Fabio & Fabio: un’autentica “esplosione” di talento

Intervista alla caffeina con i registi italiani del momento: Fabio & Fabio, al secolo Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, creatori dello splendido “Mine”, film che sta registrando uno straordinario successo di pubblico e critica.

Fabio Guaglione e Fabio Resinaro sul set di "Mine"
Fabio Guaglione e Fabio Resinaro sul set di “Mine”

Oggi abbiamo il piacere di darvi il buongiorno con un caffè doppio e davvero esplosivo, perché i nostri due eccezionali ospiti sono Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, i due talentuosi registi creatori del film “Mine“. L’autentico e sorprendente successo di critica e pubblico di queste settimane nei cinema italiani.

Con Fabio & Fabio, abbiamo cercato di scoprire qualcosa di più del “dietro le quinte” della loro splendida e affascinante opera, che va ben oltre il film di genere, arrivando ad indagare i lati più intimi e oscuri dell’animo e della mente umana.

Com’è nata l’idea di “Mine”?

Fabio R: “Mine” forse nasce proprio come metafora della situazione in cui ci trovavamo nel momento in cui è abbiamo avuto l’idea. Eravamo appunto “bloccati” in una estenuante fase di riscrittura di un nostro progetto che uno Studio americano stava sviluppando da ormai tre anni. Ci sentivamo immobili in un campo minato e avevamo in qualche modo bisogno di fare ‘quel passo’ che ci era impedito. L’idea, di per sé, era inizialmente solo un immagine che ci sembrava molto forte. Quella del soldato bloccato in un deserto, con un piede sopra ad una mina antiuomo. Quando poi abbiamo capito che questa situazione poteva essere molto adatta per rappresentare una sorta di allegoria che può riguardare la vita di ciascuno, abbiamo anche capito che sarebbe stata la storia giusta da costruire per rappresentare anche la nostra visione come registi.

Fabio G: C’è stato anche un pensiero strategico dietro. Il punto era quello di trovare un progetto che non costasse troppo e che potesse attirare l’interesse di un attore bravo ed affermato. Solitamente per contenere i costi si pensa ad una storia a cosiddetta “unità di spazio e tempo”… E la maggior parte delle volte sono degli horror o dei thriller ambientati in un unico posto. Dopo aver visto storie ambientate unicamente in cabine telefoniche, grotte, seggiovie, bare… abbiamo ragionato nella direzione opposta: e se il nostro protagonista fosse bloccato in uno spazio aperto? Ok. E come lo blocchiamo in uno spazio aperto? Click. Così è venuta l’idea della mina.

Fabio Guaglione sul set di "Mine"
Fabio Guaglione sul set di “Mine”

Quello che avete portato sul grande schermo non è di certo il classico film da cinema italiano: vi aspettavate tanto successo?

Fabio R: Allora… No, un’accoglienza così calorosa, quasi unanime, no. Però forse, il fatto che gli occhi e le mani di chi ha fatto questo film, appartengono alla stessa cultura italiana di chi lo sta apprezzando così tanto non è un caso. Voglio dire che è vero che noi abbiamo utilizzato un genere che non è tipicamente quello Italiano, ma forse le persone stanno riconoscendo in quello che abbiamo nascosto dentro questo tipo di linguaggio, una sensibilità che ci appartiene.

Fabio G: A me piace considerarlo un film italiano. I registi e sceneggiatori sono italiani, i musicisti sono italiani, i montatori sono italiani, tutta la post produzione è stata fatta in Italia… Eppure, visto il cast americano e il linguaggio da film di genere internazionale, mi sarei aspetto più resistenza. Invece è scattato l’orgoglio nazionale. Ho letto alcune recensioni, tra cui quella di Gianni Canova, che mi hanno davvero emozionato per le belle ed accurate parole. Per quanto il riguarda il pubblico, è stato straordinario percepire di essere arrivati così al cuore delle persone. Le testimonianze che ci arrivano in privato su Facebook sono incredibili.

