il mondo sotto un ombrelloneAndare in vacanza. Allontanarsi dalla quotidianità. Fare altro. Dedicarsi a leggere, osservare, riflettere, dormire. Scardinare i ritmi consueti per cucirne altri senza osservanza delle regole, in quel modo un po’ caotico che fa bene al cuore e che stordisce l’anima.

Andare in vacanza. Prendere la distanza dalla propria routine che, per quanto scelta e ponderata, alla lunga diventa ciò da cui, esausta, mi voglio e mi devo allontanare.  Spostarsi su un’isola è il massimo: c’è il mare di mezzo, un’enorme massa d’acqua fra me e il mio quotidiano. Lontana e irraggiungibile con la mia personalissima metafisica degli spazi.

In quest’estate calda e capricciosa, che ribolle di preoccupanti rigurgiti contro l’umanità, unica e trasversale impronta da salvaguardare, mi trovo in Sardegna. Isolana di nascita in un’isola non mia, bellissima quanto la mia. Il mare (e che mare!), la giusta distanza tra me e il resto, le dune, l’acqua cristallina de La Cinta, la molteplicità degli individui intorno, la brezza marina che asciuga l’aria e il tempo, tanto tempo libero.

Accanto al mio ombrellone, c’è una comitiva giovane: due coppie, ognuna con il proprio pargolo. Adulti coetanei. Bambini, lo stesso. Madri novelle, padri impacciati ma volenterosi, cuccioli al di sotto dei due anni. Uno gattona e si alza in piedi con facilità, tenta qualche passo sulla sabbia, ma scotta e cede sotto i piedini. La osserva, ne è incuriosito ed emette gioioso piccoli suoni acuti scoprendo i due incisivi superiori. Allarga le braccia con le manine aperte come dire guarda mamma, questa cosa sotto i piedi si muove, cado. Ma non importa, mamma, resto qui seduto a giocare con paletta e secchiello. Alessio è bravo, è vispo. Alessio è avanti. Quanto è bravo Alessio, orgoglio di mamma e papà.

Giulio, l’altro bimbo, non si muove, non si tira su e non gorgheggia. È disteso sul telo di Spiderman, la bocca semiaperta, ruota lo sguardo di qua e di là, gira la testa verso Alessio sentendo i suoi gridolini allegri. Sorride, qualche dentino in più, muove lentamente le manine sopra di sé in modo scomposto, come quando si gioca a moscacieca. Giulio sta lì, sdraiato sulla schiena e sorride.

La mamma di Alessio, snella di una magrezza curata e tatuata, nel suo minuscolo duepezzi parla a volume altissimo della cena precedente. La grigliata di pesce era costosa ma buona, vero Alessio, si gira di continuo a chiedere conferma al suo piccolo mentre lui continua a giocare con paletta e secchiello. Vero quant’erano buone le seppie, amorino di mamma, tutto buono, ha assaggiato tutto anche lui, vero ciccino mio. Il bambino è disinteressato, nonostante i continui richiami, è intento a sperimentare i giochi con la sabbia, a stupirsi di tutti quei minuscoli granelli di sabbia a disposizione. La mamma non demorde e continua a sollecitarlo a gran voce. Viene voglia di chiedere ad Alessio il favore di risponderle, così magari la finisce. Anche Giulio sembra immune allo sproloquio di questa giovane donna che rende partecipi tutti noi delle sue esperienze gastronomiche recenti.

La mamma di Giulio ha le forme morbide, rotonde, costume intero, più pratico per tirar su il suo bambino, girarlo sul fianco, prenderlo in braccio. Perché Giulio non cammina, non si tira su, non fa le capriole sul telo di Spiderman e non gioca con la sabbia. Questa mamma parla poco, ascolta, l’espressione dolce, conciliante. Sembra possedere un senso estremo di tolleranza e bontà. Una generosa propensione a capire e assecondare, forse nata insieme a suo figlio, oppure con lei, a sua totale insaputa. E con lui, questa propensione, cresce e si fa enorme, accanto a un amore che sognava diverso, ma che ha imparato ad accettare e ad accogliere.

