Ginevra Van DeflorAlzi la mano chi non ha a che fare quotidianamente con almeno un gruppo Whatsapp per gestire/ organizzare la vita dei proprio figli… Sicuri che non vedremo mai una foresta di mani alzate, abbiamo deciso di condividere con voi, nel nostro “un caffè con” di oggi, l’esperienza di Ginevra Van Deflor, una mamma come tante, che ha deciso di mettere nero su bianco tra ironia e verità, tutto ciò che aleggia intorno al mondo dell’età scolare dei nostri figli. Il tutto raccolto in un gradevolissimo e divertente libro, dalle indiscusse proprietà terapeutiche “Back to school. L’insostenibile pesantezza dell’essere genitori-di-allievi“, che Ginevra ha scritto, mettendo anche a rischio la sua stessa incolumità (motivo per cui scrive sotto pseudonimo), nella speranza di aiutare tutti quei neo-genitori e non, a stressarsi di meno dando il giusto peso alle cose che riguardano i loro preziosi pargoli.

Per chi ancora non ha avuto il piacere di leggere il tuo libro, “Back to school. L’insostenibile pesantezza dell’essere genitori-di-allievi”, racconteresti com’è nata l’idea?

“Con piacere. L’idea mi è venuta in parte dai discorsi fatti con le amiche e con le mamme dei compagni di scuola dei miei bambini, in parte dall’aver realizzato, spostandoci noi frequentemente di città (ed ultimamente anche di nazione), che alla fine le problematiche dei “Genitori-di-Allievi” erano ovunque piuttosto simili. Ho pensato, quindi, che parlarne in modo ironico e divertito potesse aiutare a viverle con maggior leggerezza, sdrammatizzandole un po’ e cercando di prenderle un po’ meno sul serio. Diciamo che inizialmente il libro ha avuto quasi una finalità “terapeutica”: invece di stressarmi per tutta l’infinita varietà di piccoli enormi drammi che costellano il quotidiano di chi ha figli in età scolare, ho provato a riderci sopra e tentare di far ridere anche chi, come me, era nella classica “stessa barca”.
Mentre scrivevo, tra l’altro, mi sono resa conto che esistevano non pochi libri che raccontavano in termini più o meno umoristici il primo anno di vita da neo-genitori, ma non mi risulta ce ne siano particolarmente a trattare i periodi di vita successivi, altrettanto densi di novità, cambiamenti e peripezie tragicomiche. Mi è sembrato giusto quindi approfittarne per cercare di colmare in qualche modo questo “vuoto”!”

Da figlia e mamma, com’è cambiato secondo te nell’ultimo decennio il mestiere di genitore? e quali sono le difficoltà più grandi che i genitori moderni incontrano rispetto ad esempio ai nostri o addirittura ai nostri nonni?

“Trovo che la nostra generazione (pur se ha un range di età piuttosto ampio, considerato che si hanno figli ad anni parecchio differenti, ormai) sia in qualche modo una generazione di mezzo. Che, come tutte le generazioni di mezzo, non si può dire si trovi nella posizione migliore e più fortunata. Mi spiego: la maggior parte di noi ha avuto dei genitori non sempre iper-presenti, che spesso parcheggiavano i propri figli dai nonni, se non con babysitter (reali o tecnologiche, vedi l’onnipresente televisione e, in seguito, i videgames). E’ vero, già si trattava di madri e padri che coi propri bambini un po’ giocavano, un po’ parlavano, un po’ si confrontavano.

Ma ancora – dal mio punto di vista – erano genitori che si ponevano poche domande sul loro ruolo e la cui vita non era incentrata in modo così forte sulla propria prole. Era il periodo post anni ’70, molte mamme ormai lavoravano, molte coppie ormai divorziavano e, di base, i figli dovevano in un modo o nell’altro adeguarsi a seguire la vita dei genitori. I genitori attuali, invece, tendono a seguire la vita dei loro figli (basti vedere la tendenza sempre più frequente nelle separazioni a far spostare i genitori e lasciare i figli fissi nella “casa di famiglia”, per fare un esempio a mio avviso emblematico del cambio di mentalità).

