però lo aveva già convinto. Ho cercato di fare una coreografia che fosse più un qualcosa di atletico piuttosto che il solito balletto. Ho messo dei passettini di personaggi iconici come Tony Manero. Luciano ha scelto ogni passo sulle mie proposte, un’esperienza molto bella.”

E dulcis in fundo la parola al resto del cast: