il prigioniero coreano recensioneCon Il prigioniero coreano film di Kim Ki-Duk, Corea 2016, in uscita nelle sale il 12 Aprile 2018, il regista torna nello scenario cinematografico con un thriller politico che ha meritato un lunghissimo applauso del pubblico al termine dell’anteprima per la storia, l’interpretazione degli attori e la drammaturgia assolutamente penetrante per forza e umanità.

È la storia di Nam, un pescatore della Corea del nord che per volere del fato finisce con la sua imbarcazione in territorio nemico, la Corea del sud, da qui la sua serena, umile e pacifica vita con la moglie e la figlia, si trasforma in un incubo.

Il povero Nam viene interrogato e bloccato dalle forze speciali della Corea del sud, in quanto ritenuto una spia, viene spinto sia con la forza che con la coercizione alla diserzione alla quale però non cede per amore verso la sua patria e la sua famiglia che non avrebbe potuto più rivedere.

La sua tenacia ed il suo orgoglio riscattano la sua libertà se di libertà si può parlare ottenendo il rimpatrio in terra comunista, ma le sue sofferenze non sono al termine, Nam deve dar conto alle forze speciali nordcoreane di tutto quello che ha fatto e visto a Seul, in quanto il capitalismo del sud potrebbe averlo corrotto al tal punto da farlo diventare una spia ed usarlo contro la sua stessa gente.

Il popolo coreano è ferito da settanta anni, diviso in due e in perenne stato di guerra, il regista attraverso la storia del pescatore Nam, racconta la sofferenza collettiva, toccando tematiche estremamente complesse e sviluppandole con parallelismi molto delicati.

Il mondo dorato del capitalismo che offre possibilità, benessere e libertà, si mostrerà agli occhi di Nam come una maschera beffarda davanti alla quale chiude gli occhi per non cadere in tentazione con più di qualche domanda ai suoi detentori: ma se il capitalismo offre tutto questo come mai ci sono donne costrette a vendere il loro corpo per sfamarsi o immondizia piena di oggetti che potrebbero benissimo essere ancora utili; le tentazioni e le provocazioni non inducono Nam nemmeno per un attimo al pensiero di disertare, per lui la famiglia ha un valore inestimabile ed è per questo che nonostante le torture fisiche e psicologiche continua a difendere la sua innocenza. L’unica cosa che cattura per pochi secondi la sua attenzione è un tenero orsacchiotto visto in una delle tante vetrine luccicanti di Seul che sarebbe piaciuto alla sua bimba, che ne possedeva uno cucito innumerevoli volte dalla mamma, nient’altro.

Nam non è una spia, ma pare che i servizi speciali debbano per forza trovare un colpevole per dare un senso ed una continuità al proprio odio, dimenticando che davanti a loro c’era soltanto un uomo che voleva tornare a casa, in quella stanza che condivideva con la moglie e la figlia di sette anni.

I valori, la tenerezza e la semplicità che il regista ha trasmesso nelle poche scene iniziali della vita di Nam sono state il traino di tutto Il prigioniero coreano, in cui l’amore e l’onestà hanno determinato ogni scelta del protagonista.

Purtroppo anche il suo rientro a casa si è mostrato in una beffa, come ripete continuamente Nam: “mi state prendendo in giro tutti “? Anche il suo popolo lo tratta con poco riguardo e dopo un’apparente e proclamata accoglienza al cospetto dei giornalisti, l’inferno ritorna insieme agli interrogatori e ai dubbi su quanto il capitalismo lo abbia plagiato.

Il prigioniero coreano, nel suo svolgimento ci mette di fronte ad un paradosso: nord e sud in realtà sono molto simili. Al nord la dittatura, al sud la violenza ideologica e al centro il popolo coreano, con dei colpevoli da trovare per forza e qualcuno da punire per tutti. E Nam in qualche modo rappresenta tutti i coreani: è un uomo che non si arrende, è un uomo che lotta fino alla fine, è la linea di confine superata, è la vittoria dei valori umani, è la speranza che prima o poi i fratelli, gli amici e le famiglie separati da una linea d’acqua si riabbraccino e ci si identifichi tutti soltanto come “coreani”.