Giacomo Papi: Happydemia, l'antidoto allo stress da pandemiaOspite del nostro “Un caffè con” di oggi è Giacomo Papi, giornalista e scrittore, che con il suo stile narrativo, un intrigante mix di umorismo e racconto sociologico, ci introduce in maniera divertente alla riflessione su argomenti filosofici e fenomeni sociali tipicamente oggetto di “noiosi” saggi. Così dopo averci posto davanti alla “caccia” agli intellettuali, in un’epoca in cui la cultura era ormai disprezzata, nel suo bestseller del 2019 “Il censimento dei radical chic“, edito da Feltrinelli, con il suo nuovo divertente romanzo “Happydemia” ci porta nell’Italia della pandemia.

Un’Italia divisa tra zone gialle e zone rosse, in cui le persone sono sempre più nervose e tristi pressate da continui divieti e assurde regole di sopravvivenza calate dall’alto, mediante incomprensibili Dpcm, dal “Previdente del Consiglio”. È in questo scenario, che ci suona “vagamente” familiare, che nasce e prospera Happydemia, la più grande multinazionale di psychodelivery che, grazie a un esercito di 70 mila rider, distribuisce psicofarmaci venduti attraverso l’Happ.

Un romanzo davvero piacevole, che attenzione, porta dipendenza!!! Infatti leggendolo verrete pervasi da una straordinaria sensazione di benessere e buon umore che vi terrà legati fino all’ultima parola 😉 Ma scopriamo qualcosa in più dall’intervista al suo autore: Giacomo Papi.

Puoi raccontare in breve ai nostri lettori di cosa parla “Happydemia”, il tuo nuovo romanzo edito da Feltrinelli?

“Happydemia è una grande multinazionale come Amazon, solo che consegna psicofarmaci in un mondo in cui le persone sono sempre più nervose perché ci sono continui lockdown, un’epidemia a zone gialle e zone rosse. Il protagonista è Michele un ragazzo di 19 anni che vive con il nonno e che invece di iscriversi all’università decide di andare a fare il rider per Happydemia, cioè il consegnator, perché almeno sta fuori di casa in un mondo in cui tutti devono stare in casa. Questo mi permette di descrivere un paesaggio piuttosto simile a quello che abbiamo visto quest’anno, perché ho un protagonista che si muove dentro la città. Ed è anche una storia d’amore perché Michele incontrerà una ragazza che fa consegne e che non si toglie mai la mascherina, insomma in un mondo in cui toccarsi è vietato e anche i baci sono stati vietati, alla fine è possibile anche una storia d’amore. Contemporaneamente viene raccontato anche ciò che succede a livello nel mondo della politica, dove si decide, dove si dispone del domani ma dove si brancola nel buio”.

Com’è nata l’idea di questo romanzo?

“L’idea è nata dal fatto che nei primi giorni del primo lockdown non riuscivo a dormire, così mi sono fatto portare da un amico psichiatra dei sonniferi. E lui me li ha portati con la moto e mi ha detto che avrebbe dovuto inventare un servizio di psychodelivery e allora mi è venuta l’idea di un protagonista rider che consegna psicofarmaci. Questa epidemia ha ingrandito tutta una serie di trasformazioni della società che erano già in corso, è stata una sorta di lente d’ingrandimento. Una di queste è il peso crescente che ha chi lavora trasportando cose e una divisione, diciamo quasi di classe, tra chi può lavorare stando fermo e chi invece deve muoversi. Non solo questo scontro, l’epidemia ha mostrato, ma anche quello tra giovani e anziani. Cioè fra chi per salvarsi e vivere deve rimanere in casa e chi per vivere deve uscire e fare le cose che, giustamente, i ragazzi fanno. Quindi questa situazione ha mostrato tutta una serie di contrasti, situazioni e problemi che c’erano già prima ma che vedevamo un po’ meno. Un’altra trasformazione è quella dell’importanza di internet e del commercio a distanza da Amazon a Deliveroo, che durante quest’anno sono diventate assolutamente centrali nella nostra vita sociale. Lo erano anche prima, non è che non lo fossero, però lo vedevamo un po’ meno perché, appunto, potevamo uscire, vedere altre persone e quindi era meno evidente. Il personaggio di Michele e l’idea di Happydemia, mi consentono un po’ di riflettere e di descrivere i tempi che corrono, su ciò che stiamo diventando”.

A proposito di lockdown, come hai vissuto questa esperienza? Citando il tuo romanzo, hai sentito “la casa come un guscio che protegge o cella che imprigiona”?

“Beh ho sentito la casa come tutte e due le cose, come tutti credo. Ovviamente questo dipende anche dalle condizioni oggettive di chiunque, perché più è piccola la casa, più non ha terrazzi, ecc e più imprigiona. Io ho la fortuna di vivere in una casa decentemente grande e quindi non mi sono sentito troppo prigioniero. Però sicuramente questo senso di prigionia, ma anche di protezione che lascerà degli strascichi. Io credo che da un lato abbiamo tutti una grandissima voglia di uscire, dall’altro abbiamo anche un po’ paura di uscire di nuovo, ne abbiamo un po’ meno voglia, siamo diventati un po’ più pigri. Durante quest’anno chi ha potuto farlo, ad esempio, ha un po’ ristrutturato i ritmi del sonno e della veglia, perché lavorando da casa ti riesci a gestire i tempi in maniera diversa, quindi non credo che si tornerà alla situazione che c’era prima. Questo è un cambio d’epoca in cui tutta una serie di processi che erano già in atto sono venuti alla maturazione”.