Non deve essere facile per due registi riuscire a dirigere insieme un film: ci sono mai stati momenti di tensione tra voi due durante la realizzazione del film e se si come li avete superati?

Fabio R: I momenti di tensione ci sono sempre! Ma è proprio il confronto continuo tra di noi uno dei nostri punti di forza, perchè ci costringere a mettere in discussione e a migliorare ogni singolo elemento. L’unica fase in cui non è possibile litigare è proprio durante le riprese, perchè non ci sarebbe il tempo. Quindi ci prepariamo molto prima, storyboardando tutto il film, in modo da raggiungere un accordo e una preparazione totale su quello che andremo a fare. Poi in fase di post, ovviamente, si torna a confrontarsi.

Fabio G: E giù botte. (Ride. n.d.r)

Fabio Resinaro sul set di "Mine"
Fabio Resinaro sul set di “Mine”

In base alla vostra esperienza quanto pesa sulla buona riuscita di un film la fase del montaggio?

Fabio R: Io personalmente ho questa teoria per cui ogni elemento o processo che compone un film vale il 100%. Perché se per esempio, il montaggio funziona, la performance degli attori sono buon ma le musiche sono sbagliate, allora anche tutto il resto non funzionerà. Ovviamente vale anche per il montaggio. In questo caso è stato molto complicato trovare il giusto equilibrio in fase di editing per bilanciare i molti elementi che compongono la storia.

Fabio G: Sì, seguiamo maniacalmente ogni fase di lavorazione. Il montaggio di questo film è stato complesso per questioni creative: la lunghezza, l’alternanza tra passato e presente, il ritmo… ma anche per la situazione produttiva: il cut non si sarebbe potuto considerare chiuso fino a che sia noi che tutti i produttori si fossero considerati soddisfatti. Il confronto costante con i produttori, specialmente con Peter Safran, non ha fatto che migliorare la nostra visione, senza mai stravolgerla.

Due registi milanesi ad Hollywood, qual’è secondo voi la percezione che hanno oltreoceano del cinema italiano moderno?

Fabio R: Probabilmente loro rivolgono un pensiero al cinema Italiano molto meno spesso di noi e lo fanno soprattutto quando accade che un prodotto d’eccellenza varca i loro confini; allora si accorgono del cinema italiano. Quindi tutto sommato non penso che sia così negativo. Certo è che nell’industria il nostro cinema viene visto come un mercato abbastanza chiuso da cui raramente esce qualcosa che possa trovare spazio oltreoceano. Però non penso che ci siano pregiudizi.

Fabio G: Ovviamente hanno la percezione di ciò che gli arriva. Per cui conoscono molto Sorrentino, al momento, grazie agli Oscar. Gli addetti ai lavori ovviamente conoscono “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Mainetti. Negli States comunque tendono a vederci sempre come “registi europei” nel senso più esotico del termine.

C’è qualche regista in particolare a cui vi ispirate?

Fabio R: Quelli storici dell’infanzia con cui siamo cresciuti; Spielberg, Zemeckis, Carpenter. Poi nel passato più recente Fincher e Nolan.

State già lavorando al dopo “Mine”? Potete dare qualche piccola anticipazione ai nostri lettori?

Fabio G: Siamo iperattivi come dei bambini. Ci piacerebbe sviluppare progetti in ogni media: cinema, tv, fumetti, videogames… Per quanto riguarda i film, stiamo sviluppando una serie di progetti in cui low budget che vorremmo scrivere e produrre con la nostra casa di produzione..e poi sì, abbiamo scelto il nostro secondo film da registi.

Fabio R: E’ presto, per ora possiamo dire che si tratta ancora di un film di genere e che riguarda un argomento che va molto per la maggiore negli ultimi anni ma raccontato da un punto di vista completamente inedito.

E dulcis in fundo la nostra domanda di rito: come prendete il caffè?

Fabio R: Seduto. Amaro. Con sigaretta.

Fabio Resinaro
Fabio Resinaro

Fabio G: Con zucchero di canna. Doppio, triplo, quadruplo, nelle vene.

Fabio Guaglione
Fabio Guaglione

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