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Un caffè con… Giovanni Versari

Oggi il nostro caffè lo beviamo in compagnia di Giovanni Versari, il fonico di mastering, che ha avuto l’onore di masterizzare “Drones” l’ultimo album della band britannica Muse, aggiungendo un altro importante tassello alle eccellenze “Made in Italy“!

Giovanni ci ha spiegato in cosa consiste il suo lavoro, portandoci virtualmente in studio con lui in un viaggio dal rock pop inglese dei Muse alla Puglia dei Negramaro, di cui ha masterizzato il nuovo album “La rivoluzione sta arrivando in uscita a Settembre.

Spiegheresti ai nostri lettori in cosa consiste il lavoro di “master engineer musicale o fonico di mastering”?

“Potrei definire il mio lavoro come l’anello di congiunzione tra la fase di produzione dell’album in cui si sta ancora lavorando sul suono e la fase di produzione vera e propria del supporto fisico o digitale che sia, ovvero è l’anello di congiunzione fra la distribuzione del prodotto finito e il lavoro artistico vero e proprio; il fonico di Mastering interviene in una fase in cui il lavoro è quasi nella sua forma definitiva, ma c’è ancora la possibilità di fare degli aggiustamenti, lavorando su timbro e dinamica.

Al fonico di Mastering, in pratica, tocca l’ultima parte tecnico-creativa per la realizzazione dell’album, ovvero la creazione del cosiddetto master da cui poi verranno prodotte tutte le copie che andranno in commercio.

A differenza del fonico di missaggio che deve entrare nel merito di ogni suono, quello di mastering non ha le orecchie affaticate dai continui ascolti per la scelta dei suoni insieme ad artisti e produttori, riuscendo così ad avere una visione d’insieme e più distaccata, molto vicina a quella dell’ascoltatore finale, in cui è più facile individuare già al primo ascolto eventuali pecche all’interno del missaggio, quali ad esempio differenze di volumi e fruscii di fondo, per andare così ad eliminarle rendendo il suono finale pulito ed omogeneo, per garantire la massima qualità di ascolto sia sull’hi-fi più potente che sul lettore CD o MP3 più semplice.

Il lavoro del fonico di master è molto delicato perché deve riuscire a capire cosa, nei suoni dell’album che sta ascoltando, è frutto di scelte fatte e cosa invece è frutto di eventuali problemi tecnici per cercare di esaltare i primi ed eliminare i secondi; per fare ciò deve avere punti di riferimento solidi: le sue orecchie, i suoi ascolti, la stanza dove è abituato a sentire tutti i generi musicali e dove per ogni lavoro che sta finalizzando, deve cercare di capire cosa si può ancora aumentare o diminuire in termini di volumi e frequenze, per renderlo più fruibile possibile in tutti i tipi di ascolto.

Non esiste un modo univoco e ben preciso per fare questo tipo di lavoro, perché dipende molto dalle caratteristiche dell’artista e dell’album che si sta finalizzando. Nel mio lavoro il segreto è avere una grande capacità di ascoltare la musica.

Giovanni Versari

Giovanni Versari nel suo studio

Quant’è importante fare bene questa fase per la buona riuscita di un album?

“È fondamentale come tutti i vari passaggi della produzione di un disco, in quanto è quella che chiude il lavoro, mettendo la firma sul suono del disco! Il quanto è importante, dipende anche da quanto è stato lavorato bene prima, non c’è uno standard di riferimento, in ogni lavoro l’approccio è diverso, perché ogni album ha una sua vita propria, un suo percorso.

Quello che cerco di fare io, è essere il più artigianale possibile, personalizzando al massimo questo approccio e forse è proprio questo che è piaciuto molto anche ai Muse!

Che cos’è che rende riconoscibile la musica di un cantante/gruppo? e come fai tu ad esaltare questa peculiarità?

“Ci vorrebbe la bacchetta magica (ride), perché se avessi la capacità di cogliere veramente cosa rende unico ogni artista, sarebbe anche facile crearne di nuovi; comunque direi che in ogni artista di successo, anche di nicchia, la riconoscibilità è data da una particolare fusione tra la ricerca che sta facendo e la fruibilità della sua musica, che può essere anche una fruibilità commerciale come nel caso di un gruppo come i Muse, oppure una fruibilità di sperimentazione, di ricerca, come nel caso di altri gruppi.

Quindi direi che non esiste una formula ben precisa che distingue un artista, quanto piuttosto delle capacità di sintesi e delle doti musicali indiscusse. Non basta essere bravi a suonare, scrivere testi e melodie, occorre anche essere bravi a renderle attuali e interessanti.

Cercare di esaltare le caratteristiche di ogni artista, è una questione di alchimia e io come tecnico di mastering, tento ogni volta di calarmi nelle orecchie del possibile ascoltatore finale, cercando di cogliere le caratteristiche da esaltare in modo tale da ottimizzare il suono per l’ascolto.

La tendenza di gruppi e cantanti nostrani è quella di andare a masterizzare in Inghilterra, come te lo spieghi da esperto del settore? moda o davvero differenza di qualità?

“Senza voler togliere nulla agli studi di produzione esteri, visto che ce ne sono di veramente bravi, alcuni dei quali rappresentano addirittura un riferimento per il settore, secondo me ad un certo livello di attrezzature e di esperienza professionale, le differenze tra i master engineer di tutto il mondo sono davvero minime e il lavoro che ho fatto con i Muse ne è la conferma.

