Direttamente da Cannes esce il 4 ottobre il nuovo film del regista turco Palma d’Oro Nuri Bilge Ceylan: L’albero dei frutti selvatici. Un giovane scrittore in cerca di affermazione che si sente diverso dal resto del mondo, ma è incapace di ammetterlo. Distribuito da Parthénos

L'albero dei frutti selvatici recensioneA più di quattro anni di distanza dalla Palma d’Oro a Cannes per Il regno d’inverno (Winter Sleep) e dal Gran Premio Speciale della Giuria per C’era una volta in Anatolia (2011), il regista turco Nuri Bilge Ceylan torna a Cannes dove, per la prima volta, esce a mani vuote ma con un buon successo di pubblico e con la candidatura come miglior film straniero per gli Oscar 2019 con il suo nuovo L’albero dei frutti selvatici.

La pellicola potrebbe in un certo senso essere l’opera che riassume l’universo tutto del regista che parte da una storia apparentemente semplice, per poi man mano stratificarla a vari livelli aumentando progressivamente la complessità della narrazione.

Il film racconta di una storia attuale ambientata nella provincia turca, e in particolare in quella porzione di Anatolia che si trova nella provincia di Çanakkale, ovvero sullo Stretto dei Dardanelli, dove sorgeva l’antica Troia. Il titolo originale, “Ahlat Agaci”, significa “Il pero selvatico”, un albero dalle forme ritorte che cresce solitario e che, in un certo qual modo, si erge a simbolo di una realtà atavica della natura ma anche dell’uomo – con i suoi lati imperfetti ma al contempo forte, rigorosa e autentica. E “Ahlat Agaci” è anche il titolo del manoscritto che il protagonista del film, Sinan (Dogu Demirkol), sogna di pubblicare.

L’albero dei frutti selvatici, infatti, prende avvio proprio dalla vicenda del giovane Sinan che, appena laureato in Scienze dell’educazione, fa ritorno al suo paese natio carico di speranze, in primis quella di pubblicare il suo lavoro per potersi affermare come scrittore. Il romanzo/racconto a cui il protagonista ha a lungo lavorato descrive il suo mondo in un modo tutto personale. Purtroppo al suo paese le uniche cose che vengono pubblicate sono quelle a scopo turistico. È così che Sinan si scontra con la difficoltà di trovare un editore o qualcuno intenzionato a dare reale valore al suo lavoro.

L’impresa di trovare un modo per pubblicare il suo libro viaggia di pari passo con la presa di coscienza da parte di Sinan della difficilissima situazione economica in cui versa la sua famiglia. La ragione principale è il padre, il maestro di scuola Idris, pieno di debiti contratti al gioco dei cavalli e con i creditori sempre alla calcagna.

Nel film vediamo un giovane farsi uomo e assistiamo, quindi, alla ricerca della sua nuova identità da adulto. Questa passa attraverso il rapporto con il padre, la madre, la sorella e con uno scontro tra mentalità e generazioni vecchie e nuove, tra chi vuole restare in quella realtà e chi vuole andare.

Sinan chiede a una sua amica per cui ha sempre avuto un debole di dirgli che cosa le dice il suo cuore. Lei risponde: “È da tanto che il mio cuore non mi dice più nulla”. La ragazza ha deciso di restare al paese e di sposarsi con un gioielliere.

Ecco che in questo piccolo passaggio è simboleggiato lo scontro tra quello che è un mondo legato alla tradizione e al passato al quale si resta ancorati a volte soltanto per senso del dovere, e un mondo del futuro che è fatto di desiderio, di voglia di riscatto.

Emanciparsi è però un percorso duro che significa anche arrivare al punto di dover negare le proprie radici. L’albero dei frutti selvatici è un film dove il dualismo e l’oscillazione tra un polo e l’altro (tradizione/passato e speranze del futuro) sono sempre presenti, come nel rapporto tra padre e figlio: Idris, un padre che ha perso il rispetto della comunità e in parte anche di suo figlio, e il figlio stesso, che si vergogna di questo padre e che teme di poter fare la sua stessa fine.

Sono tante le cose che si potrebbero raccontare di questo film, per esempio soffermarci ancora sulla complessa figura del padre che se da un lato appare un fallito a causa della sua ludopatia, dall’altro è ancora un sognatore che desidera un ritorno ai valori autentici.

Vogliamo però lasciarvi il piacere di scoprire le tante linee di narrazione e scavo nella profondità dei personaggi che il regista – anche sceneggiatore – ha dipanato per lo spettatore attento.

Il film si costruisce su lunghi dialoghi, grandi silenzi e altrettanto lunghi piani sequenza. Ogni dialogo pare prendere la strada della disputa filosofica. I fatti, commentati da arie di Bach, diventano epici pur essendo ordinari.

Tutti elementi, questi, che testimoniano la maestria registica e di tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione di una grande opera che assume talvolta connotati di universalità.

188 minuti necessari, fosse solo per assistere a un suggestivo susseguirsi delle stagioni reso con una fotografia splendida.

Gli attori sono stati scelti alla perfezione oltre che per la bravura anche per la loro fisicità.

Il film è intenso, scava in profondo nell’animo umano e suggerisce spunti di riflessione filosofici e non in ogni singolo passaggio.

Sicuramente da vedere non lasciandosi spaventare dalla lunghezza ma preparandosi a vivere un’esperienza formativa importante.