come riconoscere un amore malato“Terribile è il gioco dell’amore, dove è necessario che uno dei due giocatori perda la padronanza di sé stesso.” Diceva Charles Baudelaire. Evidentemente, un amore malato, quello che fa male, esisteva anche allora.

Nel gioco di coppia, c’è chi conduce e chi si fa condurre. A volte è evidente, altre volte meno perché l’apparenza inganna ma la dinamica sussiste sempre. È umano e comprensibile, è il gioco delle parti. Non diventa tollerabile, però, quando uno dei due si annulla per l’altro. Non ne faccio una questione di sesso. Ci sono uomini che soccombono davanti a personalità femminili dittatoriali così come ci sono donne che reprimono ogni qualsivoglia bisogno, desiderio e moto dell’anima che le potrebbe affermare come persone individuali.

Per cosa?

Per amore.

Che poi mi chiedo, si può usare ancora questo termine davanti a siffatte situazioni?

È sempre amore quello di cui stiamo parlando? O è dipendenza (economica, psicologica, sentimentale), ricatto (non ti faccio più vedere i tuoi figli), mancanza di autostima (non posso meritare niente di meglio)?

Non me la sento di chiamare con questo termine qualcosa che porta uno dei due a trasformarsi nella propria ombra.

Sebbene non sia una donzella di un romanzo di Jane Austen, per me amore è tutto ciò che prende quello che si è e lo eleva. Un bellissimo abito cucito appositamente per noi che va a esaltare la nostra figura. Tu sei tu ma, quando ti innamori, sei un tu migliore. Un amore malato, invece, cattura in una morsa quello che sei e lo distrugge, lo mette al servizio di una perversione che niente ha a che fare con l’amore. Perché allora spesso non si riesce a liberarsene?

Perché tutto ruota intorno alla paura.

Nella vita quotidiana, siamo così abituati a permanere in una determinata situazione che diventa quasi la nostra comfort zone. Accade in tutti i campi, anche nel lavoro per esempio. Quante volte sentiamo le persone lamentarsi del proprio lavoro senza fare nulla per cambiarlo? Uscire fuori dalla comfort zone, anche se impregnata di dolore, richiede un salto nel vuoto che non tutti hanno la forza di fare. Atteggiamento sicuramente facile da criticare quando si è spettatori, proprio perché la logica imporrebbe il contrario. “Ma come? Ci stai ancora? Perché non lo/la lasci?”. Facile dirlo, vero? Sembra tutto così ovvio. Perché si dovrebbe rimanere con qualcuno che ci annienta (psicologicamente o fisicamente o entrambi?). Eppure nella pratica non è così scontato e lo diventa ancora di meno se ci sono situazioni particolari o figli di mezzo perché, in quel caso, scatta anche il senso di colpa di essere un cattivo genitore. Senza riflettere, probabilmente, che un figlio dovrebbe crescere con un esempio di amore, non di amore malato.

Non voglio parlare soltanto di situazioni limite di pura violenza, per le quali la giusta soluzione non sarebbe solo chiudere la storia ma andare anche a sporgere denuncia, ma anche di storie in cui esempi molto banali sono, a mio parere, già un emblema di annientamento di personalità. “Non esco mai da solo con gli amici perché lui/lei altrimenti si arrabbia”, “non mi iscrivo in palestra perché lui/lei è geloso/a”, “non compro quella gonna perché troppo corta e lui non vuole”, “a mia moglie è antipatico il mio migliore amico quindi non posso più frequentarlo”.

Non stiamo parlando di rispetto o di trovare il giusto compromesso che, quando si è in coppia, è sano accettare. Non è smussare un angolo troppo acuto del proprio carattere per amore dell’altro. Si parla di rompere quel circolo vizioso in cui i ruoli rimangono rigidamente inamovibili e in cui si ha la sensazione o certezza che si dia solamente, senza prendere mai. Non c’è uno scambio, non c’è una comunicazione. Si impersona sempre la stessa parte.

È molto difficile uscire da rapporti del genere perché, in qualche modo, la vittima di un amore malato è convinta di non meritare altro. O, quanto meno, di poter cambiare il partner. Non ho soluzioni né risposte universali, magari le avessi. Forse, il punto di partenza è ricostruire la propria autostima, rompendo la dipendenza psicologica che si è sviluppata nei confronti dell’altro. Esiste qualcosa di più difficile a livello umano?

Come si può iniziare (o ricominciare) ad amarsi di più prendendo consapevolezza del proprio valore individuale? Può aiutare costruirsi una rete di rapporti sociali e passioni che siano soltanto nostre. Qualcosa che amiamo fare, qualcosa in cui proviamo a noi stessi che sì, possiamo riuscirci anche da soli e che no, non muore nessuno se ci vogliamo un po’ più di bene. Il secondo atto è prendere coscienza che non si cambia nessuno, non compiamo miracoli. Non cadiamo nella romantica convinzione che qualcuno possa modificarsi per noi. Non è così. E non perché l’altro sia brutto e cattivo. Semplicemente perché a una certa età non si cambia più. Almeno non su punti così sostanziali. E, infine, si deve trovare il coraggio. Il coraggio di lottare, dire “no” e portare avanti le proprie scelte. Faticosissimo e mentalmente molto estenuante. Ma quale rivoluzione si è attuata con facilità? La serenità mica si conquista stando sul divano in silenzio. La serenità è una battaglia che si deve portare avanti quotidianamente. E poi guardatevi allo specchio e parlatevi. È questo quello che volete? No, perché non so se ve ne siete resi conto ma la vita è una, signori miei. Viviamola al meglio, lo dobbiamo a noi, ai nostri figli e a chi ci vuole bene. Ma bene davvero. Un bene sano che ci rende felici.