Infatti una band come loro può scegliere i migliori studi, e il fatto che ne abbiano scelto uno italiano, dimostra che il livello è paritario e questo è ciò che ho sempre pensato.

Spesso, come è successo anche nel caso dei Muse, gli artisti chiedono il mastering a diversi studi importanti a livello mondiale, per poter scegliere fra le varie masterizzazioni, quella che più si avvicina alla loro idea.
Finora non ho mai ravvisato l’esistenza di un gradino di professionalità tra noi e loro, soprattutto se si pensa al fatto che in uno stesso album possono esserci tracce masterizzate da studi differenti, come nello stesso album dei Muse in cui “Dead inside” è l’unica canzone che non porta la mia firma.

Quindi mi verrebbe da dire che più che una moda, l’andare all’estero sia soprattutto la ricerca di qualcuno che garantisca un suono internazionale, in quanto produttore di artisti importante e che vendono di più.
Il fatto che i Muse abbiano scelto uno studio italiano, secondo me, sfata anche questo mito, perché non volevano di certo fare un album con un suono italiano. Tutt’altro, considerato che le coordinate del loro album erano super rock e super pop: cercavano un disco che tornasse alle loro origini, un po’ più rock rispetto agli ultimi lavori, ma con una fruibilità pop. Diciamo, un input non propriamente italiano!

Com’è arrivata la richiesta dei Muse e cosa hai provato?

“Nella produzione di un album ci sono sempre più produttori ed è stato così anche per i Muse, che avevano Robert John “Mutt” Lange, produttore rock per eccellenza, lo stesso che ha prodotto gli album degli AC/DC e altri due produttori aggiuntivi, uno dei quali è Tommaso Colliva, persona che da dieci anni collabora con loro, nonché mio caro amico, che quando fa progetti in Italia collabora sempre con me ed in questo caso è stato il mio gancio per i Muse, proponendomi in un momento in cui la band aveva dei dubbi.

Ho affrontato questo lavoro come faccio con tutti, dando il meglio di me; ero molto contento perché sapevo che mi stavo in qualche modo confrontando con i più grandi studi esteri, quindi mi sarebbe andata bene se avessero scelto anche solo una mia canzone… ma tredici su quattordici… diciamo che è andata meglio.

Sicuramente la riuscita del lavoro è stata possibile anche grazie alla collaborazione di Tommaso Colliva, che lavorando a strettissimo contatto con i Muse ed avendo vissuto in primissima persona tutte le fasi di produzione dell’album, è riuscito a farmi capire perfettamente quali erano le loro esigenze e che cosa si aspettavano non solo da ogni singolo brano, ma dal lavoro nel suo complesso, permettendomi di mettere nella masterizzazione quel qualcosa in più che è mancato agli altri studi.

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Tommaso Colliva in studio con i Muse

Qual’è stata la cosa che più ti ha colpito lavorando alla masterizzazione di “Drones”?

“La cosa particolare che ho riscontrato nella masterizzazione di questo album è sicuramente il fatto che è stato un lavoro molto creativo. Normalmente si arriva alla fase di mastering con un pacchetto che già funziona abbastanza, mentre i Muse si sono lasciati tutte le porte aperte fino all’ultimo, proprio perché cercavano un risultato molto molto creativo principalmente dal loro punto di vista. Per me è stato un lavoro bello e stimolante, anche se per alcuni pezzi che non avevano ancora un focus ben preciso, ho dovuto rifare il mastering tre/quattro volte, non perché non andasse bene, ma perché i Muse cambiavano completamente il senso del brano, per cercare di ottenere il miglior risultato possibile.

Sono rimasto inoltre piacevolmente colpito, nello scoprire che una band del loro calibro, malgrado le enormi aspettative su ogni album, ha il coraggio di osare fino all’ultimo istante e di non fermarsi finché non si emoziona ascoltando il frutto del proprio lavoro. Sinceramente, pensavo di ricevere un lavoro molto più “impacchettato”!

Tra gli artisti per cui hai lavorato ci sono i Negramaro, noi abbiamo molti loro fan tra i nostri lettori, ci racconti un aneddoto legato alla masterizzazione del loro nuovo album “La rivoluzione sta arrivando”? che cosa dobbiamo aspettarci?

“Ho masterizzato il loro primo album, quando ancora non erano famosi ed ora ho masterizzato il nuovo “La rivoluzione sta arrivando”, che uscirà il prossimo Settembre, e anche qui la cosa particolare, è che si è riproposta la triangolazione internazionale che c’è stata per il lavoro dei Muse.

Infatti, i Negramaro per questo album hanno scelto un produttore italiano, ma poi hanno deciso di far fare il missaggio ad un fonico americano molto bravo e famoso, lo stesso degli album dei britannici Editors e degli statunitensi Kings of Lion, per poi fare il mastering in Italia con me.

Anche loro sono stati creativi, ma hanno comunque un peso della parola, della lingua italiana che deve essere importante; cercavano un disco che fosse molto fruibile dal punto di vista delle canzoni e che arrivasse in maniera immediata. Francamente mi sembra proprio che siano riusciti a centrare l’obiettivo, quindi i fan dei Negramaro dovranno aspettarsi un disco con tantissime belle canzoni che arrivano dritte al cuore!

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Come prendi il caffè?

“Da un po’ di tempo prendo il caffè d’orzo, perché è una bevanda che mi è sempre piaciuta, non la uso come surrogato del caffè; poi amo il mio lavoro quindi non ho bisogno di prendere il caffè per svegliarmi!”