Auschwitz

Liberi di non dimenticare.
Oggi è il giorno della memoria, il giorno in cui ci emozioniamo ricordando l’orrore dei campi di sterminio nazista della seconda guerra mondiale.
Chi è sopravvissuto a quell’assurdo massacro è tornato con poche parole e con la difficoltà di esprimersi e di descrivere che cosa c’era, che cosa ha visto e sentito, cosa ha subito.
Anche Primo Levi ne parla in Se questo è un uomo”: la paura di non essere capito, di non essere creduto.

A Roma si scappava quando cominciò il rastrellamento e chi ha potuto ha lottato, come ci racconta Ferzan Ozpetek in “La finestra di fronte” o come i nostri nonni, zii e vecchi amici ricordano e raccontano quel tempo, qualcuno anche con uno spirito tale negli occhi da immergerti tuo malgrado in quei frammenti di vita.

Puoi solo immaginarti il viaggio di molti su quei treni merce. Magari ti lasci coccolare da “La vita è bella” nella speranza che quel pensiero sia solo un gioco di un bambino.

Le parole sono la nostra famiglia: sono spesso la nostra più grande libertà, la nostra forza e identificazione, le nostra origine e fantasia, la nostra famiglia, ciò che di più intimo abbiamo.

La libertà di espressione e di usare le parole, di scegliere senza paura di essere fraintesi le più adatte ci è necessario, come respirare.

Mi togli il nome, grido e non mi ascolti, piango e non mi guardi: non esisto.

Oggi non abbiamo questa guerra, almeno in Italia. Massacri simili forse esistono e non giustificano certo ciò che è stato: non è una gara a chi è più atroce.

Quello che conta è non dimenticare: la memoria è lo scriba dell’anima.

Quello che conta è lottare per le parole, perché loro vivono di un significato che non svanisce, neanche quando dimentichiamo di usarle per un po’, neanche quando le lasciamo in soffitta a prendere polvere.  La parola umanità.

Ma ciò che più mi preoccupa è la contaminazione, la sporcizia ed il fango che macchiano anche i concetti e le parole più belle, perché qualcuno le ha distorte, costringendo tutti a collegare concetti  e ad incatenarne la libertà di espressione.

Non abbiamo paura.

Non dobbiamo mai  aver timore di utilizzare una parola o di cantare una canzone perché qualcuno ha deciso per noi quale debba essere il suo significato.

Per i partigiani “Bella ciao” è stata la canzone della resistenza dall’oppressore. Per la scuola italiana il confine tra i buoni e i cattivi. Oggi se la canti in Italia sei un comunista.

Siamo liberi!!

Non esista l’indicibile perché è già esistito.