Pietro Grossi: un nuovo mare da attraversare

Pietro Grossi (foto by Andrea Pelatti)
Pietro Grossi (foto by Andrea Pelatti)

L’ospite della nostra intervista alla caffeina di oggi è Pietro Grossi lo scrittore che ha appena pubblicato con Feltrinelli Il passaggio, un romanzo che ci offre una chiave di lettura inconsueta del rapporto padre-figlio. Il tutto raccontato dal punto di vista di un figlio che, per diventare uomo, deve confrontarsi con la figura paterna, mettersi nei suoi panni e capire quante delle colpe che gli addossa siano in realtà frutto di sue insicurezze e fragilità.

Una sorta di viaggio in un mare “impervio” e ricco di insidie lungo quel famigerato passaggio a Nord-Ovest dove nella solitudine più profonda prevalgono le emozioni forti normalmente sovrastate dal clamore della routine quotidiana. Ma scopriamo qualcosa di più su questo splendido romanzo dalle parole del suo autore: Pietro Grossi.

Questi personaggi ti hanno bisbigliato una storia, tanto particolare quanto ricorrente: il rapporto padre figlio con il primo giudicato dal secondo. Quanto c’è di autobiografico?

“Poco e tanto. Nel senso che ogni uomo, se vuole chiamarsi tale con qualche diritto, deve prima o poi affrontare il peso che suo padre fa gravare su di lui. E affrontare quel peso vuol dire spesso rendersi conto che era un proprio problema di gambe deboli, piuttosto che uno suo di incuria ed eccessive masse adipose. È anche vero che molti padri hanno in effetti poco riguardo della schiena dei figli e ci si aggrappano con troppa foga, ma in fin dei conti, quando li guardi attentamente, cercando di astrarti da tutti i sentimenti che rischiano di interferire con il giudizio, ti accorgi che sono, semplicemente, uomini, e come tali fallimentari e frangibili. Mio padre è un uomo molto diverso da quello de Il passaggio, molto meno pirotecnico e ingombrante, ma non per questo meno difficile da interpretare e scrollarsi di dosso.”

Carlo riesce a comprendere, forse, che giudicare un padre in quel modo sia nascondere le proprie insicurezze sulla propria vita: e se non fosse riuscito a capirlo mai?

“Si sarebbe portato dietro quel fardello, lo avrebbe con tutta probabilità riempito di nuovi oggetti inutili e un giorno lo avrebbe scaricato sulle spalle dei suoi, di figli.”

Credi che i figli dovrebbero rispettare di più i propri genitori o l’avversione adolescenziale è un passaggio inevitabile che lascia strascichi anche dopo?

“Credo che la ribellione – in effetti a dirlo sono persone ben più competenti e qualificate di me – sia un passo fondamentale nella vita di ogni persona. È il momento in cui iniziamo a pensare con la nostra testa, fare le nostre scelte. È il momento in cui prendiamo a essere degli individui. Il fatto che un giorno quelle idee e quelle scelte si possano o meno riallineare con quelle di chi ci ha messo al mondo, fa poca differenza: ci deve essere un momento in cui le metti in discussione e fai i tuoi passi e i tuoi errori. Ho visto di recente un buon amico togliersi la vita: uno dei suoi principali problemi è proprio non essere riuscito a trovare una sua visione del mondo, staccata da chi veniva prima di lui.”

Pietro Grossi (foto by Andrea Pelatti)
Pietro Grossi (foto by Andrea Pelatti)

A proposito di passaggio, da un mare ad un altro, da una vita all’altra, qual è stato il tuo passaggio fondamentale?

“Ormai ho perso il conto di quanti ne ho passati, di quei mari, e tutte le volte che ne supero uno e spero di trovare un po’ di calma, ecco che se ne ripresenta un altro da attraversare. Ogni età, se la si vive appieno, ha i suoi guadi o le sue traversate. Ognuno – se li percorre – li percorre con i mezzi che ha a disposizione, ma in fin dei conti, fatti salvi qualche vento o piovasco, sono le stesse traversate per ognuno di noi.”

Per cambiare discorso, sei passato da Sellerio a Mondadori ed ora Feltrinelli. Come mai tante edizioni diverse?

“Perché avere un editore è un po’ come avere un fidanzata e, per quanto sognassi la monogamia, finisce che il giorno d’oggi è complicato e con le fidanzate smetti spesso di capirti.”

Sono le storie che cercano uno scrittore?

“Questa attività, purtroppo, lascia poco spazio alle domande generiche. L’unica versione della domanda a cui posso rispondere è se sono le mie storie a cercare me. Diciamo che ci cerchiamo e ci troviamo a vicenda. Io non ho mai la sensazione di inventarmi niente, quando scrivo: ho più la sensazione di riportare ciò che qualcuno mi mostra o mi racconta e, semmai, lavorare molto per scavare in quei racconti e portarli alla luce nel modo più chiaro ed efficace possibile. In questo senso, tra i fatti o i personaggi di una storia e l’autore che li riporta sulla pagina ci deve essere un’affinità di fondo: la consapevolezza che si capiranno e si prenderanno cura gli uni degli altri. È un po’ come quando uno ha un dubbio che lo tormenta e una sera a cena incontra una persona che gli dà l’impressione di poterlo capire e aiutarlo a risolverlo. Se non sei scemo e hai a cuore la tua vita, il giorno dopo lo chiami.”

Come prendi il caffè?

“Corto, mezzo cucchiaino di zucchero e un goccio di latte freddo. Tranne da Sant’Eustachio, a Roma: lì lascio fare a loro.”

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