Gli sguardi dei bambini, finalmente, si incrociano e Alessio urla Lu!, agitando le manine e sorridendo a Giulio. Lu! Lu! – ripete felice per quel suono nuovo e per la fortunata congiuntura fra suono e sguardo. La madre chiacchierona si gira e battendo le mani lo gratifica per quella conquista. Bravo Alessio! Dai, riprova: Giu-lio! Come si chiama, dai, Ale, dillo di nuovo: Giu-lio, Giu-lio, Giu-lio. Hai sentito, chiede alla mamma silenziosa. Hai sentito quant’è bravo, ha imparato a chiamarlo.  Alessio intanto è tornato al suo idillio coi granelli di sabbia e non si gira più. Allora la mamma inizia a strattonarlo, gli prende la testa fra le mani per catturare il suo sguardo: forza, dai, ridillo amore bello di mamma, Giu-lio, Giulio.

L’altra madre, in silenzio e con movimenti misurati, cambia il pannolone al suo piccolo. Gli sorride, gli parla con l’unico linguaggio possibile fatto di sguardi, espressioni amorevoli, carezze e coccole. Linguaggio universale. Li guardo: è un incantesimo. Giulio vede solo lei. Lei vede solo Giulio. A bocca chiusa intona un motivo dolce che dal mio ombrellone odo a stento. È la loro canzone.

La mamma di Alessio annuncia a tutta la spiaggia che suo figlio ha fatto la cacca e l’incantesimo si rompe. Lo stende sul telo, mentre lui protesta per aver dovuto interrompere il gioco con la sabbia. Comincia a scalciare e a piagnucolare e la madre lo redarguisce con la grazia che già mi immaginavo: e dai che sei sporco, cavolo, stai fermo!

Davanti ai miei occhi (e non solo i miei), si dispiega questo insolito presepe estivo, pagano. Tutti noi siamo pastori increduli, meticolosamente informati sulla quantità e la consistenza delle feci di Alessio, personaggio delizioso sotto un ombrellone affollato da una strabiliante biodiversità umana. Il bambino sembra divertirsi un mondo, afferra il pannolone e ne spalma il contenuto dappertutto. La bestemmia della mamma è già fuori dai denti ancora prima che apra la bocca e riecheggia fra i bagnanti a un volume ancora più alto del mantra precedente: Giu-lio.

Odio le bestemmie. Sono atea e odio le bestemmie. Offensive e irrispettose per chi ha fede e sconcertanti per chi non l’ha, offendendo un dio di cui non si avverte il conforto.

L’altra donna, il cui sguardo rapito non ha ancora abbandonato quello del suo bambino – àncora di salvezza, rete sotto il trapezio, mano che guida, ala che sostiene il volo – prende suo figlio fra le braccia e lo culla lentamente. La testina nell’incavo fra braccio e seno, il posto più sicuro del mondo. Le ginocchia magrissime e vicine, a piegarsi sull’altro braccio della madre. Il tronco adagiato sulle sue ginocchia. Una madonna e il suo bambino. Una pietà sotto l’ombrellone, su una spiaggia affollata in una calda giornata d’agosto. Un piccolo cristo che sconta i peccati di questo mondo rumoroso e sciatto, col coraggio che sua madre gli infonde. Una madonna che accetta il supplizio del figlio e il suo, con il cuore pieno d’amore.

Cerco di distogliere lo sguardo da quella scena che fa tanto male. Mi rendo conto di non sentire più né urli, né bestemmie, né schiamazzi. Non posso più restare lì, l’aria si è fatta densa, la luce troppo forte, la vista di quella surreale rappresentazione del mondo sotto l’ombrellone mi è insopportabile. Mi alzo e vado a passeggiare sulla battigia. La Cinta è una spiaggia bellissima, lunga e morbida: mi accoglie, mi invita a camminare. E io cammino, meditabonda, a lungo. Rifletto. Mi commuovo e piango.