Dal 26 agosto 2026, arriva al cinema “The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine”: Ridley Scott gira un post-apocalittico intimo e devastante tra le Dolomiti e il Friuli. Ecco la mia recensione

Jacob Elordi as Hig and Jasper in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
C’è un momento, più o meno a metà film, in cui non succede assolutamente nulla — un uomo e un cane, seduti su una pista d’atterraggio abbandonata, guardano il cielo cambiare colore — e io, in sala, ho smesso di respirare per una decina di secondi. Non capita spesso con un film di Ridley Scott, uno che di solito preferisce farti trattenere il fiato con un’esplosione, non con il silenzio. E invece “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine“è esattamente questo: un regista di 87 anni che decide, dopo “Il Gladiatore II” e “Napoleon“, di rallentare tutto e fare un film che assomiglia più a una elegia che a un blockbuster.
TRAMA DI “THE DOG STARS – LE STELLE DOPO LA FINE”
La storia, tratta dal romanzo “Le stelle del cane” di Peter Heller (Bompiani), è quella di Hig — Jacob Elordi, mai così bravo — un ex meccanico che nel 2035, dopo un’epidemia che ha spazzato via gran parte dell’umanità, vive su un aeroporto abbandonato in Colorado insieme al suo cane Jasper e a un vecchio Cessna. Con lui c’è Bangley, un ex marine interpretato da Josh Brolin che sembra scritto apposta per il suo modo di recitare scontroso e improvviso: i due hanno costruito una convivenza fatta più di sopportazione reciproca che di amicizia, e proprio da lì nasce buona parte dell’umorismo secco del film, quello che arriva quando meno te lo aspetti e che stempera la tensione senza mai tradirla.
Ecco, la tensione. Perché sotto la superficie contemplativa, “The Dog Stars” resta un film che sa essere spietato quando vuole, soprattutto nella seconda parte, quando Hig atterra per caso vicino al rifugio di Pops (Guy Pearce, diffidente e granitico) e di sua figlia Cima (Margaret Qualley, che porta nel film l’unica vera dolcezza concessa alla storia). Il loro è un microcosmo quasi idilliaco che, come capita sempre in questo genere di racconti, non può durare.
LE LOCATIONS DEL FILM

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
La cosa che più mi ha colpito, da italiana, è dove tutto questo è stato girato. Le Montagne Rocciose del Colorado, sullo schermo, sono in realtà le Dolomiti. La fattoria abbandonata è a Trasaghis, in Friuli. La comunità mennonita prende vita sul Pian del Cansiglio, tra le Prealpi venete. La casa di Pops e Cima è nel Parco Nazionale del Circeo, a un’ora da Roma. E l’aeroporto di Grand Junction — con tanto di Cessna che decolla e atterra davvero — è stato costruito da zero a Bordano, in un campo che fino a poco prima era vuoto. Il direttore della fotografia Erik Messerschmidt, lo stesso di “Mank” e “The Killer”, restituisce a questi paesaggi una luce che non ha nulla di posticcio: è cruda, ferma, quasi documentaristica nei momenti di quiete, e diventa improvvisamente enorme nelle scene aeree girate sulle Dolomiti. Non è un’esagerazione dire che la fotografia, da sola, vale il biglietto — tanto più su schermo IMAX, dove certe inquadrature di montagne innevate spezzate da una chiesa isolata restano impresse per giorni.
A tenere insieme tutto questo silenzio ci pensa la musica di Harry Gregson-Williams, registrata agli Abbey Road Studios: un tema che nasce quasi timido, riflessivo, e che si trasforma senza preavviso in qualcosa di molto più minaccioso quando la storia lo richiede. È un lavoro sottile, mai invadente, che accompagna il film invece di commentarlo.
LA RECENSIONE
Se devo trovare un paragone per spiegare cosa ho provato — e lo dico sapendo che i paragoni sono sempre un po’ ingiusti — “The Dog Stars” mi ha ricordato l’intimità di “The Last of Us” incrociata con l’isolamento di “Cast Away”, ma con addosso qualcosa dell’anima malinconica di “Blade Runner”: la domanda di fondo, in fin dei conti, non è come si sopravvive alla fine del mondo, ma cosa resta di umano quando tutto il resto è crollato. Ridley Scott stesso, raccontando il film, ha parlato di due parole che gli stanno a cuore — grazia e frugalità — ed è esattamente quello che si respira per due ore: un film che non ha paura di essere povero di eventi, perché è ricchissimo di sguardi.
Non è un film per chi cerca il Ridley Scott delle battaglie e degli imperi. È il Ridley Scott che, alla soglia degli ottant’anni, si concede il lusso di girare qualcosa di piccolo e devastante. Io sono uscita dalla sala con gli occhi lucidi e la sensazione, rara, di aver visto qualcosa che merita davvero il grande schermo. Da oggi è nelle sale italiane: se potete, sceglietelo in IMAX.