Forse per reazione al nostro sentirci essere stati un po’ poco considerati, forse perché c’è un fiorire di studi psicologici che suggeriscono come rapportarsi con i bambini, forse perché ci interroghiamo sempre di più e abbiamo sempre più dubbi, perché il modello precedente non ci ha soddisfatto ma non è stato ancora opportunamente rimpiazzato da uno nuovo, fatto sta che il “mestiere di genitore” pare sempre più difficile. E la definizione stessa dell’essere padri o madri come un “mestiere” la trovo estremamente sbagliata, faticosa e impropria. Si perde spesso il piacere, in quest’ansia di fare il “mestiere” di genitore nel migliore dei modi. Sempre con l’ottica di “non sbagliare”, sempre con l’obiettivo non dichiarato, ma implicito, di “creare” il figlio perfetto, creativo, socievole, intraprendente, intellettuale, sportivo, ma anche musicista, poliglotta, a volte contemplativo a volte pronto all’azione, dotato nelle arti marziali ma anche nello yoga, interessato ai musei ma anche alla tecnologia, insomma, in pratica, di tutto, di più. E spesso, troppo spesso, con l’unico risultato di stressarsi infinitamente noi ed, insieme a noi, i nostri figli.”

Prova ad immaginare una scuola senza gruppi WhatsApp. Come sarebbe secondo te?

“Allora, dirò una cosa “controcorrente”: nonostante nel mio libro abbia preso in giro ampiamente le derive quasi patologiche dell’abuso di gruppi Whatsapp che ormai affligge ogni istituto scolastico (e non solo), nella realtà io non credo che la chat di gruppo sia “il MALE” in senso assoluto. Come ogni cosa, essendo un mero mezzo, dipende da come la si usa.

Se correttamente “dosata” in realtà può davvero essere uno strumento utile, per conoscere i compiti, per scambiarsi informazioni su iniziative o attività extrascolastiche interessanti, per improvvisare un’uscita ad un parco non in solitaria, per dire. Il vero problema è quando viene usata in modo ossessivo per dar sfogo – quasi senza filtro – alle proprie angosce, alle varie “ansie da prestazione” nei confronti delle maestre, a l’iper-competizione che a volte, ahimè, affligge alcuni genitori e, di conseguenza, per interposta persona i loro figli, e via discorrendo. Alla mancanza, a volte, di qualcos’altro di più interessante da fare, ma a volte anche alla solitudine di – solitamente – mamme che, vivendo sempre più sì connesse ma anche isolate (dalla famiglia di origine, dalle amicizie più care, da altre mamme), si ritrovano forse troppo di frequente in preda a dubbi che esprimono compulsivamente, quasi senza freno, sulla chat di classe.

Diciamo che è l’uso smodato che rende Whatsapp “famigerato”. Senza, forse sarebbe meno evidente il vero problema, che poi è lo stesso di cui parlavo prima: l’eccessivo carico di stress che accompagna il ruolo del genitore e fa sì che ogni, anche minima, cosa venga enormemente e costantemente drammatizzata. In pratica, se non cambia la mentalità di fondo, la scuola senza Whatsapp non sarebbe poi così diversa. Mal che vada, si userebbe Telegram!”

A proposito di scuola e gruppi WhatsApp: cosa ne pensi del cyberbullismo, che ormai sembra trovare già dalle elementari terreno fertile?

“Il cyberbullismo è un problema molto serio, che andrebbe altrettanto seriamente affrontato. Sono convinta che sia necessario un’educazione alla socializzazione, materia introdotta ad esempio nelle scuole a partire dalla primaria in alcuni paesi del Nord Europa. Ancora una volta, come per Whatsapp, il supporto tecnologico contribuisce ad inasprire ed esasperare il problema, ma NON costituisce il problema. Il problema, in sé, nasce – dal mio punto di vista – dal fatto che, come tutte le cose, anche lo stare con gli altri, il rispettarli, il non trattarli da “bulli” si deve imparare. La nostra è una società iper-competitiva dove spesso, purtroppo, chi grida più forte, chi è più prepotente, chi è più furbo e sprezzante nei confronti degli altri ha la meglio, e questo non costituisce certo un grande esempio.

