Aversano-ChiaraIl caffè di oggi ha il profumo dei pesanti velluti dei sipari teatrali, dei set cinematografici prima del “ciak si gira”, dei bozzetti di abiti fatti a matita su carta, grazie alla bravissima costumista Chiara Aversano, che, attraverso il racconto del suo percorso, ci svela un po’ del dietro le quinte di teatro, cinema e moda. Donandoci “appunti di viaggio dove ogni immagine, ogni esperienza diventa un momento per riflettere sul processo creativo, che è l’unica cosa che rimane, l’unica cosa che ci permette di andare avanti e continuare a sperimentare nuove forme.”

Come nasce la tua passione per il costume e il teatro?

“È una passione che ho fin da quando ero piccola, pensate che proprio qualche giorno fa, ho ritrovato dei disegni fatti quando avevo dieci anni. Nasce da mia madre che è una persona che ha sempre amato vestirsi bene e di conseguenza vestirmi bene. Ho sempre avuto una passione per gli abiti; durante il liceo non andavo molto bene in matematica e per recuperare feci un corso di teatro. Non essendo molto portata per la recitazione, il professore che ci faceva da regista, Mario Valdemarin un attore di Strehler, acconsentì a ridurre la mia presenza in scena ad una sola battuta, a patto che contribuissi alla realizzazione della messa in scena. Ed è così che ho conosciuto il dietro le quinte del teatro. Finite le superiori, al momento di scegliere l’università ho scelto senza esitare l’Accademia di costume e moda, con interessi più orientati alla moda.

Nel corso degli studi ho avuto modo di approfondire sia la storia della moda sia del costume e ho scoperto un mondo molto più vario, più legato all’arte e meno al marketing, come invece è la moda; la mia preferenza si è decisamente spostata verso il costume. Poi grazie ad un regista, Matteo Tarasco, che ha creduto in me sin da subito ho esordito nella “Serie A” del teatro, firmando spettacoli per i più importanti teatri italiani!

Nel mio primo spettacolo ho avuto modo di vestire il grandissimo attore teatrale Mariano Rigillo e di rapportarmi comunque ad un mondo, il teatro, che ha alle spalle una storia di maestranze importanti. Quindi di fatto sono partita dall’alto e continuo ad impegnarmi al massimo per cercare di rimanerci, nonostante non abbia neanche trent’anni e sappiamo bene come soprattutto in Italia, fino a cinquant’anni suonati, sei sempre considerato “giovane”! (ride)

In particolare il lavoro del costumista è molto complesso, perché si ha a che fare con la progettazione dello spettacolo insieme alla regia e la gestione della sartoria per la realizzazione di ciò che tu hai pensato e messo su carta.

Ci si deve rapportare con tutte le maestranze che devono concorrere alla realizzazione di quello che hai pensato e disegnato: sarti, truccatori e non in ultimo gli attori, che occorre convincere ad indossare quello che hai preparato per loro. Questa è la parte più difficile e delicata, perché non è detto che la tua visione incontri il gusto estetico dell’attore. Il costumista deve credere fermamente nelle sue idee ed essere pronto a difenderle contro tutto e tutti, anche contro lo stesso regista se necessario, altrimenti non se ne esce vivi! Questo forse è uno dei motivi per cui di solito il costumista è sempre una persona con una certa maturità, soprattutto anagrafica.”

Cinema, moda o teatro? Dove ti vedi meglio o per cosa ti senti più portata?

“Questa è una domanda difficile, perché in realtà sono tre mondi completamente diversi. Inoltre quest’anno a Novembre avrò la possibilità di sperimentare anche il teatro dell’opera, firmando la mia prima. Comunque, fra questi ambiti, il teatro è probabilmente quello in cui mi trovo meglio, perché è in continua evoluzione, la moda la amo tantissimo e da quando ho lanciato il mio brand la sto in qualche modo riaffrontando, ma è un mondo molto più legato a degli aspetti commerciali ancor più che creativi e questo comporta che ci siano dei limiti, più che nel teatro o nel cinema, dove non ci sono dei veri e propri limiti, a parte quelli che ti impone la scena: parlo di volumi, di forme, di possibilità.

La moda deve essere portabile, deve avere una tenuta diversa rispetto ai costumi di scena che si usano per un tempo più limitato, deve essere economicamente accessibile. L’approccio è diverso: quando si disegna la moda si deve tenere conto della realtà, mentre quando lo si fa per il teatro o per l’alta moda, si può sognare.”

Come mai, vista la tua giovanissima età, neanche trent’anni, hai deciso di fare l’imprenditrice lanciando il brand di abbigliamento “Juicydoll”?

