Il comico tentativo di una giovane donna di schivare i mali del mondo attraverso un rigoroso programma di “ibernazione”: Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh. Recensione

Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh recensioneIl mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh (My year of rest and relaxation) edito da Feltrinelli, nella traduzione di Gioia Guerzoni, è stato un vero e proprio caso editoriale in America. Uno dei libri più attesi in questo 2019 è stato presentato qualche settimana fa a Milano nel “dehor” di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli alla presenza dell’autrice.

Ottessa Moshfegh nata a Boston nel 1981 è stata un’appassionata lettrice fin dall’infanzia, considerando la lettura del racconto di Guy de Maupassant “La collana” un momento chiave nella sua formazione di lettrice e scrittrice che l’ha portata ad amare il racconto come forma narrativa. Tra le scrittrici statunitensi più promettenti, il suo romanzo d’esordio, Eileen (2015), fu tra i finalisti del Man Booker Prize, il più importante premio letterario assegnato in Regno Unito alla narrativa in inglese. Nel 2018 Feltrinelli ha pubblicato una raccolta di 14 racconti, “Nostalgia di un altro mondo”, uscita negli Stati Uniti l’anno precedente con il titolo Homesick For Another World, apparsi sulla “Paris Review”, sul “New Yorker”, su “Granta”, “Vice”, le sono valsi il Pushcart Prize, l’O. Henry Award e il Plimpton Prize. Con la novella McGlue (2014) si è aggiudicata il Fence Modern Prize e il Believer Book Award.

Il suo nuovo romanzo, Il mio anno di riposo e oblio è risultato tra i libri più belli del 2018 per  “The Washington Post”, “Time”, “NPR”, “Amazon”, “Vice”, “Bustle”, “The New York Times”, “The Guardian” e “Kirkus”. La storia che la Moshfegh racconta, è l’esperimento di “ibernazione” narcotica di una giovane donna, aiutata e incoraggiata da una delle peggiori psichiatre della storia. Siamo a New York, all’alba del nuovo millennio, in un tempo non ben definito prima degli attentati alle Twin Towers di New York City.

La protagonista gode di molti privilegi, almeno in apparenza. È giovane, magra, bella, ricca, colta, da poco laureata alla Columbia vive, grazie a un’eredità, in un appartamento nell’ Upper East Side di Manhattan. Ma c’è qualcosa che le manca, c’è un vuoto nella sua vita che non è semplicemente legato alla prematura perdita dei genitori o al modo in cui la tratta il fidanzato che lavora a Wall Street.

Afflitta, decide di lasciare il lavoro in una galleria d’arte e di imbottirsi di farmaci per riposare il più possibile. Si convince che la soluzione sia dormire un anno di fila per non provare alcun sentimento e forse guarire. Tra flashback di film anni ottanta, Whoopy Goldberg e Mickey Rourke in 9 settimane e mezzo, dialoghi surreali spesso spassosi, descrizioni di una New York patetica e scintillante, il libro ci spinge a chiederci se davvero possiamo mai sfuggire al dolore.

“Dormire mi sembrava produttivo, come se qualcosa venisse risolto. Sapevo in fondo al cuore – e questa era forse l’unica cosa che sapevo in quel periodo – che se fossi riuscita a dormire abbastanza sarei stata bene. Mi sarei sentita rinata, nuova. Avrei potuto diventare un’altra persona, ogni cellula rigenerata tante volte così che quelle vecchie sarebbero state solo memorie sfocate, distanti. La mia vita passata sarebbe stata solo un sogno, e avrei potuto ricominciare senza rimpianti, rafforzata dalla beatitudine e dalla serenità accumulata nel mio anno di riposo e oblio»

Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh ha come protagonista un’innominata che viene identificata sulla base dei suoi comportamenti: da un rapporto prettamente fisico, all’abuso di farmaci e alcool, al non vivere per paura di stare male. È una persona sola, tremendamente sola, seduta sul bordo del mondo. Vive in apnea. Non sente la necessità di muoversi per salvarsi dal suo dolore, non lo vuole attraversare, vuole solo che sparisca.

Al contrario della sua migliore amica, Reva, una ragazza piena di vita, di emozioni che la rendono vita. È l’altra metà della mela della protagonista. Unico rapporto che le rimane.

Con una prosa ironica, l’autrice cela la sua ironia dietro l’apatia della protagonista innominata dandole in mano una serie di finti medicinali, una terapista eccentrica e una serie di comparse che la lasciano indifferente. Un espediente per mostrare quanto siamo il frutto dell’ambiente che ci circonda e quanto le mancanze dei nostri genitori inevitabilmente si ripercuoteranno su di noi.

Una strana favola, irriverente, in cui i personaggi non sono gradevoli, anzi spesso risultano insopportabili, ma l’autrice riesce ugualmente a farci affezionare persino a Reva, l’amica fragile e buffa, o allo psichiatra  che prescrive farmaci senza battere ciglio, mettendoci di fronte al lato più oscuro e incomprensibile dell’umanità.

“Tenebrosamente comico e profondo” secondo il “The New York Times Book Review”, Il mio anno di riposo e oblio è per “Entertainment Weekly” il miglior libro  del 2018, «Una rivelazione: divertente, sorprendente e indimenticabile»

È senza dubbio il romanzo da leggere per dare una scossa alla propria vita.