I nostri bimbi, poi, sempre più spesso precocemente scolarizzati, imparano velocemente “la legge del più forte”, quando per apprendere a rispettare il più debole, a proteggerlo, a non prendersene gioco sarebbe necessario un insegnamento che spesso – per mille ed un motivo – non è presente o, se lo è, non in modo sistematico (nella maggior parte dei casi, dipende dalla sensibilità della singola maestra o della stessa famiglia).

A mio avviso manca una cultura di “pace”. Lo si nota anche nelle storie dei cartoni animati o della maggior parte delle favole. Dovrebbe esserci uno sforzo ed un attenzione maggiore per creare una cultura non più volta alla violenza e alla sopraffazione.”

Che consiglio dai ai genitori delle scuole di qualsiasi ordine e grado per sopravvivere a questa giungla?

“Beh, il consiglio migliore che posso dare è: LEGGETE IL MIO LIBRO!!! No, scherzo, anche se il principio che me lo ha ispirato è lo stesso: il consiglio che vorrei dare è di riderci un poco più sopra e di prendersi – noi tutti – un po’ meno sul serio.

La scuola è importantissima, ne sono assolutamente convinta. Può non essere altrettanto importante ansieggiarsi oltremisura per compiti, se-mi-mangia-o-non-mi-mangia-alla-mensa, quale regali (e quanti) fare alle maestre, quale attività extrascolastica è meglio fare e quante centinaia di volte a settimana, se è meglio grembiule-sì o grembiule-no, quante lingue straniere si devono apprendere prima dei 7 anni, che tipo di festa-di-compleanno-faraonica-imponente-indimenticabile-imperdibile-ipercostosa-ultraoriginale si possa escogitare, e potrei continuare all’infinito… ma non lo farò.”

Dopo questa esperienza sottocopertura, hai in programma di scrivere un nuovo libro? E se si di cosa tratterà?

“In realtà, ho già in cantiere più di un libro. Sempre con uno stile ironico (e autoironico), perché mi permettono di fare ciò che – oramai credo sia chiaro – trovo sia il miglior modo di prendere la vita: un po’ a ridere. Che non vuol dire superficialmente, anzi, tutt’altro. Trovo ci sia una diffusa tendenza a prendere eccessivamente sul serio le emerite sciocchezze e troppo poco sul serio le cose che, in realtà, andrebbero prese davvero sul serio.

Diciamo che vorrei poter dare il mio modesto contributo affinché l’ago della bilancia, in questo senso, si sposti. E poi mi piacerebbe scrivere delle favole, o dei racconti per bambini. Ma devo ancora stabilire se usare lo stesso pseudonimo o cambiarlo, per dare spazio e vita ad una delle mie tante – molteplici – personalità.”

Dulcis in fundo, la nostra domanda di rito: come prendi il caffè?

“Io sono una fan sfegatata del caffè, in ogni sua forma. Alla domanda “Vuoi un caffè”, rispondo sempre e costantemente SI’!, non importa che ora del giorno – e della notte – sia. La mia versione preferita è “cappuccino-con-tanta-schiuma”, anche se ultimamente, abitando a Parigi, mi devo accontentare di un tentativo di imitazione francamente alquanto alla lontana. Non disdegno però tutte le sue varie declinazioni, anche quelle più blasfeme per un “italiano DOC” come i vari Macchiato-Caramel di Starbucks. Ma da serie-tv-americane-dipendente quale sono, anche solo l’idea di andarmene in giro con il bicchierone e il beverozzo mi fa sentire molto “Una mamma per Amica”, tanto per tornare in tema di “Genitori” da cui è partita l’intervista, e la ragione per cui la sto facendo, cioè il mio libro. Anzi, credo che andrò giusto a farmi un caffè, e ve ne offrirò virtualmente uno, per ringraziarvi!”