“Perché secondo me in questo momento occorre dare un segno, in quanto la maggior parte delle persone tendono a lamentarsi della situazione economica attuale, limitandosi a cercare un lavoro, invece di rimboccarsi le maniche e inventarsene uno, assumendosi così le responsabilità delle proprie scelte e azioni. Secondo me questa è un’epoca in cui il lavoro te lo devi creare e credo che trent’anni sia l’età giusta per sobbarcarsi il peso delle proprie idee e azioni, investendo su se stessi. Perché se non credi per primo tu nelle tue capacità, è difficile che troverai qualcuno disposto a farlo e ad investire su di te. E poi di fatto, ho avuto questa idea che coniugava l’illustrazione, che è una cosa che a me piace molto, con la moda. Ho cercato di incanalare nelle Juicydoll una serie di attività che ho sempre amato, portando così nella moda: l’arte (attraverso l’alfabeto di Ertè che era un grande costumista oltre che un illustratore), la storia del costume, il mio percorso, il mio bisogno di divertirmi, parlando anche di erotismo attraverso delle bamboline. Sono convinta che questa commistione di arti possa dar vita a qualcosa di diverso e innovativo rispetto agli altri, ovviamente occorre conciliare tutto con il concetto d’impresa, che è senza dubbio la cosa più difficile, soprattutto perché si deve avere pazienza, costanza e tenacia e i risultati arrivano. Io sono una persona notoriamente impaziente che vuole vedere subito il risultato di ciò che fa! (sorride)”

Chiara Aversano e la sua Juicydoll Alphabet collection

E a proposito di Juicydoll, queste tre donne con caratteristiche così diverse tra loro, rappresentano in qualche modo frammenti della tua personalità? In quale ti riconosci maggiormente?

“Raccontano degli aspetti della mia personalità, ma anche della personalità di ogni donna. La società moderna, chiede molto a noi donne: dovremmo essere sempre in ordine e di bell’aspetto, buone mamme, super manager, brave mogli, avere il tempo per noi stesse, prenderci cura della casa. Credo che questo renda la vita della donna più complessa di quella dell’uomo. Ogni donna poi affronta tutti questi aspetti della propria vita in maniera diversa e personale: c’è chi lo fa in maniera più aggressiva, chi romantica, chi invece è più riflessiva e intellettuale e le Juicydoll raccontano proprio questi tre modi di affrontare la vita.

Ines Lulù Nina - Juicydoll by Chiara Aversano

Ines Lulù Nina – Juicydoll by Chiara Aversano

Per quanto mi riguarda, mi rispecchio maggiormente in Lulù, che tra parentesi è stato il primo personaggio che ho inventato. Mi rispecchio in lei, in quanto non solo è mora come me, ma è quella più lunare, nottambula e io sono una persona che vive molto la notte, ma non in senso mondano, quanto piuttosto leggendo, disegnando e lavorando.”

Juicydoll-Lulù-Chiara-Aversano-un-caffè-con

Lulù – Juicydoll by Chiara Aversano

Cos’è la seduzione per te? e come ti piace essere sedotta?

“La seduzione consiste, letteralmente, nel condurre a sé, vuol dire in qualche modo capire l’altro, ovvero essere empatico con l’altro e cercare la strada per condurlo nel proprio mondo. Non credo quindi che sia qualcosa legato ad un canone estetico, quanto piuttosto ad un modo di porsi nei confronti dell’altro. Le persone seducenti sono più empatiche delle altre e questo gli permette di capire meglio chi hanno di fronte e come conquistarlo. Per quanto mi riguarda, non credo di avere armi di seduzione, ma se proprio dovessi sceglierne uno direi la testa. (ride)

Amo molto gli uomini alla vecchia maniera, credo molto nel gioco delle parti. Al di là delle uguaglianze giuridiche tra i sessi, credo che sarebbe bello tornare alla vecchia e romantica cavalleria: l’uomo che apre la porta alla donna; che si toglie il cappello davanti a questa. La storia del costume ci insegna che il cappello nasce si per coprirsi, ma un aspetto sociale del suo uso era appunto quello di toglierlo in segno di rispetto, come d’altra parte i guanti per le donne, che li toglievano solo al cospetto di determinate persone. Questi gesti che nel tempo si sono persi, hanno sicuramente fatto in modo che si assottigliassero delle distanze, ma anche che venisse un po’ meno un certo sentimento di rispetto. Io, da questo punto di vista, sono un po’ vintage: mi conquista di più un uomo meno bello ma di buone maniere, con tanto savoir faire, piuttosto che uno bellissimo ma con modi spiccioli.”

Progetti futuri?

“Al momento sono in partenza per Matera, dove mi occuperò dei costumi del film “Il vangelo secondo Mattei” regia di Antonio Andrisani e Pasquale Zollino, ambientato in Basilicata ed in particolare a Matera, che racconta, in maniera leggera, il petrolio e le speculazioni legate ad esso, attraverso la storia di un attore, interpretato dal bravissimo Flavio Bucci, e di alcuni registi un po’ scapestrati, che vogliono rimettere in piedi “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, con gli stessi attori dell’epoca, ormai anziani. Un’idea un po’ folle, che dovrebbe dar vita ad un film comico ma che fa riflettere.

Durante le riprese del film continuerò a disegnare i costumi per la “mia prima opera lirica”, che avrà luogo a Novembre ad Avignone; sono molto curiosa di vedere il risultato perché per la prima volta mi rapporto con un mondo molto bello e complesso, che non conosco, fatto di musicisti e non di attori e con un direttore d’orchestra donna, Concita Anastasi.

Poi continuerò con il teatro e con le mie Juicydoll! Sicuramente non avrò tempo per annoiarmi! (ride)”

Come prendi il caffè? 

“Macchiato e dolce.”