Recensione dell’ultimo libro di Sergio Rizzo, La memoria del criceto, un viaggio nelle amnesie italiane, edito da Feltrinelli editore

la memoria del criceto Sergio Rizzo recensionePer parlare de La memoria del criceto, l’ultimo libro, di Sergio Rizzo bisognerebbe fare un bel respiro, spazzare via tutto.

Un po’ come fanno quelli che devono a tutti i costi riabilitare qualcuno. Magari dopo aver visto un film su l’uomo delle monetine di Hammamet.

Bisognerebbe, dicevo, sgombrare la mente dalla valanga di notizie, polemiche, inutili dibattiti, passaggi televisivi, leggi salva qualcuno e “inciuci” bipartitici.

Si parla di casta, in questo saggio.

Ma anche di storia d’Italia.

Partendo da una riflessione: la memoria quasi nulla del criceto che pur colpito dagli stessi stimoli cade nel tranello e non fa tesoro delle proprie esperienze. Siamo veramente così?

Tra le tante vicende raccontate da Rizzo una delle più curiose è certamente la storia del 17 marzo. Forse perché oltre a testimoniare ancora una volta l’incapacità di ricordare, narra di un Paese, di una Nazione relativamente giovane, che sembra avere paura a dichiarare la propria identità nazionale.

La vicenda di questa data storica, quando il parlamento di Torino proclamò il Regno d’Italia, proprio il 17 marzo 1861, testimonia forse l’incapacità di noi tutti di riconoscere la nostra comunanza di origini, i caratteri costitutivi di una Nazione, proprio come avviene ripensando al patrimonio culturale, artistico e storico disseminato ovunque sul nostro territorio e spesso non valorizzato perché non visto come un qualcosa atto a unire, bensì a dividerci. Sarà il nostro destino, forse, perché anche la possibilità di avere una Festa dell’Unità d’Italia segue lo stesso destino da quando siamo una Nazione.

Tra 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre, il 17 marzo non è mai riuscito a imporsi e risulta oggi una ricorrenza, riconosciuta anche dalla costituzione, ma non una festa nazionale.

Sarebbe interessante continuare a farsi stimolare dal libro di Rizzo in questa recensione, magari analizzando la Tav e i suoi antenati, o il destino dei vitalizi dei parlamentari. O ancora, e qui parliamo di passato recente, l’epopea della Storia nel fantastico mondo delle riforme della pubblica istruzione italiana. La storia intesa come materia scolastica.

A che serve in effetti la storia? A noi italiani poi?

Ad un “Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo” come diceva Pasolini. Quello che forse fa più paura è la facilità con la quale il nostro popolo si fa veicolare, prendere in giro, debole per cultura e personalità, che confonde l’arroganza con la decisione, la cortesia con il “Buonismo”, oramai connotato negativo, il rispetto come inedia e permette a esseri inutili di sentirsi necessari per il Paese intero.

Magari la storia va studiata per il piacere di sapere, ricordare, decidere e capire. Come la letteratura.

Solo per sentirsi, finalmente, italiani.

Un libro che va letto per rinfrescare la memoria su quello che è stato, nella speranza che prima o poi smetta di ripetersi!