Da attento analizzatore dei fatti, che ti porta ad avere uno sguardo spostato sempre un po’ più avanti, come si risveglieranno secondo te l’Italia e gli Italiani da questo brutto incubo? Oppure “per non sterminare mezzo pianeta converrà farne rimanere una buona parte a dormire” come dice Pitamiz, il visionario fondatore di “Happydemia”?

“(Ride) Non credo che si arriverà alla riforma del sonno che Pitamiz, che è cattivo, propone nel mio libro. Però penso che i ritmi del sonno e della veglia sono già molto cambiati, che se una volta la nostra vita era divisa in 8 ore di lavoro, 8 ore di consumo e 8 ore di riposo, diciamo così, ora questa scansione della vita non regge più in tutto l’occidente. Nel senso che consumiamo fino a tardi, già soltanto guardare Netflix fino a notte fonda è una forma di consumo. Mentre per quanto riguarda il lavoro, nessuno lavora più 8 ore, si lavora molto di più, ma nel frattempo, magari, si chatta, si fanno anche altre cose, come magari ordinare la spesa nei momenti di pausa. Quindi l’organizzazione delle nostre giornate e del lavoro è cambiata, quindi penso che non sarà un risveglio, quanto piuttosto una transizione d’epoca. Stiamo entrando completamente in un’epoca i cui segni si vedevano già, naturalmente si torneranno a fare tutta una serie di cose che si facevano prima, uscire, andare in discoteca, ecc, ma il nostro modo di vivere avrà assorbito certi comportamenti che sono stati accelerati dal virus. Ad esempio non credo che molti datori di lavoro si accorgeranno che è conveniente far lavorare le persone da casa, se non altro perché non si paga la corrente elettrica e l’affitto degli uffici. Quindi penso che entreremo in un’organizzazione diversa della vita e questo è ciò che ho cercato di raccontare nel romanzo”.

Ultima curiosità, come ne “Il censimento dei Radical chic” anche in questo nuovo romanzo assistiamo in un certo senso alla sconfitta della cultura con i giovani che preferiscono fare i rider invece che iscriversi all’università. Come si è arrivati a questo disamore secondo te e come pensi si possa riaccendere l’interesse delle nuove generazioni verso la cultura?

“Da un lato non è vero che le nuove generazioni non hanno interesse per la cultura. Tutto è cultura, molto più di quanto non fosse… non dimentichiamoci mai che le persone leggono e scrivono come in nessun’altra epoca, guardano film e consumano cultura come non è mai successo in nessun’altra epoca. Abbiamo un’immagine del passato come se fossimo tutti acculturati, mentre invece erano pochissimi gli intellettuali, quelli che leggevano libri. Quindi la prima considerazione è questa. La seconda è che questo allargamento della massa di chi scrive, di chi legge, di chi posta cose, di chi dice la sua, ovviamente diminuisce la funzione degli intellettuali, il peso. Non servono più, perché il loro territorio viene invaso e quindi c’è sicuramente una trasformazione di questo tipo, però contemporaneamente, io credo che il ruolo di chi cerca di mostrare il mondo e le trasformazioni in corso in un pensiero compiuto, cioè attraverso un libro, un romanzo, sia insostituibile, perché questa cosa i social non la riescono a fare. Perché per quanto possano raggiungere tantissime persone, sono mezzi inadeguati per un vero racconto. Letteratura e cinema possono farlo, Twitter non può farlo. E quindi contemporaneamente, come ne “Il censimento dei Radical chich” io uso sempre quello strumento della satira e dell’umorismo, perché l’umorismo è uno sguardo un po’ laterale sulle cose te le mostra, cioè è un modo di guardare. A tale proposito mi viene sempre in mente una frase di John Landis, regista di “The Blues Brothers“, quando fece il film “Un lupo mannaro americano a Londra”, disse “Vorrei che la gente uscisse dal cinema ridendo a crepapelle, ma guardandosi le spalle”. Questo gioco di risate e paura, di estraniamento e riconoscimento, che da una lato ti estrania da quella che è la tua situazione, dall’altro però ti rispecchia, ecco questo gioco secondo me è importante, è quello che fa la satira di un certo tipo ed è importante perché è il modo per riconoscersi, per guardarsi, per vedersi, cosa che oggi facciamo un po’ fatica a fare. Difficilmente ci si guarda allo specchio come società, senza dire chi sono i colpevoli e gli innocenti. Mentre la satira fatta a un certo livello, questo gioco di umorismo, comicità, ma contemporaneamente paura, questo gioco di estraniamento e riconoscimento secondo me è fondamentale per guardarsi allo specchio proprio. E quindi capire, per esempio, che quando per andare al bar si esce di notte, questo non è un fatto solo un fatto oggettivo, è una trasformazione della società, del nostro modo di vivere il tempo. O quando facciamo la spesa online o di notte compriamo qualcosa su Amazon, è proprio il sistema del consumo che si insinua anche nel sonno, nel bene e nel male, non è che do un giudizio solo negativo di questa trasformazione, però è una trasformazione di cui è bene esserne consapevoli”.

E infine, la nostra domanda di rito: come prende Giacomo Papi il caffè?

“Ne prendevo una quantità invereconda, amaro, adesso con la moka, prima invece in tutti i modi anche al bar però ne bevo veramente (ride)… troppo! Diciamo che sono molti quelli che potrebbero prendere un caffè con me, considerando quanto ne bevo”.